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 Trilingual World Observatory: italiano, english, română. GLOBAL NEWS & more... di Redazione
   
 
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
By Admin (from 03/10/2011 @ 08:00:43, in it - Scienze e Societa, read 1060 times)

Detail-gatti gfp

Nei laboratori della Mayo Clinic College of Medicine, in Usa, un gruppo di ricerca ha fatto nascere tre gatti speciali. Si chiamano TgCat1, TgCat2 e TgCat3 e, oltre a diventare verdi se illuminati da luce ultravioletta, possiedono una caratteristica straordinaria: sono immuni dagli attacchi del virus dell’immunodeficienza felina (FIV). I tre gatti hanno acquisito questa resistenza grazie a un gene di macaco impiantato nel loro dna. Il gene in questione, chiamato TRIMCyp, sintetizza una proteina che attacca il virus felino proteggendo il sistema immunitario delle scimmie dall’infezione e sembra garantire lo stesso tipo di protezione anche ai globuli bianchi dei gatti.

Il Fiv agisce nello stesso modo dell’Hiv: aggredisce il sistema immunitario compromettendone il funzionamento e rendendo l’organismo più vulnerabile nei confronti di malattie e infezioni. Da quando è stato scoperto, il virus dell’immunodeficienza umana ha causato più di 30 milioni di morti e siamo ancora lontani dal trovare una cura efficace per debellare l’Aids. I felini non se la passano meglio: ogni anno, milioni di gatti contraggono il virus, e la sindrome interessa tutte le specie di questi animali, rappresentando un’ulteriore minaccia alla loro già critica sopravvivenza.

Ma per loro, e naturalmente per gli uomini, ci sono interessanti novità. Eric Poeschla e la sua equipe di ricerca della Mayo, assieme a colleghi della Yamaguchi University, in Giappone, hanno sperimentato con successo per la prima volta sui carnivori una tecnica di ingegneria genetica chiamata gamete-targeted lentiviral transgenesis: si tratta di prendere un gene estraneo e inserirlo tramite un lentivirus (virus a rna) nel dna di una cellula uovo non fecondata. Dopo averlo fertilizzato, l’uovo viene quindi impiantato nell’utero per avviare la gravidanza. Utilizzando questa tecnica, i ricercatori hanno impiantato 22 cellule uovo geneticamente modificate attraverso l’inserzione del gene di macaco in cinque gatte. Oltre a quello scimmiesco, nel dna dei felini è stato inserito anche il gene che porta alla sintesi della GFP, la proteina che nelle meduse dona fluorescenza verde (in questo caso necessaria per tracciare la presenza di TRIMCyp).

I 22 impianti hanno portato allo sviluppo di 12 feti, da tre dei quali sono nati TgCat1, TgCat2 e TgCat3. Anche se non tutte le gravidanze sono andate a buon fine, come si legge nello studio pubblicato su Nature Methods, il dna di 11 feti ha incorporato il gene estraneo, dimostrando l’efficacia della tecnica. Inoltre, uno dei tre gatti si è accoppiato dando alla luce cuccioli il cui dna possedeva il gene di macaco, dimostrandone l’ereditarietà. Dopo il parto, i ricercatori hanno subito cercato di capire se i gattini geneticamente modificati mostravano resistenza al Fiv, ma per farlo, il virus non è stato inoculato direttamente nei gatti bensì in colture di globuli bianchi prelevati dal loro sangue.
I risultati in vitro sono stati positivi: il TRIMCyp inserito nel dna felino sintetizzava proteine capaci di distruggere l’involucro esterno del Fiv, impedendogli l’attacco alle cellule immunitarie.

Anche se questo approccio non verrà utilizzato direttamente sugli uomini e sui felini (in altre parole non saremo ingegnerizzati con geni di macaco, né lo saranno i nostri gatti), servirà a capire in che modo determinati geni possono aiutare a sviluppare un’efficace terapia per combattere l’Aids. Ma nonostante l’entusiasmo generale, alcuni sono scettici di fronte alla possibilità di usare gatti come modello di studio umano. “È fantastico che siano stati creati gatti geneticamente modificati con questa tecnica - ha commentato su New Scientist Theodora Hatzjioannou dell’Aaron Diamond Aids Research Center di New York - ma le scimmie sono più utili nella ricerca sull’Aids perché il Siv (il virus che causa immunodeficienza nei primati, ndr) è evolutivamente  più vicino all’Hiv di quanto non lo sia il Fiv”.

Fonte: Galileonet.it - Riferimenti: Nature Methods doi:10.1038/nmeth.1703 - Via: Wired.it

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Canabisul - viitorul medicament impotriva fumatului, diabetului si a depresiilor.

O echipa de specialisti in farmaceutica a studiat compusii din canabis care se afla in corpul uman in mod obisnuit, incercand astfel sa descopere potentialul acestora in scopul realizarii unor tratamente medicale. Acestea includeau conditii de tratament pentru obezitate, diabet, depresii si dependente de anumite substante, printre care si nicotina.

Canabisul - viitorul medicament impotriva fumatului, diabetului si a depresiilor

Principalul factor care a stat la baza acestui studi, a fost descoperirea din anii 90, a endocannabinoidului.

Acesta a condus expertii la realizarea unor cercetari amanuntite asupra compusilor din cannabinoid si din canabis, pentru a putea fi utilizati in viitor la realizarea unor noi medicamente.  
“Creierul este plin de receptori cannabinoizi. Chiar si asa, nu este surprinzator faptul ca probleme medicale precum depresia si anxietatea, pot fi vindecate prin exploatarea acestor receptori cu ajutorul compusilor antidepresivi”, a declarat profesorul David Kendall, cercetator farmaceutic.

Deoarece acestia ajuta si la scaderea presiunii sangelui, se spera ca unii compusi derivati, sa ajute la realizarea unor medicamente pentru pacientii cu probleme de hipertensiune.

Sursa: ScienceDaily - Descopera.ro

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In order to realize the full potential of advanced biofuels that are derived from non-food sources of lignocellulosic biomass—e.g., agricultural, forestry, and municipal waste, and crops such as poplar, switchgrass and miscanthus—new technologies that can efficiently and cost-effectively break down this biomass into simple sugars are required. Existing biomass pretreatment technologies are typically derived from the pulp and paper industry and rely on dilute acids and bases to break down the biomass. The treated biomass product is then exposed to biological catalysts, or enzymes, to liberate the sugars.

A new class of solvents, referred to as ionic liquids, have been reported to be much more efficient in treating the biomass and enhancing the yield of sugars liberated from it. While ionic liquids are useful for breaking down biomass, they can also hinder the ability of the cellulases (usually derived from fungi) used to produce sugars after pretreatment. Ionic liquids are a liquid form of salt that will inactivate enzymes by interfering with the folding of polypeptides—the building-blocks of proteins. To help identify new enzymes that are tolerant of ionic liquids, researchers from the U.S. Department of Energy (DOE) Joint Genome Institute (JGI) and the Joint BioEnergy Institute (JBEI) at DOE's Lawrence Berkeley National Laboratory are turning to those found in the complete genome sequences of halophilic (salt-tolerant) organisms.

Salt-loving microbe provides new enzymes for the production of next-gen biofuels

As a test of a bioenergy-related application of DNA sequencing and enzyme discovery, US Department of Energy Joint Genome Institute researchers led by the DOE JGI Director Eddy Rubin, and colleagues from the Joint BioEnergy Institute at DOE's Lawrence Berkeley National Laboratory employed a cellulose-degrading enzyme from a salt-tolerant microbe that was isolated from the Great Salt Lake. Credit: David Gilbert, DOE JGI

As a test of this bioenergy-related application of DNA sequencing and enzyme discovery, researchers led by the Director of the DOE JGI, Eddy Rubin, and the Vice-President of the JBEI Deconstruction Division, Blake Simmons, employed a cellulose-degrading enzyme from a salt-tolerant microbe that was isolated from the Great Salt Lake. The microbe in question, Halorhabdus utahensis, is from the branch of the tree of life known as Archaea; H. utahensis was isolated from the natural environment at the Great Salt Lake and sequenced at the DOE JGI as part of the Genomic Encyclopedia of Bacteria and Archaea (GEBA) project.

"This is one of the only reports of salt-tolerant cellulases, and the only one that represents a true 'genome-to-function' relevant to ionic liquids from a halophilic environment," said Simmons of the study published June 30, 2011 in Green Chemistry. "This strategy enhances the  of identifying true obligatory halophilic enzymes." Such salt-tolerant enzymes, particularly cellulases, offer significant advantages for industrial utility over conventional enzymes.

In collaboration with Jerry Eichler from Ben Gurion University of the Negev in Israel they cloned and expressed a gene from H. utahensis in another haloarchaeal microbe, and were able to identify a salt-dependent enzyme that can tolerate high temperatures and is resistant to ionic liquids. "This project has established a very important link between genomic science and the realization of enzymes that can handle very demanding chemical environments, such as those present in a biorefinery," said Simmons.

The group plans to expand this research to develop a full complement of enzymes that is tailored for the ionic liquid process technology with the goal of demonstrating a complete biomass-to-sugar process, one they hope can enable the commercial viability of advanced biofuels.

Source: PhysOrg

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By Admin (from 02/10/2011 @ 08:00:39, in it - Osservatorio Globale, read 1227 times)

“Torna in libertà dopo solamente 15 anni”. Sappiamo poco della sua vicenda giudiziaria ma i titoli di quotidiani e telegiornali sembrano invitarci a commentare la notizia con la scontata laconica riflessione: “non esiste la certezza della pena”. La reazione sarebbe diversa se ci venisse spiegato che il protagonista dei fatti non è affatto libero, ma sconta la sua pena fuori dal carcere, lavorando all’esterno come previsto dall’articolo 21 dell’ordinamento penitenziario. La leggerezza con cui i media si occupano di carcere e di pene è diventata inaccettabile.

Lo hanno fatto notare, per prime, proprio due giornaliste, Ornella Favero direttrice di Ristretti Orizzonti e Susanna Ripamonti direttrice di Carte Bollate, che da anni si impegnano a diffondere informazioni puntuali sul carcere e sulle persone detenute, selezionando accuratamente i termini più appropriati, evitando con la stessa attenzione i toni pietistici e quelli allarmistici. Proprio all’interno delle redazioni carcerarie, quella padovana di Ristretti e quella milanese di Carte Bollate, è nata la proposta di un codice etico deontologico per i giornalisti che “trattano notizie concernenti cittadini privati della libertà o ex-detenuti tornati in libertà”: la “Carta di Milano del carcere e della pena”, approvata già dagli ordini di Lombardia, Emilia Romagna e Veneto.

Detail-giornalismo

Nelle due pagine del testo, che verrà presentato sabato 10 settembre a Palazzo Marino, non troviamo solo regole di buon senso o suggerimenti per una condotta politicamente corretta, ma esplicite informazioni, solitamente trascurate, che un giornalista dovrebbe impegnarsi a dare per far emergere anche l’aspetto rieducativo della pena, e non solamente quello punitivo: “dati statistici che confermano la validità delle misure alternative” (perché in pochi sanno che il tasso di recidiva tra le persone che hanno usufruito di misure alternative è dello 0,1% mentre per chi rimane in carcere è del 70%), “dati attendibili e aggiornati che permettano una corretta lettura del contesto carcerario” (67.000 detenuti per una capienza regolamentare di 45.000, circa la metà dei quali senza condanna definitiva), per fare degli esempi. Inoltre, è necessario "garantire al cittadino privato della libertà, di cui si sono occupate le cronache, la stessa completezza di informazione, qualora sia prosciolto".

“Troppo spesso i media parlano di carcere e di persone private della libertà in modo disinformato e le conseguenze ricadono pesantemente sui soggetti coinvolti. La Carta stabilisce due princìpi fondamentali che il giornalista è chiamato a rispettare: non è ammessa l’ignoranza delle leggi e deve essere rispettato il diritto all’oblio. Un giornalista non può confondere una misura alternativa decisa dal giudice per espiare la pena con la libertà di un detenuto, così come non può ripetutamente tornare a parlare del reato commesso da una persona che sta affrontando la delicatissima fase del reinserimento sociale”,  spiega Ripamonti. Resta ovviamente salvo il diritto di cronaca “per quei fatti talmente gravi per i quali l’interesse pubblico alla loro riproposizione non viene mai meno”, recita la Carta.

Fonte: Galileonet.it - Credit immagine: Genesio (Flickr)

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Studiul sugerează că noi medicamente anti-dependentă pot fi dezvoltate folosind versiuni sintetice ale cannabidiolului (CBD), o substantă din componenta marijuanei care activează acei receptori.

O substanţă din cannabis ar putea sta la baza unui medicament anti-dependenţă

Cercetătorii au crezut odinioară că receptorul, cunoscut sub numele de CB2, nu se găseste în creier si că CBD nu are efecte psihoactive. Dar un număr tot mai mare de studii sugerează contrariul. După tetrahidrocannabinol (THC), CBD este al doilea cel mai răspândit compus activ din marijuana.

Studiul a descoperit că, în cazul soarecilor, JWH133, un drog sintetic ce activează receptorul CB2, a redus administrarea de cocaină intravenoasă cu 50-60%.

JWH133 are unele caracteristici care îl transformă într-un potential tratament anti-dependentă. În timp ce soarecii cărora li s-au dat droguri precum cocaină si heroină preferau să îsi petreacă timpul în locul unde au avut experienta administrării drogurilor (aparent, asteptau o nouă doză), cei cărora li s-au administrat droguri de tip JWH133 nu au dezvoltat preferinte pentru anumite locuri. Dar nici nu le-au evitat pe cele unde au primit substantele, fapt întâlnit în cazul celor care au primit medicamente pe care le-au găsit neplăcute.

"Rezultatele sunt extrem de încurajatoare", sustine Antonello Bonci, director stiintific la National Institute of Drug Abuse.

Un studiu etnografic efectuat de Ric Curtis, seful catedrei de antropologie al Colegiului John Jay din New York sugerează că, de cele mai multe ori, dependentii au descoperit înaintea cercetătorilor potentialele proprietăti anti-dependentă ale marijuanei. Sondajele efectuate la nivel national în SUA au descoperit că în anii '90 a început declinul consumului de cocaină, dar a crescut consumul de marijuana. Curtis a descoperit de-a lungul studiilor sale că multi dependenti de crack au renuntat la acest viciu în favoarea marijuanei.

Alte studii sugerează că JWH133 poate preveni dezvoltarea unor plăci ale creierului asociate cu boala Alzheimer si totodată pare să aibă efecte antipsihotice.

Următorii pasi pe care cercetătorii îi vor face constă în studierea potentialelor efecte secundare ale JWH133, în speranta conceperii de medicamente care să ajute atât dependentii de cocaină, cât si persoanele afectate de Alzheimer.

Sursa: HealthLand.Time.com

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By Admin (from 01/10/2011 @ 11:00:08, in en - Science and Society, read 1075 times)

Percolating network of rods and spheres. (Credit: Image courtesy of Université du Luxembourg)

Physicists at the University of Luxembourg have developed a new method to improve the electrical conductivity of polymeric composites. Polymeric composites consist of two or more materials and are used for example to shield off electrostatics in airplanes. By introducing additives into polymeric composites, favorable properties can be achieved. For instance, they develop favourable electrical properties when reinforced with carbon nanotubes. Such composites are used to make flat-panel displays and solar cells more efficient.

The researchers in Luxembourg, in cooperation with scientists from the Netherlands, have studied the electrical percolation of carbon nanotubes in a polymer matrix and shown the percolation threshold -- the point at which the polymer composite becomes conductive -- can be considerably lowered if small quantities of a conductive polymer latex are added. The simulations were done in Luxembourg, while the experiments took place at Eindhoven University.

"In this project, the idea is to use as little as possible carbon nanotubes and still benefit from their favourable properties," says the project leader at the University of Luxembourg, Prof. Tania Schilling, "we have discovered that, by adding a second component, we could make use of the resulting interactions to reach our goal." By mixing finely dispersed particles, so-called colloidal particles, of differing shapes and sizes in the medium, system-spanning networks form: the prerequisite for electrically conductive composites.

The recent finding of the materials scientists of the University of Luxembourg was published in the peer-reviewed, scientific journal Nature Nanotechnology. This finding is a result of a cooperation of scientists at the University of Luxembourg, the Technische Universiteit Eindhoven and the Dutch Polymer Institute.

Source: Science Daily

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A dirlo è Matthew During e il suo gruppo di ricerca presso l’Ohio State University Medical Center, negli Usa, che da tempo indagano sugli effetti della socialità sulla salute. Secondo il loro ultimo studio, pubblicato su Cell Metabolism, un ambiente ricco di stimoli innescherebbe un meccanismo importante per bruciare in maniera efficace le calorie in eccesso: la trasformazione del grasso bianco (che immagazzina i lipidi) in grasso bruno (tipico dei neonati, che brucia i grassi per produrre calore). Finora solo l’esposizione a lunghi periodi di freddo sembrava in grado di attuare lo stesso processo fisiologico.

Detail-grasso bruno

La ricerca è stata condotta su alcuni topi a cui gli scienziati hanno rivoluzionato l’ambiente: gruppi di 15 o 20 individui sono stati posti in gabbie molto spaziose, attrezzate con ruote girevoli, percorsi con tunnel e labirinti, giochi in legno e materiale per costruire i nidi, oltre che con riserve illimitate di cibo e acqua. Per poter verificare e confrontare gli effetti dell’ambiente sulla salute dei topi, i ricercatori hanno mantenuto dei gruppi di controllo, ognuno costituito da 5 individui posti nelle normali condizioni di laboratorio (piccole gabbie con cibo e acqua a volontà, ma senza giochi).

Dopo quattro settimane, During ha notato che, a parità di cibo ingerito, i topi del primo gruppo non solo avevano preso meno peso rispetto agli animali di controllo –  come era logico aspettarsi – ma soprattutto avevano perduto quasi il 50 per cento del tessuto adiposo bianco addominale. Riduzione che non sembrava essere dovuta esclusivamente all’aumento di attività. Questi topi, infatti, presentavano una temperatura corporea più elevata, segnale di una maggiore quantità di energia prodotta e quindi di grasso bruno in aumento: un fattore che evita l’insorgere dell’obesità per eccessiva alimentazione.

Secondo During, l’interruttore biologico in grado di attuare questa conversione del grasso risiederebbe in un circuito neuronale che coinvolge l’ipotalamo. Un ambiente stimolante aumenta infatti la produzione di una proteina chiamata BDNF (brain-derived neurotrophic factor), implicata nel controllo dell’ingestione di cibo e nel bilancio energetico, in questa area cerebrale. L’aumento dei livelli di BDNF fa poi partire  alcuni segnali del sistema simpatico diretti alle cellule del grasso bianco. Tali segnali, a loro volta, attivano specifici geni per la produzione di grasso bruno, Prdm16 e Ucp1 (vedi Galileo: “Gli interruttori del grasso buono”).

Source: Cell Metabolism 10.1016/j.cmet.2011.06.020

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The New York Times reported Thursday that Tristane Banon, the French journalist who has accused disgraced ex-IMF chief Dominique Strauss-Kahn of attempting to rape her back in 2003, was questioned jointly with DSK at a Paris police station for over two hours. This, of course, is on the heels of the high-profile rape allegations against DSK made by a hotel maid in the U.S. According to the Times, "The joint questioning, a normal part of sexual assault cases in France, could represent a last legal step for prosecutors before either bringing formal charges, or dropping the case." How does this joint questioning work?

Cécile Dehesdin, a reporter at Slate's French sister site, Slate.fr, says that this joint questioning isn't mandatory. If the accused rapist denies the charges, according to a French organization for women devoted to helping rape victims, the alleged victim can accept the joint questioning, refuse it outright, or ask that the face-to-face happen, not with the police, but with the judge who will eventually be in charge of investigating the case. In France, unlike in the U.S., the judge (juge d'instruction) is in charge of investigating for both the alleged victim and the accused. DSK has called Banon's accusations of rape "imaginary and slanderous" in a recent interview. For her part, Banon has always said she relished the idea of facing DSK in person:

The police asked me if i'd agree to a face to face, of course I said yes. I'd like him to be facing me and telling me to my face that those are imaginary facts. I'd like to see him try and say that.

In this joint questioing, Dehesdin points out, the victim and alleged attacker are in the same room, but they don't address each other directly. They just answer the police or judge's questions. Whoever has conducted the questioning gives the information to the district attorney, who then decides if there is enough evidence to move forward with the case (updated to add: if the juge d'instruction has done the questioning, he doesn't need permission from the DA to pursue the case).

Even if the D.A. decides not to pursue the case, Banon has some recourse. Since she was questioned by police, she could refile the criminal complaint along with a civil complaint, and at that point the juge d'instruction would have to investigate. According to press reports in France, DSK did admit that he made a pass at her.

Source: Slate.com

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When fully developed as a hand-held, portable sensor, like something you might see in a science fiction movie, it will provide a whole diagnostic laboratory on a single chip.

The research could revolutionize the size, speed and accuracy of chemical detection systems around the world.

New findings on this "microfluidic sensor" were recently reported inSensors and Actuators B: Chemical, a professional journal, and the university is pursuing a patent on related technologies. The collaborative studies were led by Vincent Remcho, an OSU professor of chemistry, and Pallavi Dhagat, an assistant professor in the OSU School of Electrical Engineering and Computer Science.

The key, scientists say, is tapping into the capability of ferromagnetic iron oxide nanoparticles -extraordinarily tiny pieces of rust. The use of such particles in the new system can not only detect chemicals with sensitivity and selectivity, but they can be incorporated into a system of integrated circuits to instantly display the findings.

This diagram illustrates how a new sensor technology developed at Oregon State University might work using magnetic beads. (Credit: Graphic courtesy of Oregon State University)

"The particles we're using are 1,000 times smaller than those now being used in common diagnostic tests, allowing a device to be portable and used in the field," said Remcho, who is also associate dean for research and graduate programs in the OSU College of Science.

"Just as important, however, is that these nanoparticles are made of iron," he said. "Because of that, we can use magnetism and electronics to make them also function as a signaling device, to give us immediate access to the information available."

According to Dhagat, this should result in a powerful sensing technology that is fast, accurate, inexpensive, mass-producible, and small enough to hold in your hand.

"This could completely change the world of chemical assays," Dhagat said.

Existing assays are often cumbersome and time consuming, using biochemical probes that require expensive equipment, expert personnel or a complex laboratory to detect or interpret.

In the new approach, tiny nanoparticles could be attached to these biochemical probes, tagging along to see what they find. When a chemical of interest is detected, a "ferromagnetic resonance" is used to relay the information electronically to a tiny computer and the information immediately displayed to the user. No special thin films or complex processing is required, but the detection capability is still extremely sensitive and accurate.

Essentially, the system might be used to detect almost anything of interest in air or water. And the use of what is ordinary, rusty iron should help address issues of safety in the resulting nanotechnology product.

Rapid detection of chemical toxins used in bioterrorism would be possible, including such concerns as anthrax, ricin or smallpox, where immediate, accurate and highly sensitive tests would be needed. Partly for that reason, the work has been supported by a four-year grant from the Army Research Laboratory, in collaboration with the Oregon Nanoscience and Microtechnologies Institute.

However, routine and improved monitoring of commercial water treatment and supplies could be pursued, along with other needs in environmental monitoring, cargo inspections, biomedical applications in research or medical care, pharmaceutical drug testing, or even more common uses in food safety.

Other OSU researchers working on this project include Tim Marr, a graduate student in electrical engineering, and Esha Chatterjee, a graduate chemistry student.

The concept has been proven in the latest study, scientists say, and work is continuing with microfluidics research to make the technology robust and durable for extended use in the field.

Source: ScienceDaily

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By Admin (from 30/09/2011 @ 11:00:58, in ro - TV Network, read 2026 times)

 Cel mai cunoscut pictor norvegian, Edvard Munch (1863-1944), a fost un monument de anxietate, un simbol al suferintelor psihice transpuse într-o opera care graviteaza în jurul unei lucrari excesiv mediatizate. Biografia acestui artist, care admitea înca din tinerete ca a mostenit „semintele nebuniei” de la tatal sau, este tipica unui om bolnav care încearca sa-si gaseasca o identitate artistica si o liniste interioara care sa-l departeze de ganduri suicidale. Considerat un simbolist si un premergator al expresionismului, Edvard Munch este mereu în actualitate datorita lucrarii intitulate „Strigatul”, care continua sa intrige si sa farmece prin disperarea mesajului sau.

Pare incredibil, dar Strigatul lui Munch a starnit mai multe controverse decat opera de o viata a unor pictori contemporani. Uluitoare este si comparatia cu Mona Lisa a lui Leonardo da Vinci – din punct de vedere al notorietatii. Atat de obsedat a fost Munch de importanta mesajului transmis de chipul distorsionat care îsi striga disperarea, în timp ce soarele apune, încat a creat mai multe versiuni, toate la fel de pretioase.

Cele patru variante, în ulei pe panza si tempera, sunt detinute de Munch Museum, Galeria Nationala Norvegiana si de catre un colectionar particular norvegian. Prima realizare dateaza din 1893 si a fost intitulata „Strigatul naturii”. Acest titlu avea sa fie premonitoriu pentru ceea ce a urmat în legatura cu ecourile mereu inflamate ale operei. Nu vreau sa fiu malitios – nefiind decat un consumator de arta –, dar lucrarea este departe de a fi o capodopera a frumosului.

A epatat însa prin hidosenia personajului din prim-plan si prin sinceritatea dezarmanta a gestului: urletul acelei fiinte este autentic si parca îl si auzim. Este reactia unui om care este martorul unui cataclism si care, cu acea ocazie, îsi descopera vulnerabilitatea si iminenta mortii. În urma faimei dobandite, Munch a considerat necesar sa se explice. Pe scurt, pictorul spunea ca, aflat pe un pod, a vazut cum soarele apunand devine rosu si trimite „limbi de foc amenintatoare” pe cer. Instantaneu, lui i s-a parut ca sunt „fasii de sange ale naturii”, care-si striga astfel disperarea. Asa se face ca ceea ce era în sufletul unui om chinuit de angoasa se raspandea în mediul considerat ostil existentei sale.

De la aceasta metafora s-a ajuns la niste interpretari fabuloase, care merita mentionate, chiar daca eu personal cred ca sunt comentarii menite sa umfle notorietatea lucrarii. Astfel, am gasit comparatii cu exceptionala eruptie vulcanica din Krakatoa, petrecuta cu zece ani înainte. Norii de cenusa rezultati au colindat prin atmosfera terestra aproape un an si i-ar fi vazut si Munch. Fiinta schimonosita de groaza ar fi rezultatul inspiratiei pictorului din imaginea mumiilor peruviene pe care Munch le-a vazut la Expozitia Universala de la Paris, din 1889 (socanta fizionomie apare si în unele lucrari ale lui Paul Gauguin, un amic al norvegianului). Mai nou, unii critici spun ca o alta mumie a fost sursa, si anume una din Muzeul de istorie naturala din Florenta... Pardon de expresie, cam asa cresc preturile unor lucrari importante. Numai ca în posteritatea autorului maniaco-depresiv s-au petrecut si alte fapte care au atras atentia asupra Strigatului.

Doua variante ale sale au fost furate si s-a facut, evident, mare tam-tam în jurul disparitiilor. Mai mult, primul furt s-a petrecut chiar în ziua deschiderii Jocurilor Olimpice de iarna de la Lillehammer (Norvegia), la 12 februarie 1994! Sportivii au fost uitati, dar recuperarea tabloului a întarziat cu doi ani. În 2004, Strigatul a fost din nou furat si recuperat dupa un an. Prima oara, hotii au lasat la muzeu un biletel pe care scria: „Multumim pentru proasta securitate”.

PAUL IOAN - magazin.ro

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17/07/2019 @ 11:17:53
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