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 Trilingual World Observatory: italiano, english, română. GLOBAL NEWS & more... di Redazione
 
   
 
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 

Instead, the team has developed a way to improve air filter technology to specifically target influenza viruses, effectively stopping them beforethey get inside our bodies and make us ill. The nice thing about air filters is that they work both ways, so sick individuals wearing the modified filters will end up shedding less viruses into the environment too, which can also help reduce the rate of new infections.

In their study recently published online in the journal, Biomacromolecules, researchers Xuebing Li, Peixing Wu et al, point out that worldwide every year, on average, nearly 300,000 succumb to flu viruses. Millions more are sickened, which, aside from the suffering, translates into substantial economic losses.

Antibiotics don't work on viruses and so don't enter the equation, but there are numerous anti-viral drugs (amantadine, oseltamivir, rimantidine and zanamivir, to name a few) which, while initially effective, are beginning to lose some of their clout. It doesn't help that the little buggers are constantly mutating into new strains either, meaning pharmaceuticals and vaccines are always playing catch-up.

Since viruses can only replicate inside of living host cells, Li and his group reasoned that a new approach was needed to help stop these deadly pathogens from multiplying and hit upon an adaptation of the very mechanism viruses use to infect cells.When a virus targets a host cell, a protein which peppers its outer surface, hemagglutinin (HA), seeks out and binds to multiple sugars or glycans (the bound monosaccharides sialic acid and lactose- SL) on the host's membrane surface. The researchers found that the versatile linear polysaccharide, chitosan, made from the chitin found in crab and shrimp shells, was an ideal substance to bind SL to otherwise pristine filter fibers. As the diagram below shows, viruses now have to run a gauntlet of fibers festooned with the very substance they're attracted to, effectively stopping them in their tracks. That's news that should help all of us breathe just a little bit easier.

Source: GIZMAG

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Schianto scampato, stavolta. I rottami del satellite Uars, che per giorni hanno minacciato di caderci in testa, giacciono ormai in fondo all'Oceano Pacifico, anche se la Nasa non sa esattamente dove e a che ora siano precipitati, e probabilmente mai lo saprà. Ma il pericolo dei detriti spaziali non finisce con la fine della saga di Uars. C'è una quantità impressionante di spazzatura, lassù, che tiene in apprensione i tecnici delle agenzie spaziali.

Secondo il censimento dello United States Space Surveillance Network, intorno alla Terra ruotano almeno 22mila oggetti di dimensioni superiori a 10 centimetri. Mine vaganti, che viaggiano a una velocità di circa 28mila chilometri orari (quella necessaria per restare nell'orbita terrestre, ovvero 40 volte superiore alla velocità di crociera di un aereo). Sono costantemente monitorati da appositi sistemi radar, perché risulterebbero letali nell'impatto con qualunque attrezzatura spaziale. Ai pezzi grossi si aggiunge una marea di rifiuti più piccoli: centinaia di migliaia di frammenti superiori al centimetro, capacissimi di danneggiare una navicella o la Stazione spaziale internazionale, e almeno 300 milioni di pezzetti di pochi millimetri, in grado comunque di mandare in tilt le strumentazioni.

In quest'enorme discarica artificiale a cielo aperto, è il caso di dirlo, galleggia materiale di ogni tipo: satelliti ancora attivi (appena il 5 per cento), satelliti esausti, razzi abbandonati, rottami disintegratisi in mille pezzi, schegge, polveri, bulloni, borse degli attrezzi, persino guanti persi da astronauti. La situazione tende a peggiorare, perché ogni scontro tra i frammenti moltiplica ulteriormente la quantità di detriti, in una reazione a catena che rischia ben presto di precludere la viabilità nella fascia bassa, tra i 200 e i 2mila chilometri di altezza, la più affollata di rottami. A reiterare l'allarme, un recente rapporto del National Research Council americano: l'immondizia in orbita, dicono gli esperti, ha ormai raggiunto “ un punto di non ritorno” e rischia di distruggere costosissimi satelliti e navicelle spaziali. Per correre ai ripari si sta sperimentando di tutto: gigantesche reti da pesca, proposte dall'Agenzia spaziale giapponese Jaxa, arpioni, reti magnetiche o ombrelli raccogli-detriti, studiate dalla Defense Advanced Research Projects Agency (Darpa), per spingere i rifiuti verso l'atmosfera e farli bruciare oppure verso orbite più alte e più sicure. E ancora raggi laser e spazzini nucleari. Praticamente tutte le agenzie, compreso l' ente spaziale italiano ed europeo, sono impegnate nella ricerca di soluzioni per risolvere il problema, o perlomeno mitigare i rischi.

Intanto, ogni giorno piove qualche pezzo dal cielo di tutta questa ferraglia. Nella stragrande maggioranza dei casi, i detriti si polverizzano completamente nell'impatto con l'atmosfera, vera e propria tomba dello space debris.

I rientri di oggetti grandi come Uars - pericolosi perché non si disintegrano del tutto -capitano una volta all'anno, ma il Center for Orbital and Reentry Debris Studies calcola che circa 100-200 oggetti moderatamente grandi sfreccino sopra le nostre teste ogni anno. Fino ad oggi è andata bene: non hanno mai fatto male a nessuno. Solo una donna, unica nella storia, è stata sfiorata da un frammento spaziale nel 1997, un pezzo del booster del Delta II, mentre stava passeggiando in un parco a Tulsa, nell'Oklahoma (non s'è fatta niente, ha raccontato, solo un picchiettio sulla spalla). D'altronde, la probabilità che un frammento spaziale colpisca qualcuno è una su 3.200. Vale per l'intera popolazione mondiale. Il rischio di ciascun individuo è inferiore a uno su un trilione. Praticamente prossimo allo zero (molto, molto più alta la probabilità di essere colpiti da un fulmine, che è una su un milione). Nei rientri controllati, in cui il veicolo ha ancora abbastanza propellente, il satellite viene posizionato su una traiettoria prestabilita, in modo che precipiti in mare (o in una zona disabitata). Nei rientri fuori controllo, dovuti al naturale decadimento della rotta orbitale, com'è stato nel caso di Uars, è più difficile, se non impossibile, fare previsioni sulla pioggia di frammenti.

Spesso va di fortuna, considerato che la superficie terrestre è ricoperta per il 70 per cento di acqua e la densità abitativa non è omogenea. Ma ci sono state diverse occasioni in cui la tragedia è stata sventata per un pelo. In particolare, hanno dato il batticuore il rientro delle 74 tonnellate dello Skylab, che nel 1979 ha prodotto una pioggia di rottami, delle dimensioni anche di 2 metri, dall'Oceano Indiano all'Australia, e ancora più pericoloso il rientro programmato della stazione spaziale russa Mir, il 23 marzo 2001: per un errore in fase di rientro, parte delle sue 136 tonnellate (molto più pesante di Uars) si sono sparse su duemila chilometri quadrati nella parte est dell'Australia, fortunatamente una zona quasi disabitata. L'apprensione è stata tale da spingere il governo russo a sottoscrivere un'assicurazione da 200 milioni di dollari per rispondere di eventuali danni a cose o persone. Già, perché non succede. Ma se succede un incidente a causa di un detrito spaziale, chi paga il conto? In generale, infatti, i satelliti in disuso non sono più coperti da polizze. Tuttavia, esistono convenzioni internazionali sulla responsabilità del danno causato da oggetti spaziali che regolamentano questi sinistri un po' particolari.

Se avete sottoscritto un'assicurazione su un immobile, potete dormire sonni tranquilli: la caduta dei rottami spaziali in genere è compresa nella copertura antincendio, dove si fa esplicito riferimento alla “ caduta di aeromobili, satelliti e meteoriti” o generici oggetti caduti dall'alto.

E in ogni caso, se viene coinvolto un paese straniero, c'è sempre la  Convention on International Liability for Damage Caused by Space Objects, che obbilga a ripagare i danni a persone o cose causati da oggetti spaziali . Per chi non volesse farsi trovare impreparato, la prossima volta, può consultare periodicamente il calendario dei prossimi rientri spaziali. Il più atteso? Il suicidio del mitico Hubble Space Telescope, che verrà dismesso nel 2014: lascerà le stelle per gettarsi per sempre tra le onde del mare.

Fonte: daily.wired.it

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În centrul multor galaxii se gasesc gauri negre gigantice. Dimensiunile acestora sunt greu de identificat, deoarece gaurile negre supermasive sunt învaluite în nori de praf. Acesti nori, spun cercetatorii, ar putea fi esentiali pentru dezvoltarea vietii.

Viaţa pe Terra, posibilă graţie planetelor distruse de o gaură neagră gigant

Potrivit unei echipe de cercetatori de la Universitatea din Leicester, acesti nori misteriosi ar putea fi formati ca urmare a unor coliziuni ale planetelor sau asteroizilor, aceste impacturi fiind provocate de gravitatia exercitata de gaurile negre. Un proces similar exista si în sistemul nostru solar, ciocnirea dintre asteroizi si comete ducând la aparitia prafului zodiacal.

Cercetatorii denumesc acest conglomerat format din resturi de planete si asteroizi drept "nori super Oort". Acest nume provine de la gigantul nor de praf si roci de la marginea sistemului nostru solar. Noua lor ipoteza se bazeaza pe o serie de cercetari recente cu privire la formatiunile stelare din apropierea gaurii negre Sagittarius A* (gaura neagra situata în centrul galaxiei noastre).

Ca urmare a prafului rezultat în urma ciocnirii dintre planete si asteroizi, gaurile negre sunt blocate si nu mai pot "înghiti" din Univers. Astfel, planetele care se formeaza în apropierea gaurilor negre sunt victime sigure ale acestora, însa nasterea lor aduce un beneficiu major vietii din cosmos.

Daca teoria cercetatorilor este adevarata, înseamna ca formarea planetelor în jurul lui Sagittarius A* a influentat în mod direct Terra, distrugerea lor de catre aceasta gaura neagra facând posibila viata pe planeta noastra.

Cercetatorii au concluzionat: "o mai buna întelegere a originii acestui nor de praf aflat în centrul galaxiilor ne va duce cu un pas mai aproape spre rezolvarea misterului gaurilor negre gigant".

Sursa: io9 & descopera.ro

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In addition to its renewable energy generating capabilities, the landmark tower would provide an observation deck, meeting space, office space, a museum, and parking. The lace-like skyscraper combines practical mixed use space with the ability to produce an impressive amount of clean power for the city.

Inspiration for the Taiwan tower’s design came from woven bamboo or bamboo scaffolding – a meshed exterior encases all the programmatic elements. The weaving of the structure creates an intricate pattern and a series of voids that offer views of the city.

The gaps between the mesh also provide space to install 600 wind turbines for a total of 6 MW. These small vertical axis wind turbines are quiet and sculptural – as opposed to large, noisy turbines. The landmark tower’s Eddy turbine-studded facade doubles as a power plant that generates energy for the city. Visitors to the landmark tower will enjoy views of the city and cultural events from a building wrapped with renewable energy-generating turbines.

Source: NL Architects & InHabitat

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The Desertec Industrial Initiative (DII), a coalition of companies including E.ON, Siemens, Munich Re and Deutsche Bank, announced at its annual conference being held in Cairo on Wednesday that "all systems are go in Morocco", with construction of the first phase of a 500MW solar farm scheduled to start next year. The precise location of the €2bn plant is yet to be finalised, but it is expected to be built near the desert city of Ouarzazate. It will use parabolic mirrors to generate heat for conventional steam turbines, as opposed to the photovoltaic cells used in the UK.

The 12 square kilometre Moroccan solar farm will, said Paul van Son, Dii's chief executive, be a "reference project" to prove to investors and policy makers in both Europe and the Middle East/North Africa (MENA) region that the Desertec vision is not a dream-like mirage, but one that can be a major source of renewable electricity in the decades ahead.

Van Son described Desertec as a "win-win" for both Europe and MENA, adding that the Arab spring had created both opportunities and "questions" for the ambitious project. Discussions are already underway with the Tunisian government about building a solar farm, he said, and Algeria is the next "obvious" country, due to its close proximity to western Europe's grid. Countries such as Libya, Egypt, Turkey, Syria and Saudi Arabia are predicted to start joining the network from 2020, as a network of high voltage direct current cables are built and extended across the wider region.

German companies and policymakers have dominated the Dii conference, reflecting the nation's recent decision to totally phase out nuclear power by 2022 in reaction, in part, to the Fukushima nuclear disaster in Japan in March. By comparison, not a single representative from the UK was at the conference.

Jochen Homann, the state secretary at Germany's Federal Ministry for Economics and Technology, told the conference: "We undertook major reforms in German energy policy this summer and Desertec opens up an opportunity for us. We want to enter the age of renewables with sustainable sources of electricity supplying 80% of our power generation by 2050. As we accelerate our phase-out of nuclear power, we need to safeguard an affordable supply of electricity and we will be interested in importing renewables supplies in the future. Germany's government will continue to support Desertec. It is an inspiring vision which is good for foreign, climate and economic policies."

But Homann stressed there would be "pre-conditions" for guaranteeing long-term support from the Germany government. He said there must be "liberalisation" of the energy markets across the MENA region: "North Africa still provides huge subsidies for fossil fuels. There will need to be regulatory improvements. Only then will renewables be able to compete and a common market created. And other European states must participate, too."

Hassan Younes, Egypt's minister of electricity and energy, told the conference that Egypt was keen to participate and that it hoped to have a 1,000MW windfarm built by 2016 in the Gulf of Suez, adding to the 150MW "hybrid" gas-solar power plant that opened 100km south of Cairo earlier this year.

The conference was told via a Dii promotional video that the network of solar and windfarms across the MENA region would help to "halt migration" into Europe, by fast-tracking the rise of the region's youthful population out of poverty and unemployment.

The Desertec plan was welcomed by many in Germany, including chancellor Angela Merkel. However, some German critics argued that the concept of transmitting solar power from Africa to Europe was not proven and that a billion dollar project does not fit in to the country's green energy plan.

German development NGO Germanwatch raised concerns that local people should benefit from the scheme, though Desertec representatives said the energy generated will first be used by the people of north Africa before being exported. Andree Böhling, energy expert at Greenpeace Germany, said: "We have to avoid European companies getting their hands on local resources, therefore we will follow the project carefully."

• This article was amended on 3 November 2011 to remove an incorrect reference to Germanwatch and neocolonialism

Source: Guardian

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Non ci crederete ma esistono ancora persone che hanno un cellulare che fa solo telefonate e manda sms, non scatta foto, non registra video, non naviga e non condivide su Facebook. Ci sono persone che in macchina hanno un vecchio stereo con cui ascoltano la colonna sonora di Rocky su cd, che usano lo spazzolino manuale e la scopa per raccogliere lo sporco.

Ci sono persone che vivono come vivevamo fino a 4 anni fa e che non hanno nessuna fretta di essere al passo con i tempi, musicali e tecnologici. Stranamente non sono interessate agli andamenti dei social network e dei nuovi gadget e, per sapere se siete in casa, arrivano al portone e citofonano. Sono persone sospette delle quali diffidare. Alcune quando tornano dall’ufficio non si materializzano sui social per raccontare la loro nefasta giornata di lavoro o per anticipare i grandi progetti per la serata. Un danno enorme per il povero Zuckerberg, che continua a sviluppare nuove applicazioni sperando inutilmente di ingolosirli.

Gli antichi restano incomprensibili, come i canadesi. In Canada non esiste l’espressione parcheggio in doppia fila perché lì questo sport non si pratica. Saranno troppo presi dagli orsi, gli indiani e la neve, ma anche così retrò da sembrare moderni. Ve lo immaginate di vivere in un posto così? Magari anche silenzioso e con l’aria tersa, dove la gente si saluta calorosamente per strada e dove si può lasciare in macchina il giubbotto senza temere che qualcuno sfondi il finestrino per rubarlo.

Però poi a pensarci bene farebbe strano. Un po’ come quando si passa per la Svizzera, così pulita, così ordinata. Potrebbe facilmente venire a noia vivere in un posto del genere. La gente troppo educata è sospetta.  Senza contare che l’auto in doppia fila apre scenari interessanti legati ai numeri dell’occupazione. Ci sono ristoranti che offrono il servizio della doppia fila per i clienti che non hanno voglia di girare in tondo, con tanto di addetto alla gestione crisi. E non si contano i vigili urbani, i rimorchiatori, gli stampatori di libretti delle multe, i costruttori di ganasce, i riparatori di finestrini distrutti da qualcuno con la presunzione di recuperare la propria macchina bloccata. Insomma diciamo la verità: senza la doppia fila avremmo un sacco di disoccupati in più. E non dimentichiamo che non ci sarebbe più nessun motivo di andare a visitare il Canada.

Fonte: daily.wired.it - Licenza Creative Commons

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În urma unor teste efectuate în mai multe spitale, s-a observat ca pacientii ale caror celule canceroase erau aproape de stadiul de autodistrugere au raspuns mult mai bine la chimioterapie.
De exemplu, în unele tumori celulele se divid cu rapiditate, cum este cazul cancerului pancreatic, care este extrem de rezistent la chimioterapie. Pe de alta parte, în cazul leucemiei mieloide cronice, cresterea este lenta, iar tratamentul chimioterapic este mai eficient.

Un test va indica pacienţii care au şanse de a se vindeca de cancer prin chimioterapie

Cu toate acestea, indiferent cât de repede se divid celulele cenceroase, probabilitatea ca ele sa raspunda la chimioterapie depide de "dispozitia" lor de a se autodistruge. Fenomenul de "sinucidere celulara" poarta numele de apoptoza si este un fenomen natural, dar care la celulele canceroase este perturbat.

Testele au vizat pacienti care sufereau de mielom multiplu, leucemie acuta mieloida, leucemie acuta limfocitara si cancer ovarian. Procesul a implicat prelevarea unor celule canceroase si expunerea lor la proteine care stimuleaza apoptoza. La celulele care sunt deja aproape de apoptoza, membranele mitocondriilor (organite celulare care produc energie) încep sa se rupa si capteaza o cantitate mai mare de colorant fluorescent (folosit pentru evidentierea celuleleor canceroase în preparatele microscopice) decât în alte cazuri.

Desi testul implica metode de cercetare complicate, având în vedere ca presupune analizarea celulelor vii, specialistii cred ca el se va dovedi practic pentru stabilirea exacta a pacientilor care vor raspunde bine la tratamentul chimioterapic.

Sursa: Technology Review & descopera.ro

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Researchers reversed their age-related wrinkles, muscle wasting and cataracts, and it could lead to a fountain of youth for humans, too.

It sounds too wonderful to be true, but it's not science fiction. The researchers, who published their work today in Nature, made the mice youthful by manipulating their "senescent cells," which have retired and stopped dividing. That helps prevent tumors from forming, but they were also suspected of contributing to the ugly side of aging.

To find out whether removing the cells might keep us pretty and healthy as we grow old, the researchers genetically engineered mice to give them the ability to flush away all their senescent cells. And what do you know? Without them, the critters lost their age-related wrinkles (actually loss of skin fat that causes wrinkles, mice don't really get them), cataracts and muscle wasting.

The immune system clears out some of our senescent cells automatically, but not all of them, and they accumulate over time. Up to 10 percent of all cells in really old people are senescent.

It sounds so simple: all we have to do is get rid of our senescent cells for forever youth! But it's not that easy, of course. The scientists suggest developing a drug that could clear the cells, or an immune booster to make the natural process more efficient. But either would take years to develop.

One other caveat: the youthful mice didn't live longer than normal. So if a treatment for humans ever does come to fruition you might not live forever, but at least you'll look marvelous!

Source: GIZMODO

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Svezia, 1945: i 660 pazienti della clinica psichiatrica Vipeholm, a Lund, vengono sottoposti a una particolare dieta a base di zucchero e carboidrati per valutare le tipologia e la modalità di insorgenza delle carie. In 10 anni di studio clinico le arcate dentarie di ogni singolo paziente vengono praticamente polverizzate. Stati Uniti, 2004: l’equipe di ricerca della Food and Drug Administration analizza i dati clinici di 1,98 milioni di pazienti americani per valutare la possibilità che l’antidolorifico Vioxx, assunto da 20 milioni di americani, stia causando infarti letali. In pochi mesi lo studio di Grahm evidenzia un’incidenza di cardiopatie triplicata tra chi assume il farmaco, senza sottoporre un solo paziente a uno studio clinico controllato.

Questi due esempi, per quanto appartenenti a campi diversi, danno una chiara idea di come la ricerca medica sia cambiata (e stia cambiando) grazie alla digitalizzazione dei dati clinici dei singoli pazienti, sempre più spesso raccolti e rigorosamente archiviati dagli istituti medici, dagli enti di ricerca e dai singoli ambulatori dei medici di base.

C’è chi la chiama e-medicine, chi preferisce cloud medicine, il termine corretto sarebbe data mining based research. Ma il nome in realtà non ha tutta questa importanza, quello che conta sono le potenzialità insite in questo nuovo ambito di ricerca.

Il data mining utilizzato in ricerca medica si basa sull’utilizzo di algoritmi di apprendimento automatico, la cui utilità è quella di sfrondare significative quantità di dati in cerca di pattern che possano suggerire relazioni causali altrimenti impossibili da individuare. Facciamo un esempio: il farmaco A, se preso da solo, funziona efficacemente come antidepressivo, il farmaco B invece aiuta a ridurre il colesterolo. C’è la possibilità che, se presi in contemporanea, questi farmaci diano luogo a un pericoloso effetto collaterale che porta all’aumento del tasso glicemico sanguigno. Se abbiamo a disposizione un numero sufficientemente vasto di dati clinici, possiamo utilizzare degli algoritmi per ottenere una valutazione statistica dell’incidenza di questo effetto collaterale.

L’esempio che abbiamo fatto non è inventato, è il noto caso dell’aumento della glicemia dovuto alla somministrazione combinata di Paxil e Pravachol. Per valutare un simile pericolo (piuttosto serio se il paziente ha il diabete) non ci si sarebbe potuti affidare a un normale studio clinico, a meno di voler coinvolgere migliaia di pazienti, ottenerne il consenso informato, rimborsarli adeguatamente e aspettare mesi, se non anni, per ottenere dati rilevanti.

Insomma, l’obiettivo principale della cloud medicine è quello di velocizzare significativamente la ricerca in campo medico.

L’entusiasmo intorno a questo strumento cresce a vista d’occhio, non passa mese senza che spunti un nuovo algoritmo che consenta un’analisi più rapida ed efficace delle cartelle cliniche elettroniche, oltre che confronti incrociati con i dati genetici del paziente, i trattamenti farmacologici a cui è sottoposto e, in alcuni casi, il suo stile di vita. Lo sviluppo di questi nuovi algoritmi va di pari passo con quello di nuove tecnologie di indagine che stanno rendendo sempre più facile ottenere dati relativi al genoma e al proteoma dell’individuo.

Si potrebbe credere di essere a un passo da una radicale rivoluzione in campo medico. Purtroppo, invece, lo scenario in cui i dati clinici di milioni di persone verranno sfruttati per velocizzare lo sviluppo di terapie per malattie incurabili è ancora piuttosto lontano.

Gli ostacoli che a oggi rallentano la diffusione della cloud medicine sono diversi. In primo luogo c’è un problema di quantità. Per quanto la digitalizzazione delle cartelle cliniche sia alla portata di gran parte dei paesi occidentali, gli istituti che si dedicano ad una rigorosa archiviazione dei dati clinici dei propri pazienti sono ancora troppo pochi. Basti pensare che in Italia solo 4 ambulatori su 10 sono informatizzati (e solo 3 hanno una connessione adsl). E negli Stati Uniti, dove ci si aspetterebbe un terreno più fertile, la situazione non è poi così migliore: due ricerche condotte nel 2009 e nel 2010 rivelano infatti che, nonostante almeno la metà dei medici americani facciano uso di un sistema di archiviazione elettronico delle cartelle cliniche, solo il 10% si serve di un’archiviazione semantica degli Electronic Health Records (Ehr), funzionale a ricerche di data mining.

Il secondo ostacolo ha a che fare con la privacy e, naturalmente, con i giganteschi interessi economici che gravitano attorno alla ricerca medica e farmacologica. Se la cloud medicine può aiutare a determinare in poche settimane se l’assunzione combinata di due farmaci crei pericolosi effetti collaterali, può anche essere sfruttata per velocizzare il processo di approvazione di un nuovo farmaco. Se i dati sensibili che condividete in rete sono considerati oro per alcune compagnie della Sylicon Valley, provate a immaginare quanto può valere la vostra cartella clinica per una casa farmaceutica. Insomma gli interrogativi, in termini di privacy si sprecano: quali e quanti dati clinici possono essere resi pubblici? Le cloud mediche dovrebbero essere pubbliche o private? In che modo verrà assicurata l’anonimità delle diagnosi e dei trattamenti?

Mentre i fautori più entusiasti della cloud medicine si scervellano per trovare un sistema per eliminare il problema privacy, una valida alternativa potrebbe arrivare dal self-tracking.

I dati che migliaia di pazienti annotano di propria sponte su piattaforme come CureTogether, rappresentano una risorsa enorme per la ricerca medica, e se il numero di self-tracker aumentasse in modo significativo, la cloud medicine assumerebbe la forma di uno sconfinato laboratorio di ricerca sparso per la rete.

Ma anche in questo caso, un interrogativo rimane: nel caso in cui i dati condivisi spontaneamente dai pazienti portassero allo sviluppo di un nuovo rivoluzionario farmaco, chi sarebbe il detentore morale del brevetto? I pazienti che hanno condiviso la propria condizione, oppure la casa farmaceutica che ci macinerà sopra cifre milionarie?

Fonte: daily.wired.it

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PETMAN este un robot antropomorf conceput în scopul simularii fiziologiei umane. Acesta merge, face genoflexiuni si alte miscari tipice pe care le efectueaza un soldat pe câmpul de lupta, simulând perfect conditiile de utilizare a echipamentului.

De asemenea, robotul este programat pentru a «transpira» în interiorul hainelor, fiind capabil sa produca schimbari de temperatura si de umiditate care sa reflecte comportamentul corpului uman în diferite conditii.

Boston Dynamics afirma ca PETMAN este primul robot antropomorf capabil de miscari dinamice identice cu cele ale unui om. Pentru dezvoltarea acestuia, compania a colaborat cu specialisti de la mai multe institute de cercetare din SUA, printre care Midwest Research Institute, Measurement Technologies Northwest si Oak Ridge National Lab.

A fost dezvăluit PETMAN, robotul antropomorf folosit de armata SUA! (VIDEO)

Sursa: Boston Dynamics & descopera.ro

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sir are you encouraging people participate in some kind of game? ...where people give up their power? It never worked before .... that’s why I suggest instead of give up your power, exercise it from y...
05/10/2014 @ 08:45:09
By James Smith
Asta e marihoana nu?ei cine te poate opri so faci ,eu nu prefer astfel de fistractie deoarece am vazut ca dupa nu mai faci altceva fecit ca dormi bine,nu am incercat nu incerc dar nu opresc pe nimeni ...
30/09/2014 @ 09:34:56
By Miulesvu Corina Lucia
tovaraseilor .. nu confundati un sifonar sau turnator cuun ofiter sub acoperire.. e o mare diferenta ...
29/09/2014 @ 13:07:51
By Alex Andu
... deci şi Toma e securist, logic!
27/09/2014 @ 15:49:04
By Bogdan Sith Huşanu
Mai voinicilor,voi nu stiati ca inainte de 89,securistii erau omul si copacul,,ei acum sint si mai multi,cred ca au dat si lastari,ce naiba..!..
27/09/2014 @ 15:45:01
By Toma Pasculea
E greu de crezut că mişcă ceva de calibru în massmedia din orice ţară care să nu aibă vre-o treabă cu 'serviciile'. Cred că massmedia, instituţiile me...
27/09/2014 @ 15:41:52
By Alterul EgoulMeu
Manipulare, marca Basescu.
27/09/2014 @ 15:38:18
By Stela Andreica


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