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Presedintele Mexicului, Felipe Calderon, a inaugurat cel mai înalt pod din lume. Masurând 403 metri în înaltime, podul Baluarte traverseaza o prapastie adânca situata în partea de nord a Mexicului, în muntii Sierra Madre Occidental.

Podul face parte dintr-o noua autostrada ce traverseaza o zona accidentata a Mexicului, ce va lega orasul Mazatlan (situat pe coasta Oceanului Pacific) de Durango, un oras situat în interiorul tarii.

A fost inaugurat cel mai înalt pod din lume, ce se înalţă la 403 metri deasupra solului! (VIDEO)

Constructia-record este atât de înalta încât Turnul Eiffel ar putea încapea cu usurinta sub partea sa centrala.

La inaugurarea constructiei, presedintele Calderon a declarat ca "acest proiect va uni oamenii din nordul Mexicului ca niciodata pâna acum". Oficialul mexican a primit din partea celor de la Cartea Recordurilor Guinness un certificat ce atesta recordul de înaltime stabilit de constructie. Înainte ca proiectul mexican sa cucereasca titlul de "cel mai înalt pod din lume", acesta era detinut de viaductul Millau din Franta.

Podul masoara 1.124 de metri în lungime si 19,8 metri în latime. Podul este 86% finalizat, constructia urmând sa fie terminata la finalul lunii ianuarie, însa ceremonia de inaugurare a avut loc acum, cu ocazia sarbatoririi a 200 de ani de când Mexicul a obtinut independenta de Spania. El urmeaza sa fie deschis traficului peste câteva luni, iar oficialii mexicani spera ca acest pas sa stimuleze turismul si comertul în regiune.

Costul podului se ridica la 158,7 milioane de dolari, iar autostrada Durango-Mazatlan va costa în total 1,46 miliarde de dolari. Aceasta va înlocui un drum extrem de periculos, supranumit de localnici "coasta diavolului". Serpentinele soselei traverseaza muntii Sierra Madre Occidental.

Noua autostrada va include alte opt poduri situate la o înaltime de peste 300 de metri înaltime si 60 de tunele sapate prin munte.

Oficialii mexicani spun ca aceasta constructie va reduce timpul necesar pentru a ajunge din Mazatlan în Durango cu aproximativ 6 ore. Proiectul face parte dintr-un plan mai amplu, în cadrul caruia se doreste crearea unei autostrazi de la coasta Oceanului Pacific pâna la cea a Atlanticului.

Surse: BBC News si EFE - via descopera.ro

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But it seems the Golden orb web spider has developed a way to keep its home clear of the little buggers. The secret uncovered by researchers from the National University of Singapore (NUS) and the University of Melbourne relates to a chemical compound the spider adds to its web that appears to repel ants. So not only are spider webs providing inspiration for better adhesives and stronger materials, they may also provide the basis for new, environmentally friendly, ant-repelling pesticides.

Golden orb web spiders are already in high demand amongst researchers due to the strength of their webs. The silk of this particular spider is almost as strong as Kevlar, and only a fraction of the weight. But NUS Associate Professor Daiqin Li was more interested in the possible ant-repelling nature of the spider's web after noting that, although ants were ever abundant near the webs of the orb web spiders, they don't typically end up trapped in the webs.

After observing spun webs and analyzing the compounds in the silk, the scientists soon discovered the mystery substance, which was later determined to be an alkaloid compound. Once discovered, scientists observed ants in the presence of the compound and discovered that they displayed evasive behavior whenever they came near the alkaloid.

"We found that large Golden orb web spiders add a defensive alkaloid chemical onto the silk, which stops the ants from walking onto the web when they come into contact with it," said Diaqin Li of Biological Sciences, NUS.

"The type of chemical deterrent found in the spider silk is known as a pyrrolidine alkaloid, which acts as a predator deterrent in many species of ants, moths and caterpillars," added Professor Mark Elgar from the University of Melbourne's Department of Zoology. "The orb spider is potentially vulnerable to attack from groups of ants while sitting in its web waiting for prey, so the chemical defense in web silk may have evolved to not only protect the spider, but to reduce the time and energy that would otherwise be required to chase away invading ants."

The discovery offers the prospect of the development of a pesticide for keeping ants away from where they aren't wanted.

Source: GIZMAG - via ZeitNews.org

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Settanta anni non sono pochi. Per uno però, come Stephen Hawking, che sarebbe dovuto morire più o meno 45 anni fa e che nella sua vita ha contribuito a definire i limiti dell’Universo e del Tempo, potrebbero essere una sciocchezza. Se non fosse per la malattia - la sclerosi laterale amiotrofica - che da quasi mezzo secolo lo costringe su una sedia, che pur essendo ipertecnologica resta a rotelle, potremmo dire con leggerezza che i settanta anni del grande fisico britannico siano stati una vera e propria galoppata là dove nessun uomo è mai giunto finora. Anzi, visto il tipo e il suo debole per donne e motori, potremmo addirittura immaginare questa galoppata con lui in smoking a bordo di una Austin Martin con al fianco una bionda infermiera. Una galoppata infinita attraverso i limiti dello Spazio e del Tempo alla ricerca di un Dio creatore che ora c’è e ora non c’è più. Quella di Hawking è stata fin qui, e siamo sicuri lo sarà anche in futuro, una vita davvero intensa, costantemente in bilico tra equazioni, cartoni animati, film, e persino rotocalchi. Nei sui viaggi interstellari sull'astronave Enterprise, è persino riuscito a giocare una partita a poker insieme a Newton ed Einstein.

Sulla sua pagina di Wikipedia viene definito matematico, fisico e cosmologo britannico. Ma forse sarà anche per quella sua vaga somiglianza a Andy Warhol, è anche una vera e propria popstar mondiale della scienza finita persino dentro cartoni animati cult ( I Simpson e I Griffin) e più pop come I Fantagenitori.

Non dobbiamo però farci distrarre dalle innumerevoli apparizioni fuori dall’ambito accademico del professor Hawking. Se infatti è riuscito a uscire dall’accademia, il merito è stato senza dubbio per la sua incredibile capacità di elaborare e di sviluppare matematicamente le sue teorie cosmologiche. Non è un caso se solo due anni fa ha lasciato la cattedra lucasiana della matematica a Cambridge (quella per intenderci ricoperta da Newton).

I modelli matematici relativistici
Il suo lavoro infatti comincia proprio da lì, dalla matematica ed è dalla matematica che nella seconda metà degli anni Sessanta, insieme a Roger Penrose ha messo a punto alcuni modelli che si sono rivelati determinanti poi per la sua prima importante scoperta in campo fisico e cioè la rilevanza delle singolarità gravitazionali nello spazio-tempo. In pratica, Hawking nel 1971 è riuscito a dimostrare matematicamente quello che Albert Einstein aveva previsto solo teoricamente nella sua teoria della Relatività generale e cioè che le singolarità sono una caratteristica ragionevole e non così occasionale della relatività generale, ossia che lo spazio-tempo, in determinate condizioni che sono meno speciali di quanto si pensava sino ad allora, può collassare sotto la spinta di una enorme massa gravitazionale.

Hawking, appunto, ha dimostrato che questo era possibile anche sotto il profilo teorico, ma anche che questo modello era molto più probabile di quanto ritenessero i suoi colleghi. Dopo questa scoperta il passo verso l’altra e più celebre scoperta del fisico britannico è davvero breve.

I buchi neri
Se proprio non è stato lui a scoprire questi affascinanti corpi celesti certo spetta ad Hawking il principale merito scientifico per averli meglio descritti e compresi. Infatti, è in questi punti particolari (matematicamente, i buchi neri sono dei punti privi di dimensioni) che la trama dello spazio-tempo si deforma e dà luogo a fenomeni particolari che soprattutto coinvolgono il cosiddetto  orizzonte degli eventi, quel confine ideale tracciato intorno al buco nero superato il quale è impossibile sfuggirgli, risucchiati dalla sua invincibile attrazione gravitazionale. Stephen Hawking, insieme ad altri scienziati, è riuscito a descriverne la fisica, esplorandone i meccanismi e cercando di conciliare le teorie e i modelli fino ad allora esistenti. E’ arrivato addirittura a definire le regole di base fornendo fondamentali contributi nel campo della termodinamica dei buchi neri.

La radiazione di Hawking
Proprio il lavoro fatto sui buchi neri porta infatti Hawking a teorizzare che quei corpi non fossero enormi mostri spaziali capaci unicamente di ingoiare e di intrappolare al loro interno materia e luce. Nel 1974, ha sorpreso il mondo scientifico internazionale con la sua teoria che prevedeva che un fascio di particelle potesse sfuggire a questi corpi celesti supermassivi. Quelle particelle in fuga avrebbero generato quella che poi è stata meglio conosciuta come la  radiazione di Hawking. Un fascio di energia che viene descritto molto dettagliatamente dal fisico britannico e che è stato osservato, ovviamente a scala ridotta, persino in laboratorio.

Un enorme Polo al posto del Big Bang
Dopo questi lavori Hawking si è messo a lavorare su una nuova teoria dell’Universo, che prevedeva, al posto del Big Bang come evento iniziale dell’Universo una regione simile a quella dei Poli terrestri, dove un eventuale osservatore non è in grado di andare più oltre verso Nord oppure al contrario, verso Sud.

Molto più recentemente lo scienziato in carrozzella, come in molti affettuosamente lo chiamano, ha cominciato a parlare e a rivedere le sue teorie anche in chiave teologica, arrivando a smentire sé stesso pochi anni fa, quando in un intervista al Times ha dichiarato che la teoria non prevede “ necessariamente la presenza di Dio come creatore dell’Universo”. In un'altra occasione ha anche detto di essere convinto che sia possibile viaggiare nel tempo e che l’umanità farebbe bene a cominciare a colonizzare altri pianeti. In un solo campo però, nella sua ultima intervista rilasciata al New Scientist, ha però ammesso di non aver ancora capito nulla, ed è l’Universo delle donne.

Fonte: wired.it

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"You’ve been cheek’d". In metropolitana, al parco, al bar, a cena tra amici. "Ti ho visto, non mi staccavi gli occhi di dosso", oppure "Cercasi accompagnatore per il matrimonio di mia sorella". Se ricevi un biglietto da visita con una frase piccante sul retro, qualcuno vuole far colpo su di te con Cheek’d, l’ online dating al contrario che sta spopolando a New York. Come agganciare qualcuno che ti piace per strada? Basta lasciargli una Cheek’d card e sperare si faccia vivo online. "Ricevere un biglietto da visita da un perfetto sconosciuto e scoprire un messaggio sul retro è eccitante", sorride Lori Cheek, ideatrice di questo nuovo social network della seduzione. "Nelle Cheek’d card non ci sono informazioni personali, non c’è scritto dove lavori o che ruolo hai. C’è solo un codice… se poi il tuo obiettivo è interessato, può vedere il tuo profilo online".

E per fartene uno ci vogliono cinque minuti, con domande del tipo: cosa ascolti all’infinito sul tuo iPod? Qual è l’ultimo timbro nel tuo passaporto? Di cosa non puoi proprio fare a meno? "Con i tradizionali siti di incontri online, come Match.com, puoi assoldare un ghost writer e farti un ritratto meraviglioso, magari con una foto di 15 anni fa", continua Lori. "Con Cheek’d la selezione è reale e l’online dating inizia dalla strada, senza il rischio di appuntamenti al buio". A ciascuno il proprio mazzetto di biglietti da rimorchio a partire da 25 dollari. Per gli amanti dei cani che vogliono incontrare al parco “ Talk doggy to me” o “ Al mio cane piace il tuo” e per i gay più timidi esistono carte del tipo “ Io lo sono… e tu?”. Design essenziale, facile modo d’uso e la giusta dose di ironia, formula vincente perché uomini, ma soprattutto donne dai 20 ai 60 anni, inizino a cheekdare in fila in banca, alle cene tra amici, al check in dell’aeroporto.

"Alcune coppie che si sono conosciute con Cheek’d ora sono sposate", conclude Lori. "Io, dopo aver infilato la mia Cheek’d nel taschino della giacca di un tipo, ho vissuto una storia bellissima e lunga", continua, buttando l’occhio sul tavolo vicino. "Ehi, quello è Tony Goldwyn, l’attore… aspetta, corro a fargli cheek’d!".

Fonte: wired.it

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By Admin (from 11/02/2012 @ 11:05:54, in ro - Observator Global, read 1229 times)

Cercetatorii americani sustin ca au descoperit o posibila cauza pentru disparitia a numeroase populatii locale de albine. Noul vinovat este o musca parazita, vinovata de comportamentul aberant al albinelor care ajung, în cele din urma, sa îsi abandoneze larvele si nimfele.

Muştele parazite distrug albinele americane

Entomologii sustin ca mustele parazite îsi depun ouale în interiorul cavitatii abdominale a albinelor, provocându-le astfel un comportament anormal. Albinele infestate merg în cerc, îsi pierd simtul echilibrului si al directiei. În cele din urma, albinele îsi abandoneaza larvele si nimfele din propriile colonii, iar acestea mor pe timpul noptii.

Fenomenul a devenit extrem de îngrijorator pentru agricultura americana, deoarece albinele din SUA polenizeaza circa o treime din legumele, cerealele si fructele care alcatuiesc rezerva de hrana a americanilor.

Musca parazita din specia Apocephalus borealis a distrus circa 70% din populatiile de albine din zona Golfului San Francisco.

Dupa parerea entomologului John Hafernik, combinatia fatala dintre musca parazita, stresul albinelor si alti factorii patogeni ar putea duce la exinctia totala a albinelor de pe continentul nord-american.

John Hafernik a descoperit în mod accidental musca parazita. În urma cu trei ani, acest profesor de biologie cauta prazi naturale pentru a-si hrani calugaritele din colectia personala.

Musca Apocephalus borealis era un parazit specializat pe bondari, dar se pare ca în ultimii ani si-a modificat comportamentul, extinzându-si preferintele si asupra altor specii de insecte-gazda, în speta albinele.

Din nefericire pentru apicultorii si agricultorii americani, aceasta specie de musca parazita se întâlneste pe întregul continent.

Sursa: AP - via descopera.ro

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The structures have potential applications in drug delivery to treat diseases and imaging for cancer research. Two types of nanotubes are created in the manufacturing process, metallic and semiconducting. Until now, however, there has been no technique to see both types in living cells and the bloodstream, said Ji-Xin Cheng, an associate professor of biomedical engineering and chemistry at Purdue University.

The imaging technique, called transient absorption, uses a pulsing near-infrared laser to deposit energy into the nanotubes, which then are probed by a second near-infrared laser.

The researchers have overcome key obstacles in using the imaging technology, detecting and monitoring the nanotubes in live cells and laboratory mice, Cheng said.

"Because we can do this at high speed, we can see what's happening in real time as the nanotubes are circulating in the bloodstream," he said.

Findings are detailed in a research paper posted online Sunday (Dec. 4) in the journal Nature Nanotechnology.

The imaging technique is "label free," meaning it does not require that the nanotubes be marked with dyes, making it potentially practical for research and medicine, Cheng said.

"It's a fundamental tool for research that will provide information for the scientific community to learn how to perfect the use of nanotubes for biomedical and clinical applications," he said.

The conventional imaging method uses luminescence, which is limited because it detects the semiconducting nanotubes but not the metallic ones.

The nanotubes have a diameter of about 1 nanometer, or roughly the length of 10 hydrogen atoms strung together, making them far too small to be seen with a conventional light microscope. One challenge in using the transient absorption imaging system for living cells was to eliminate the interference caused by the background glow of red blood cells, which is brighter than the nanotubes.

The researchers solved this problem by separating the signals from red blood cells and nanotubes in two separate "channels." Light from the red blood cells is slightly delayed compared to light emitted by the nanotubes. The two types of signals are "phase separated" by restricting them to different channels based on this delay.

Researchers used the technique to see nanotubes circulating in the blood vessels of mice earlobes.

"This is important for drug delivery because you want to know how long nanotubes remain in blood vessels after they are injected," Cheng said. "So you need to visualize them in real time circulating in the bloodstream."

The structures, called single-wall carbon nanotubes, are formed by rolling up a one-atom-thick layer of graphite called graphene. The nanotubes are inherently hydrophobic, so some of the nanotubes used in the study were coated with DNA to make them water-soluble, which is required for them to be transported in the bloodstream and into cells.

The researchers also have taken images of nanotubes in the liver and other organs to study their distribution in mice, and they are using the imaging technique to study other nanomaterials such as graphene.

More information: Label-Free Imaging of Semiconducting and Metallic Carbon Nanotubes in Cells and Mice Using Transient Absorption Microscopy, Nature Nanotechnology.

Source: PhysOrg

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Cattolico, musulmano, buddista o kopimista? Già, da oggi, perlomeno in Svezia, esiste una nuova religione: quella dei seguaci della Church of Kopimism (da Kopimi, ovvero come si pronuncia copy me). E, come s’intuisce dal nome, il credo del movimento è presto detto: la comunità dei kopimisti riunisce 3.000 file sharer (cioè coloro che condividono di file)svedesi per i quali comunicazione e condivisione sono sacri, mentre sono da condannare controlli e spionaggi. “ L’informazione detiene un valore, in sé stessa e in quello che contiene”, si legge sul sito dell’organizzazione: “E il valore si moltiplica attraverso il copying. Copiare è perciò fondamentale per l’organizzazione e per i suoi membri”.

Gli adepti della neonata fede - consacrata proprio sotto Natale dall’autorità svedese Kammarkollegiet come vera e propria religione - avevano cominciato già nel 2010 le pratiche per vedersi riconosciuti ufficialmente. E adesso ci sono finalmente riusciti, in quello che per loro è “un passo verso il giorno in cui potremo vivere la nostra fede senza la paura della persecuzione”.

Anche se non esistono ancora vere e proprie professioni di fede o pratiche religiose. Per ora infatti il rituale è uno solo, come spiega a Wired.co.uk Isak Gerson, il leader spirituale del movimento: “Il nostro rito principale è quello di copiare e di connetterci l’un l’altro condividendo informazioni”. E aggiunge: “Solo l’essere stati riconosciuti dalle autorità svedesi ci aiuterà a rafforzare la nostra identità”.

A questo proposito, come si legge ancora sul sito, per diventare un adepto non occorre compilare un’adesione formale, ma solo sentirsi chiamati ad adorare la filosofia dell’informazione e del copying. Solo così di potrà diventare un kopimista, che Gerson sul suo sito definisce così: “Una persona che crede che tutte le informazioni debbano essere distribuite liberamente e senza restrizioni. La filosofia si oppone al copyright in tutte le sue forme e incoraggia la pirateria di tutti i tipi di media inclusi musica, film, programmi TV e software”. Questo non significa però che il copying e il file sharing potranno essere praticati liberamente in Svezia. Neanche per i kopimisti.

Fonte: wired.it

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Observatia a fost facuta de oamenii de stiinta de la Institutul pentru Cercetarea Oceanelor si a Atmosferei din cadrul Universitatatii din Tokyo în urma unui studiu desfasurat în anii 2008 si 2009.

Studiul, condus de profesorul Katsufumi Sato, a presupus echiparea unui numar de 21 de pasari marine, din specia Calonectris leucomelas, cu sisteme GPS pentru a le monitoriza comportamentul.

Păsările au un orar de zbor

Astfel, specialistii au observat ca o pasare, aflata la 100 de km de cuib a renuntat sa manânce cu trei ore înainte de apus, pentru a ajunge la timp acasa. De asemenea, o alta pasare, care era la 400 de km departare de cuib, si-a început calatoria cu 14 ore înainte, ajungând la destinatie chiar înainte de apus.

Aproximativ 70% dintre pasarile monitorizate au ajuns la cuib la maximum 3 ore dupa apus. Acest lucru indica faptul ca ele se ghideaza dupa un orar bine stabilit, având, cel mai probabil, un fel de interdictie de a zbura dupa apusul soarelui.

"Cumva, aceste pasari stiu exact la ce distanta sunt de casa si cât timp va dura calatoria spre cuib", a încheiat Sato.

Sursa: yomiuri - via descopera.ro

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For the first time, the team showed that light can be used to obtain information about the spin of electrons flowing over the material’s surface, and has even found a way to control these electron movements by varying the polarization of a light source.

The materials could open up possibilities for a new kind of devices based on spintronics, which makes use of a characteristic of electrons called spin, instead of using their electrical charge the way electronic devices do. It could also allow for much faster control of existing technologies such as magnetic data storage.

Topological insulators are materials that possess paradoxical properties. The three-dimensional bulk of the material behaves just like a conventional insulator (such as quartz or glass), which blocks the movement of electric currents. Yet the material’s outer surface behaves as an extremely good conductor, allowing electricity to flow freely.

This diagram illustrates how lasers can be used to control an electric current on these new materials. Electrons (blue spheres) travel, as if on a highway, in different directions, with their axis of spin (arrows) aligned differently according to the direction of travel. A circularly polarized laser beam (left) affects only electrons going in one direction, removing them from the flow, leaving a net flow — an electric current — going the other way. Photo: Gedik Group

The key to understanding the properties of any solid material is to analyze the behavior of electrons within the material — in particular determining what combinations of energy, momentum and spin are possible for these electrons, explains MIT assistant professor of physics Nuh Gedik, senior author of two recent papers describing the new findings. This set of combinations is what determines a material’s key properties — such as whether it is a metal or not, or whether it is transparent or opaque. “It’s very important, but it’s very challenging to measure,” Gedik says.

The traditional way of measuring this is to shine a light on a chunk of the solid material: The light knocks electrons out of the solid, and their energy, momentum and spin can be measured once they are ejected. The challenge, Gedik says, is that such measurements just give you data for one particular point. In order to fill in additional points on this landscape, the traditional approach is to rotate the material slightly, take another reading, then rotate it again, and so on — a very slow process.

Gedik and his team, including graduate students Yihua Wang and James McIver, and MIT postdoc David Hsieh, instead devised a method that can provide a detailed three-dimensional mapping of the electron energy, momentum and spin states all at once. They did this by using short, intense pulses of circularly polarized laser light whose time of travel can be precisely measured.

By using this new technique, the MIT researchers were able to image how the spin and motion are related, for electrons travelling in all different directions and with different momenta, all in a fraction of the time it would take using alternative methods, Wang says. This method was described in a paper by Gedik and his team that appeared Nov. 11 in the journal Physical Review Letters.

In addition to demonstrating this novel method and showing its effectiveness, Gedik says, “we learned something that was not expected.” They found that instead of the spin being precisely aligned perpendicular to the direction of the electrons’ motion, when the electrons moved with higher energies there was an unexpected tilt, a sort of warping of the expected alignment. Understanding that distortion “will be important when these materials are used in new technologies,” Gedik says.

The team’s high-speed method of measuring electron motion and spin is not limited to studying topological insulators, but could also have applications for studying materials such as magnets and superconductors, the researchers say.

One unusual characteristic of the way electrons flow across the surface of these materials is that unlike in ordinary metal conductors, impurities in the material have very little effect on the overall electrical conductivity. In most metals, impurities quickly degrade the conductivity and thus hinder the flow of electricity. This relative imperviousness to impurities could make topological insulators an important new material for some electronic applications, though the materials are so new that the most important applications may not yet be foreseen. One possibility is that they could be used for transmission of electrical current in situations where ordinary metals would heat up too much (because of the blocking effect of impurities), damaging the materials.

In a second paper, appearing today in the journal Nature Nanotechnology, Gedik and his team show that a method similar to the one they used to map the electron states can also be used to control the flow of electrons across the surface of these materials. That works because the electrons always spin in a direction nearly perpendicular to their direction of travel, but only electrons spinning in a particular direction are affected by a given circularly polarized laser beam. Thus, that beam can be used to push aside all of the electrons flowing in one direction, leaving a usable electric current flowing the other way.

“This has very immediate device possibilities,” Gedik says, because it allows the flow of current to be controlled completely by a laser beam, with no direct electronic interaction. One possible application would be in a new kind of electromagnetic storage, such as that used in computer hard drives, which now use an electric current to “flip” each storage bit from a 0 to a 1 or vice versa. Being able to control the bits with light could offer a much quicker response time, the team says.

This harnessing of electron behavior could also be a key enabling technology that could lead to the creation of spintronic circuits, using the spin of the electrons to carry information instead of their electric charge. Among other things, such devices could be an important part of creating new quantum computing systems, which many researchers think could have significant advantages over ordinary computers for solving certain kinds of highly complex problems.

Professor of physics Zhi-Xun Shen of Stanford University, who was not involved in this work, says the MIT team has confirmed the theorized structure of the topological surface by using their novel experimental method. In addition to this confirmation, he says, their second paper “is to date one of the most direct experimental evidences for optical coupling” between the laser and the surface currents, and thus “has interesting potential for opto-spintronics.”

Source: MIT

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Un elettrodo impiantato nel cervello, capace di stimolare i circuiti neuronali e limitare i sintomi della depressione. Fino a due anni dopo l’inizio della terapia. Sono questi i risultati raggiunti da Helen Mayberg della Emory University in Atlanta (Georgia) e del suo team di ricerca pubblicati su Archives of General Psychiatry. I primi a mostrare come la stimolazione elettrica del cervello riesce, a lungo termine, là dove le terapie tradizionali - farmacologiche e cognitive - contro la depressione profonda spesso falliscono. Anche se non si tratta ancora di una cura, precisano gli scienziati.

“Uno dei maggiori traguardi raggiunti negli ultimi dieci anni è stato capire che la depressione è una malattia che colpisce i circuiti cerebrali”, ha spiegato a Nature News Thomas Schlaepfer, psichiatria dell’ Università di Bonn, in Germania, che ha condotto ricerche simili a quelle svolte dai ricercatori statunitensi. Ma senza ottenere gli stessi risultati a lungo termine.

La differenza tra i due team riguarda i siti di stimolazione del cervello: i ricercatori tedeschi hanno impiantato degli elettrodi a livello del nucleus accumbens, mentre il gruppo di Atlanta li ha inseriti a livello dell’ area subcallosa del giro del cingolo. Entrambi però fanno parte dello stesso circuito cerebrale. L’idea alla base dello studio dei ricercatori statunitensi era quindi quella di agire su un target diverso da quello del team di Shlaepfer, ma che colpisse comunque lo stesso bersaglio, analizzando gli effetti su un lungo periodo di tempo.

Per farlo gli scienziati hanno reclutato 17 pazienti: 10 con disturbi depressivi maggiori, 7 affetti da disturbi bipolari, ai quali sono stati installati degli elettrodi nell’area subcallosa del cingolo (per effettuare una stimolazione profonda del cervello). Per escludere quindi un possibile effetto placebo gli scienziati hanno fatto credere ai partecipanti che solo metà di loro avrebbe ricevuto la stimolazione immediatamente dopo l’intervento, gli altri invece avrebbero dovuto aspettare 4 settimane. In realtà nessuno di loro ha ricevuto la stimolazione e i ricercatori, osservando i risultati, hanno potuto escludere eventuali effetti placebo dovuti all’inserimento degli elettrodi. Nessuno aveva infatti ottenuto miglioramenti.

Quando invece è iniziata la sperimentazione vera e propria, i ricercatori hanno osservato che dopo due anni di stimolazione continua, in undici dei dodici pazienti arrivati alla fine dell'intero ciclo, la terapia aveva eliminato o limitato a sintomi lievi i comportamenti depressivi. Sia nei pazienti con disturbi depressivi maggiori che quelli con disturbi bipolari. Non in tutti i casi comunque gli effetti del trattamento hanno cominciato a manifestarsi immediatamente dopo la stimolazione, a volte sono comparsi solo dopo un anno.

Tuttavia, prima dello sviluppo di una terapia antidepressiva basata sull’utilizzo degli elettrodi bisognerà aspettare ancora del tempo.

in primo luogo infatti, precisano i ricercatori, malgrado i risultati positivi ottenuti sul lungo termine dal team di Atlanta, non si può parlare ancora di una cura: i sintomi compaiono di nuovo se la stimolazione è interrotta. E poi, come spiega Schlaepfer bisogna ancora capire dove è meglio colpire: “Stiamo ancora cercando il bersaglio ottimale all’interno del circuito neuronale, così che il recupero possa essere più veloce per i pazienti”.

Fonte: wired.it

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By Napasechnik
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23/10/2018 @ 18:26:42
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