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 Trilingual World Observatory: italiano, english, română. GLOBAL NEWS & more... di Redazione
 
   
 
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 

La notizia è arrivata a una sola settimana di distanza dal rumoroso lancio del nuovo Facebook: Zuckerberg e soci daranno vita a un Political Action Committee. Insomma, Facebook entra in politica. E, com’è tradizione presso le grandi compagnie della Silicon Valley, lo fa imboccando la porta sul retro, dando vita a un comitato che si occuperà esclusivamente di fornire appoggio economico a partiti e candidati politici in vista delle elezioni presidenziali del 2012.

Ma cosa si intende, esattamente, con Political Action Committee (Pac)? Sostanzialmente, si tratta di un gruppo privato che raccoglie donazioni con il fine di promuovere l’elezione di un candidato e, transitivamente, influenzare le decisioni politiche in determinati ambiti.

In una lettera inviata al quotidiano The Hill, Facebook fornisce la sua spiegazione ufficiale in proposito: “ Il Pac di Facebook darà ai nostri impiegati la possibilità di farsi ascoltare da quei candidati che condividono con l’obiettivo di promuovere il valore dell’innovazione nella nostra economia, dando al contempo alla gente il potere di condividere e rendere il mondo più aperto e connesso”

Giri di parole a parte, quello compiuto da Zuckerberg e soci è un passo obbligatorio se si vuole finanziare legalmente, e in modo consistente, un partito politico o un suo candidato.

Naturalmente Facebook non sta iniziando ora a esercitare la sua influenza sulla politica americana. Com’è costume diffuso nel campo dell’information-tecnology (e non solo), la compagnia di Mark Zuckerberg investe da anni centinaia di migliaia di dollari in lobbying, per fare pressione sulla politica e sulle istituzioni legislative. Se nel 2010 a Palo Alto avevano investito 350mila dollari in lobbying, nel 2011 gli investimenti di questo tipo hanno raggiunto quota 550mila dollari. Una cifra importante, senz’altro, ma ancora parecchio lontana dalla montagne di denaro con cui le altre aziende leader del settore riempiono le tasche dei loro lobbisti. Come si può notare in questa classifica redatta da OpenSecrets.org, Amazon e Apple investono cifre annuali almeno doppie rispetto a quella di Facebook, rispettivamente 1 e 1,3 milioni di dollari, mentre sul podio se la giocano Microsoft, Google e HP, con investimenti che orbitano intorno ai 3 milioni di dollari annui.

Qualcuno di voi si starà chiedendo: a cosa servono, nello specifico, tutti questi investimenti? Per capirlo, basta dare un’occhiata al lobbying report ufficiale di Facebook. Niente di particolarmente sorprendente, tra i campi di riferimento dei vari investimenti compaiono voci come: “ restrictions on Internet access by foreign governments”, “ Children's Online Privacy Protection Act”, “ freedom of expression on the Internet”, “ discussion of location-based services”, “ use social media to engage with citizens” etc.

Ora, con il lancio di una propria Pac, Facebook punta a ridurre ulteriormente la distanza tra l’azienda e Washington.

La legge americana consente alle Pac di donare fino a 5mila dollari per candidato a ogni elezione (primarie, mid-term e presidenziali sono da considerarsi separate), un massimo di 15mila dollari all’anno per ogni partito politico, più una quantità imprecisata di contributi alla campagna elettorale che possono essere erogati sotto forma di pubblicità o iniziative a supporto dei singoli candidati.

Questo, in parole povere, significa avere l’opportunità di investire milioni di dollari per assicurarsi la benevolenza e l’appoggio di una consistente fetta della politica americana. E questo ci porta all’inevitabile interrogativo: chi appoggerà Zuckerberg? Lunedì, mentre in Rete veniva pubblicato l’annuncio del lancio della Pac, sul canale Facebook Live compariva una videointervista ai giovani rampolli della classe politica repubblicana. C’è chi ha subito collegato le due cose e dedotto che Zuckerberg abbia intenzione di schierarsi dalla parte dell’ elefante. La realtà, è che quando si tratta di fare pressioni politiche, le differenze tra democratici e repubblicani si assottigliano.

Prendiamo Google, per esempio. Da sempre il colosso di Mountain View è considerato vicino ai democratici, e in particolare a Barack Obama. Se però si vanno confrontare le donazioni che il Pac di Google (attivo dal 2006) ha elargito nel corso della campagna per le elezioni mid-term del 2010, si noterà che BigG ha finanziato in misura praticamente identica repubblicani e democratici. Lo stesso vale per il più  generoso fra i colossi dell’informatica, Microsoft. 

E Apple? Apple per ora rimane l’unico giocatore a non servirsi ufficialmente di un Pac. Questo però non significa che non esista un flusso di denaro (e di pressione politica) tra Cupertino e Washington. Apple tiene a libro paga qualcosa come 16 lobbisti, tramite i quali l’azienda ogni anno investe centinaia di migliaia di dollari (nel 2008 era 1,7 milioni) per oliare a dovere gli ingranaggi legislativi. A questo si aggiungono le donazioni rivolte a specifiche campagne politiche (come i 100mila dollari per contrastare la normativa contro i matrimoni gay) e le donazioni effettuate dai singoli impiegati, che nel caso di Apple sembrano essere decisamente orientate (86,3%) a favore dei democratici.

Insomma, a giudicare da questo trend, pare che influenzare la politica attraverso gruppi di pressione, per una compagnia che opera nel settore dell’information technology, non sia tanto una scelta strategica, quanto una necessità. Un esempio: da qualche tempo è stata presentata una petizione che chiede alla Casa Bianca di eliminare i brevetti per i software, rei di essersi trasformati in “ un mezzo che, invece che favorire l’innovazione e la competitività dei mercati, soffoca l’innovazione e impedire la libera concorrenza”.

In questi giorni (articolo del 27 septembrie 2011 - di Fabio Deotto) la petizione ha superato le 5mila firme necessarie e passerà dunque al vaglio delle camere. Sarebbe un bel problema per tutte quelle aziende che hanno costruito le fondamenta su simili brevetti. Ma avendo speso montagne di denaro per oliare gli ingranaggi giusti, possono assicurarsi che qualcuno, alla Casa Bianca, si straccerà le vesti per salvare i loro brevetti.

Fonte: daily.wired.it

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By Admin (from 15/01/2012 @ 11:04:19, in ro - Stiinta si Societate, read 598 times)

Agentia Spatiala Americana a alocat fonduri importante pentru transpunerea în realitate a „razelor tractoare”, facute celebre în numeroase nuvele si filme de inspiratie S.F. între care se detaseaza seria Star Trek.

Mai multe genuri de raze tractoare au fost descrise în cadrul literaturii si cinematografiei S.F, dar în mod oficial lumea stiintifica nu a anuntat pâna în prezent ca acest concept de transport futurist ar fi devenit realitate.
Cu toate acestea, oficialii NASA iau fenomenul cât se poate de serios, si au anuntat recent ca au acordat în prima instanta fonduri în valoare de 100.000$ destinate cercetarii razelor laser cu proprietati tractoare.

NASA studiază serios „Raza Tractoare” (VIDEO)

"Cu toate ca pare o realizare imposibila, tehnologia generatoare de raze tractoare nu este cu mult deasupra tehnologiilor de ultima generatie de care dispunem în laboratoarele noastre. Tehnologia actuala s-a dovedit a avea un oarecare grad de succes, dar este limitata de costurile mari si de domeniul deocamdata restrâns de aplicatii. Pe de alta parte, un sistem de tractare pe baza optica, poate retine spre exemplu moleculele din atmosfera superioara si le poate atrage spre o nava spatiala de pe orbita. Cu alte cuvinte, am început deja sa facem progrese importante în domeniu", declara dr. Paul Stysley, cercertator în cadrul NASA's Goddard Space Flight Center.

Echipa sa a identificat pâna în prezent trei optiuni posibile pentru a captura si transporta pe viitor obiecte în spatiu.

Dintre toate acestea, se detaseaza asa numitele "raze solenoide", ale caror fascicole cu proprietati tractoare au fost demonstrate deja în experimente de laborator.

Sursa: BBC News & descopera.ro

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By Admin (from 15/01/2012 @ 08:09:12, in en - Science and Society, read 834 times)

The team of Professor Keon Jae Lee (Department of Materials Science and Engineering, KAIST) has developed fully functional flexible non-volatile resistive random access memory (RRAM) where a memory cell can be randomly accessed, written, and erased on a plastic substrate.

Memory is an essential part in electronic systems, as it is used for data processing, information storage and communication with external devices. Therefore, the development of flexible memory has been a challenge to the realization of flexible electronics.

Although several flexible memory materials have been reported, these devices could not overcome cell-to-cell interference due to their structural and material limitations. In order to solve this problem, switching elements such as transistors must be integrated with the memory elements. Unfortunately, most transistors built on plastic substrates (e.g., organic/oxide transistors) are not capable of achieving the sufficient performance level with which to drive conventional memory. For this reason, random access memory operation on a flexible substrate has not been realized thus far.

Recently, Prof. Lee's research team developed a fully functional flexible memory that is not affected by cell-to-cell interference. They solved the cell-to-cell interference issue by integrating a memristor (a recently spotlighted memory material as next-generation memory elements) with a high-performance single-crystal silicon transistor on flexible substrates. Utilizing these two advanced technologies, they successfully demonstrated that all memory functions in a matrix memory array (writing/reading/erasing) worked perfectly.

Prof. Lee said, "This result represents an exciting technology with the strong potential to realize all flexible electronic systems for the development of a freely bendable and attachable computer in the near future."

This result was published in the October online issue of the Nano Letters ACS journal.

Source: PhysOrg

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Immaginatevi un medico che non prescrive più farmaci, ma consiglia piuttosto qualche ora di videogame al giorno. Un'assurdità? Forse, ma qualcuno negli Stati Uniti sta davvero provando a trasformare i giochi interattivi in vere e proprie terapie. Č il caso di Brain Plasticity, un istituto di ricerca che ha chiesto alla  Food and Drug Administration (Fda) di valutare uno dei suoi software destinato a aiutare chi soffre di schizofrenia.

Nel 2012 verranno avviati i primi test di controllo per verificare se è davvero possibile equiparare gli effetti di un videogioco a quelli di una terapia farmacologica. Brain Plasticity vuole infatti arruolare 150 persone affette da disturbi cognitivi in 15 diversi stati e invitarli a giocare con il suo software per un'ora al giorno al di fuori dei fine settimana. Dopo sei mesi di prove, nel caso i partecipanti riscontrassero dei miglioramenti nella qualità della vita, il centro di ricerca farà quindi domanda alla Fda per ottenere la commercializzazione come prodotto terapeutico.

La caratteristica chiave dei software terapeutici, come spiega il New Scientist, sarebbe quella di aiutare chi soffre di schizofrenia a superare le difficoltà di apprendimento e sviluppo della memoria comportate dal disturbo. L'obiettivo di Brain Plasticity è quello di capire se qualche ora di attività di fronte allo schermo di gioco possa fare meglio delle terapie a base di farmaci. Un tentativo affatto facile, visto che non tutta la comunità scientifica ritiene che i videogame possano essere utili in questi casi.

Lo aveva dimostrato nel 2010 uno studio pubblicato su Nature, in cui 11.403 partecipanti erano stati sottoposti per 6 settimane a una serie di test pensati per valutare gli effetti del brain training su capacità cognitive chiave, come ragionamento, memoria, livello di attenzione e capacità di interazione con lo spazio. Analizzando i risultati non c'era stata alcuna traccia sensibile di miglioramento. Ecco perché, qualche giorno fa, gli esperti in materia si sono incontrati all' Escons (Entertainment Software and Cognitive Neurotherapeutics Society) per cercare di capire se questo campo di ricerca abbia o meno un futuro.

Ma valutare l'efficacia di un videogame non è semplice. Anche lo studio pubblicato su Nature ha infatti ricevuto molte critiche per il fatto di aver testato gli effetti del brain training solo su soggetti sani. Inoltre, definire le caratteristiche terapeutiche - se esistessero - di un singolo videogioco potrebbe richiedere anni di studio. Un tempo davvero troppo lungo se si pensa che i software di questo tipo potrebbero venire aggiornati con grande frequenza. L'unica vera soluzione sarebbe quella di definire dei criteri generali che tutelino la qualità dei prodotti videoludici, come già fatto per le linee guida stilate dall'Fda per certificare le app mediche.

Fonte: daily.wired.it

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Cercetatorii din China sustin ca au descoperit o cale de a produce mari cantitati de albumina serica umana (ASU, o proteina din sânge care este utilizata pe scara larga în producerea de vaccinuri si medicamente), din boabe de orez.

În urma unui studiu, specialistii au gasit o modalitate de a produce proteina din seminte de orez, reusind totodata sa o purifice. Astfel, din fiecare kilogram de orez rezulta aproape 2,75 grame de albumina. Proteina a fost testata pe soareci, cercetarea aratând ca albumina din orez avea acelasi efect ca cea extrasa din sângele uman.

Orezul modificat genetic, o nouă sursă pentru obţinerea unei proteine din sângele uman

Albumina serica umana este utilizata în spitale pentru resucitarea pacientilor care au nevoie de fluide, atunci când acestia au pierdut mult sânge sau au suferit arsuri. Conform autorilor studiului, descoperirile sugereaza ca aceste boabe de orez transgenice ar putea fi o sursa eficienta pentru producerea albuminei, având capacitatea de a satisface cererea mondiala.

Desi testele pe orez sunt complete, metoda de extragere a ASU trebuie sa obtine o serie de aprobari de la autoritatile medicale pentru a putea fi utilizata pe scara larga.

Sursa: Fox News & descopera.ro

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Instead, the team has developed a way to improve air filter technology to specifically target influenza viruses, effectively stopping them beforethey get inside our bodies and make us ill. The nice thing about air filters is that they work both ways, so sick individuals wearing the modified filters will end up shedding less viruses into the environment too, which can also help reduce the rate of new infections.

In their study recently published online in the journal, Biomacromolecules, researchers Xuebing Li, Peixing Wu et al, point out that worldwide every year, on average, nearly 300,000 succumb to flu viruses. Millions more are sickened, which, aside from the suffering, translates into substantial economic losses.

Antibiotics don't work on viruses and so don't enter the equation, but there are numerous anti-viral drugs (amantadine, oseltamivir, rimantidine and zanamivir, to name a few) which, while initially effective, are beginning to lose some of their clout. It doesn't help that the little buggers are constantly mutating into new strains either, meaning pharmaceuticals and vaccines are always playing catch-up.

Since viruses can only replicate inside of living host cells, Li and his group reasoned that a new approach was needed to help stop these deadly pathogens from multiplying and hit upon an adaptation of the very mechanism viruses use to infect cells.When a virus targets a host cell, a protein which peppers its outer surface, hemagglutinin (HA), seeks out and binds to multiple sugars or glycans (the bound monosaccharides sialic acid and lactose- SL) on the host's membrane surface. The researchers found that the versatile linear polysaccharide, chitosan, made from the chitin found in crab and shrimp shells, was an ideal substance to bind SL to otherwise pristine filter fibers. As the diagram below shows, viruses now have to run a gauntlet of fibers festooned with the very substance they're attracted to, effectively stopping them in their tracks. That's news that should help all of us breathe just a little bit easier.

Source: GIZMAG

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Schianto scampato, stavolta. I rottami del satellite Uars, che per giorni hanno minacciato di caderci in testa, giacciono ormai in fondo all'Oceano Pacifico, anche se la Nasa non sa esattamente dove e a che ora siano precipitati, e probabilmente mai lo saprà. Ma il pericolo dei detriti spaziali non finisce con la fine della saga di Uars. C'è una quantità impressionante di spazzatura, lassù, che tiene in apprensione i tecnici delle agenzie spaziali.

Secondo il censimento dello United States Space Surveillance Network, intorno alla Terra ruotano almeno 22mila oggetti di dimensioni superiori a 10 centimetri. Mine vaganti, che viaggiano a una velocità di circa 28mila chilometri orari (quella necessaria per restare nell'orbita terrestre, ovvero 40 volte superiore alla velocità di crociera di un aereo). Sono costantemente monitorati da appositi sistemi radar, perché risulterebbero letali nell'impatto con qualunque attrezzatura spaziale. Ai pezzi grossi si aggiunge una marea di rifiuti più piccoli: centinaia di migliaia di frammenti superiori al centimetro, capacissimi di danneggiare una navicella o la Stazione spaziale internazionale, e almeno 300 milioni di pezzetti di pochi millimetri, in grado comunque di mandare in tilt le strumentazioni.

In quest'enorme discarica artificiale a cielo aperto, è il caso di dirlo, galleggia materiale di ogni tipo: satelliti ancora attivi (appena il 5 per cento), satelliti esausti, razzi abbandonati, rottami disintegratisi in mille pezzi, schegge, polveri, bulloni, borse degli attrezzi, persino guanti persi da astronauti. La situazione tende a peggiorare, perché ogni scontro tra i frammenti moltiplica ulteriormente la quantità di detriti, in una reazione a catena che rischia ben presto di precludere la viabilità nella fascia bassa, tra i 200 e i 2mila chilometri di altezza, la più affollata di rottami. A reiterare l'allarme, un recente rapporto del National Research Council americano: l'immondizia in orbita, dicono gli esperti, ha ormai raggiunto “ un punto di non ritorno” e rischia di distruggere costosissimi satelliti e navicelle spaziali. Per correre ai ripari si sta sperimentando di tutto: gigantesche reti da pesca, proposte dall'Agenzia spaziale giapponese Jaxa, arpioni, reti magnetiche o ombrelli raccogli-detriti, studiate dalla Defense Advanced Research Projects Agency (Darpa), per spingere i rifiuti verso l'atmosfera e farli bruciare oppure verso orbite più alte e più sicure. E ancora raggi laser e spazzini nucleari. Praticamente tutte le agenzie, compreso l' ente spaziale italiano ed europeo, sono impegnate nella ricerca di soluzioni per risolvere il problema, o perlomeno mitigare i rischi.

Intanto, ogni giorno piove qualche pezzo dal cielo di tutta questa ferraglia. Nella stragrande maggioranza dei casi, i detriti si polverizzano completamente nell'impatto con l'atmosfera, vera e propria tomba dello space debris.

I rientri di oggetti grandi come Uars - pericolosi perché non si disintegrano del tutto -capitano una volta all'anno, ma il Center for Orbital and Reentry Debris Studies calcola che circa 100-200 oggetti moderatamente grandi sfreccino sopra le nostre teste ogni anno. Fino ad oggi è andata bene: non hanno mai fatto male a nessuno. Solo una donna, unica nella storia, è stata sfiorata da un frammento spaziale nel 1997, un pezzo del booster del Delta II, mentre stava passeggiando in un parco a Tulsa, nell'Oklahoma (non s'è fatta niente, ha raccontato, solo un picchiettio sulla spalla). D'altronde, la probabilità che un frammento spaziale colpisca qualcuno è una su 3.200. Vale per l'intera popolazione mondiale. Il rischio di ciascun individuo è inferiore a uno su un trilione. Praticamente prossimo allo zero (molto, molto più alta la probabilità di essere colpiti da un fulmine, che è una su un milione). Nei rientri controllati, in cui il veicolo ha ancora abbastanza propellente, il satellite viene posizionato su una traiettoria prestabilita, in modo che precipiti in mare (o in una zona disabitata). Nei rientri fuori controllo, dovuti al naturale decadimento della rotta orbitale, com'è stato nel caso di Uars, è più difficile, se non impossibile, fare previsioni sulla pioggia di frammenti.

Spesso va di fortuna, considerato che la superficie terrestre è ricoperta per il 70 per cento di acqua e la densità abitativa non è omogenea. Ma ci sono state diverse occasioni in cui la tragedia è stata sventata per un pelo. In particolare, hanno dato il batticuore il rientro delle 74 tonnellate dello Skylab, che nel 1979 ha prodotto una pioggia di rottami, delle dimensioni anche di 2 metri, dall'Oceano Indiano all'Australia, e ancora più pericoloso il rientro programmato della stazione spaziale russa Mir, il 23 marzo 2001: per un errore in fase di rientro, parte delle sue 136 tonnellate (molto più pesante di Uars) si sono sparse su duemila chilometri quadrati nella parte est dell'Australia, fortunatamente una zona quasi disabitata. L'apprensione è stata tale da spingere il governo russo a sottoscrivere un'assicurazione da 200 milioni di dollari per rispondere di eventuali danni a cose o persone. Già, perché non succede. Ma se succede un incidente a causa di un detrito spaziale, chi paga il conto? In generale, infatti, i satelliti in disuso non sono più coperti da polizze. Tuttavia, esistono convenzioni internazionali sulla responsabilità del danno causato da oggetti spaziali che regolamentano questi sinistri un po' particolari.

Se avete sottoscritto un'assicurazione su un immobile, potete dormire sonni tranquilli: la caduta dei rottami spaziali in genere è compresa nella copertura antincendio, dove si fa esplicito riferimento alla “ caduta di aeromobili, satelliti e meteoriti” o generici oggetti caduti dall'alto.

E in ogni caso, se viene coinvolto un paese straniero, c'è sempre la  Convention on International Liability for Damage Caused by Space Objects, che obbilga a ripagare i danni a persone o cose causati da oggetti spaziali . Per chi non volesse farsi trovare impreparato, la prossima volta, può consultare periodicamente il calendario dei prossimi rientri spaziali. Il più atteso? Il suicidio del mitico Hubble Space Telescope, che verrà dismesso nel 2014: lascerà le stelle per gettarsi per sempre tra le onde del mare.

Fonte: daily.wired.it

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În centrul multor galaxii se gasesc gauri negre gigantice. Dimensiunile acestora sunt greu de identificat, deoarece gaurile negre supermasive sunt învaluite în nori de praf. Acesti nori, spun cercetatorii, ar putea fi esentiali pentru dezvoltarea vietii.

Viaţa pe Terra, posibilă graţie planetelor distruse de o gaură neagră gigant

Potrivit unei echipe de cercetatori de la Universitatea din Leicester, acesti nori misteriosi ar putea fi formati ca urmare a unor coliziuni ale planetelor sau asteroizilor, aceste impacturi fiind provocate de gravitatia exercitata de gaurile negre. Un proces similar exista si în sistemul nostru solar, ciocnirea dintre asteroizi si comete ducând la aparitia prafului zodiacal.

Cercetatorii denumesc acest conglomerat format din resturi de planete si asteroizi drept "nori super Oort". Acest nume provine de la gigantul nor de praf si roci de la marginea sistemului nostru solar. Noua lor ipoteza se bazeaza pe o serie de cercetari recente cu privire la formatiunile stelare din apropierea gaurii negre Sagittarius A* (gaura neagra situata în centrul galaxiei noastre).

Ca urmare a prafului rezultat în urma ciocnirii dintre planete si asteroizi, gaurile negre sunt blocate si nu mai pot "înghiti" din Univers. Astfel, planetele care se formeaza în apropierea gaurilor negre sunt victime sigure ale acestora, însa nasterea lor aduce un beneficiu major vietii din cosmos.

Daca teoria cercetatorilor este adevarata, înseamna ca formarea planetelor în jurul lui Sagittarius A* a influentat în mod direct Terra, distrugerea lor de catre aceasta gaura neagra facând posibila viata pe planeta noastra.

Cercetatorii au concluzionat: "o mai buna întelegere a originii acestui nor de praf aflat în centrul galaxiilor ne va duce cu un pas mai aproape spre rezolvarea misterului gaurilor negre gigant".

Sursa: io9 & descopera.ro

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In addition to its renewable energy generating capabilities, the landmark tower would provide an observation deck, meeting space, office space, a museum, and parking. The lace-like skyscraper combines practical mixed use space with the ability to produce an impressive amount of clean power for the city.

Inspiration for the Taiwan tower’s design came from woven bamboo or bamboo scaffolding – a meshed exterior encases all the programmatic elements. The weaving of the structure creates an intricate pattern and a series of voids that offer views of the city.

The gaps between the mesh also provide space to install 600 wind turbines for a total of 6 MW. These small vertical axis wind turbines are quiet and sculptural – as opposed to large, noisy turbines. The landmark tower’s Eddy turbine-studded facade doubles as a power plant that generates energy for the city. Visitors to the landmark tower will enjoy views of the city and cultural events from a building wrapped with renewable energy-generating turbines.

Source: NL Architects & InHabitat

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The Desertec Industrial Initiative (DII), a coalition of companies including E.ON, Siemens, Munich Re and Deutsche Bank, announced at its annual conference being held in Cairo on Wednesday that "all systems are go in Morocco", with construction of the first phase of a 500MW solar farm scheduled to start next year. The precise location of the €2bn plant is yet to be finalised, but it is expected to be built near the desert city of Ouarzazate. It will use parabolic mirrors to generate heat for conventional steam turbines, as opposed to the photovoltaic cells used in the UK.

The 12 square kilometre Moroccan solar farm will, said Paul van Son, Dii's chief executive, be a "reference project" to prove to investors and policy makers in both Europe and the Middle East/North Africa (MENA) region that the Desertec vision is not a dream-like mirage, but one that can be a major source of renewable electricity in the decades ahead.

Van Son described Desertec as a "win-win" for both Europe and MENA, adding that the Arab spring had created both opportunities and "questions" for the ambitious project. Discussions are already underway with the Tunisian government about building a solar farm, he said, and Algeria is the next "obvious" country, due to its close proximity to western Europe's grid. Countries such as Libya, Egypt, Turkey, Syria and Saudi Arabia are predicted to start joining the network from 2020, as a network of high voltage direct current cables are built and extended across the wider region.

German companies and policymakers have dominated the Dii conference, reflecting the nation's recent decision to totally phase out nuclear power by 2022 in reaction, in part, to the Fukushima nuclear disaster in Japan in March. By comparison, not a single representative from the UK was at the conference.

Jochen Homann, the state secretary at Germany's Federal Ministry for Economics and Technology, told the conference: "We undertook major reforms in German energy policy this summer and Desertec opens up an opportunity for us. We want to enter the age of renewables with sustainable sources of electricity supplying 80% of our power generation by 2050. As we accelerate our phase-out of nuclear power, we need to safeguard an affordable supply of electricity and we will be interested in importing renewables supplies in the future. Germany's government will continue to support Desertec. It is an inspiring vision which is good for foreign, climate and economic policies."

But Homann stressed there would be "pre-conditions" for guaranteeing long-term support from the Germany government. He said there must be "liberalisation" of the energy markets across the MENA region: "North Africa still provides huge subsidies for fossil fuels. There will need to be regulatory improvements. Only then will renewables be able to compete and a common market created. And other European states must participate, too."

Hassan Younes, Egypt's minister of electricity and energy, told the conference that Egypt was keen to participate and that it hoped to have a 1,000MW windfarm built by 2016 in the Gulf of Suez, adding to the 150MW "hybrid" gas-solar power plant that opened 100km south of Cairo earlier this year.

The conference was told via a Dii promotional video that the network of solar and windfarms across the MENA region would help to "halt migration" into Europe, by fast-tracking the rise of the region's youthful population out of poverty and unemployment.

The Desertec plan was welcomed by many in Germany, including chancellor Angela Merkel. However, some German critics argued that the concept of transmitting solar power from Africa to Europe was not proven and that a billion dollar project does not fit in to the country's green energy plan.

German development NGO Germanwatch raised concerns that local people should benefit from the scheme, though Desertec representatives said the energy generated will first be used by the people of north Africa before being exported. Andree Böhling, energy expert at Greenpeace Germany, said: "We have to avoid European companies getting their hands on local resources, therefore we will follow the project carefully."

• This article was amended on 3 November 2011 to remove an incorrect reference to Germanwatch and neocolonialism

Source: Guardian

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sir are you encouraging people participate in some kind of game? ...where people give up their power? It never worked before .... that’s why I suggest instead of give up your power, exercise it from y...
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Asta e marihoana nu?ei cine te poate opri so faci ,eu nu prefer astfel de fistractie deoarece am vazut ca dupa nu mai faci altceva fecit ca dormi bine,nu am incercat nu incerc dar nu opresc pe nimeni ...
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tovaraseilor .. nu confundati un sifonar sau turnator cuun ofiter sub acoperire.. e o mare diferenta ...
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... deci şi Toma e securist, logic!
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Mai voinicilor,voi nu stiati ca inainte de 89,securistii erau omul si copacul,,ei acum sint si mai multi,cred ca au dat si lastari,ce naiba..!..
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E greu de crezut că mişcă ceva de calibru în massmedia din orice ţară care să nu aibă vre-o treabă cu 'serviciile'. Cred că massmedia, instituţiile me...
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