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 Trilingual World Observatory: italiano, english, română. GLOBAL NEWS & more... di Redazione
   
 
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 

While shoppers in minority religions may view malls and stores much differently: as central meeting places that "can play an active role in the creation of a sacred event."

The study, co-authored by Temple University Fox School of Business marketing professor Ayalla Ruvio, found that holiday consumption in dominant religious settings – such as Christians in the U.S. or Jews in Israel – can lead to greater frenzy and a "social tidal wave" that pushes people to excess during the holidays.

The researchers also found that consumers in minority or immigrant religions tend to seek the company of those who share their beliefs during holidays. For some, shopping outlets aren't shrines to spending. Instead, they can offer a gathering place for a "critical mass" in a religion to interact and temporarily overcome their minority religious status – creating a type of "marketplace sacralization."

"In effect, the marketplace, though normally viewed as profane and commercial, can, through the collective actions of religious devotees, be transformed into … a place of worship and fellowship," the authors wrote.

The researchers conducted 41 in-depth, in-home interviews with Muslims, Jews and Christians in the United States, Israel and Tunisia to examine consumers' behavior when their given religion represents either a majority, minority or immigrant faith. For example, Christians are a religious majority in the U.S., a minority in Israel, and an immigrant religion in Tunisia.

Some minority-religion consumers said they found comfort in marketplaces, or products, shared by those with similar beliefs. In one interview, a member of the Tunisian Jewish community used the animated Prince of Egypt movie to assist in his family's Passover observance. "Rather than the sacred being invaded by the secular, the sacred comes to inhabit the secular," the authors found.

In countries where a religious group was in the majority, the researchers found that the dominant religion experienced "consumption mass hysteria," which led to consequences of debt, drunkenness and overeating. Dominant religions also tend to view religious holidays as a time of national or ethnic glory and "perfection," while minority and immigrant religions report a stronger desire to preserve their traditions and customs, meaning these groups may be more orthodox in their observances.

Despite the many differences, the study found that, in every context and across the religious groups, participants emphasized charity and expressed the spiritual importance of helping others during the central holy days of Christmas, Ramadan and Passover.

Source: Temple University - via ZeitNews.org

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Molfetta, Lago di Vico e Colleferro. Ai siti tristemente noti come bacini di inquinamento derivante da armi chimiche, se ne aggiungono altri, come quello del golfo di Napoli o del mare Adriatico di fronte a Pesaro. A suggerirlo sono i documenti militari consultati dall’associazione ambientalista Legambiente, che domani presenterà in Senato il dossier nazionale Armi chimiche: un’eredità ancora pericolosa. In attesa di conoscere la mappa dettagliata dei siti a rischio, e le tecniche di monitoraggio e di bonifica necessarie a contenere i pericoli, Repubblica svela in esclusiva i luoghi e le storie (militari) portati alla luce dal report di Legambiente.

Si scopre così che a essere a rischio sono soprattutto gli ambienti e le popolazioni dell’ Italia centro meridionale, dove giacciono dalla Seconda guerra mondiale sostanze tossiche, irritanti e cancerogene come l’ iprite, la lewisite, l’ arsenico e il fosgene. Ma se da un lato si conosce, almeno in parte, che faccia abbia il pericolo, dall’altra manca ancora di capire esattamente quanto grande esso sia, vale a dire di conoscere le quantità di armi chimiche abbandonate sul suolo o seppellite sotto terra o in fondo al mare. L’unico modo per provare a capire l’entità del fenomeno è consultare i documenti militari. Esattamente quello che ha fatto Legambiente.

Si scopre così che i tedeschi, in ritirata incalzati dall’avanzata anglo-americana, scaricarono nel mare di fronte a Pesaro circa 4.300 bombe chimiche contenenti 1.316 tonnellate di iprite, cui si aggiungono 84 tonnellate di testate all’arsenico. Mentre subito dopo la fine del conflitto mondiale, sarebbero stati gli americani a utilizzare il Golfo di Napoli come sito per discarica, gettandovi bombe al fosgene, alla lewisite, proiettili (13mila) e barili all’iprite (438). Come spiegano Repubblica e Veleni di Stato, i dati arrivano dai cosiddetti rapporti Brankowitz, documenti militari resi pubblici e poi secretati di nuovo (durante l’amministrazione Clinton e poi quella di Bush, rispettivamente). 

Ma oltre al Golfo di Napoli e al mare Adriatico di fronte a Pesaro, il dossier di Legambiente mette in luce altri particolari di siti a rischio chimico più noti, già presi in considerazione da studi di monitoraggio e bonifica. Č il caso del basso Adriatico, che oltre alle bombe chimiche disperse in mare durante il secondo conflitto mondiale, nel 1999 è diventato anche il bacino di quelle sganciate dalla Nato durante la guerra in Kosovo. Per questa zona inoltre è stato già possibile stimare in parte il danno causato dall’inquinamento chimico (da iprite e arsenico) sui pesci, cui ora la regione Puglia cerca di rimediare con fondi destinati al ripopolamento.

Infine la mappa del rischio colpisce anche zone in passato dichiarate bonificate, in cui più recentemente è stata rivelata la presenza di inquinanti. Č il caso di Ronciglione, cittadina del viterbese sul lago di Vico, che in passato, durante il fascismo, ospitò fabbriche per la produzione di armi chimiche. E sempre legato all’industria è il caso di Colleferro, in provincia di Frosinone, dove però, a differenza di Ronciglione, la produzione di armi chimiche non sarebbe così lontana nel tempo (con  rifornimenti diretti in tempi recenti verso l’Iraq e la Libia, come riportano Repubblica e Veleni di Stato).  

Fonte: Wired.it

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Ma Mountain View risponde: "Un errore, abbiamo risolto il problema".

Google e gli sviluppatori di app per Facebook, oltre ad almeno tre agenzie di pubblicità online, hanno l’abitudine di violare le impostazioni di sicurezza e privacy di Safari per installare file di testo con informazioni sulla navigazione (cookies) su Mac e iPhone. O almeno avevano: la notizia è stata divulgata dal Wall Street Journal, secondo cui Google, che per altro è parte del progetto sulla Tracking Protection del W3C, avrebbe interrotto la procedura dopo essere stata contattata dal giornale. Un consulente tecnico del Wsj ha verificato che la protezione di Safari viene bypassata in oltre venti dei cento principali siti.

Cupertino ha progettato Safari, oggi il più diffuso browser mobile, in modo tale che accetti di default solo cookies dai siti direttamente visitati dall’utente, mentre Google si è trovata ad aver bisogno di bypassare questo schema quando ha introdotto il +1 sugli ad, per mostrare ai propri utenti il messaggio “ il tuo amico John ha fatto +1 su questo”. Facebook invece suggerisce l’ exploit come best practice ai propri sviluppatori di app, ha rilevato il Wsj, per salvare informazioni come i punteggi nei giochi o le credenziali di login.

Il workaround era già stato trovato nel 2010 dallo sviluppatore Anan Grant, anche se è stato  Jonathan Mayer dell’università di Stanford a scoprire che Google lo usava. Il problema non è solo di Safari: affliggeva anche Internet Explorer 6 e 7. In pratica, Safari di default impedisce a siti terzi rispetto a quello che stiamo visitando di salvare cookies su computer o iPhone, a meno che non ci sia dell’interazione fra l’utente e il sito, per esempio attraverso la compilazione di un modulo. Per simulare questo comportamento, Google inseriva nel codice utilizzato per parlare con Safari un modulo compilato in bianco. I cookie così creati si autodistruggono in 12-24 ore, ma potrebbero essere sfruttati per un intensivo tracciamento degli utenti di Safari. Il browser infatti consente facilmente a un’azienda che ha già installato un cookie di aggiungerne altri, sottolinea il Wsj, a cui Apple ha spiegato che sta già cercando una soluzione. Il meccanismo del workaround è spiegato nei dettagli da un’ infografica del quotidiano americano, in cui è riportato un esempio del codice che compie questo lavoro.

L’ Electronic Frontier Foundation ha sottolineato come Google fosse pienamente cosciente della presenza di questi blocchi su Safari, al punto da avvertire gli utenti che, pur non avendo ancora Google un plugin per l’opt out nei confronti dei cookies pubblicitari, in Safari è presente un’opzione che ha lo stesso effetto. Affermazione ora rimossa.

Mountain View si è affrettata a spiegare che “ non vengono registrati dati personali”. Secondo l’accordo recentemente siglato con la Federal Trade Commission, con il quale aveva promesso di non  ingannare i propri utenti circa la privacy, ogni violazione equivale a una multa di 16 mila dollari per utente per giorno.

Google era già stata accusata dall’Electronic Privacy Information Center (Epic) di aver violato questo accordo con l’introduzione delle ricerche social.
 
In un comunicato ufficiale, Rachel Whetstone, Senior Vice President Communications e Public Policy di Google, ha dichiarato: “ Il Wall Street Journal ha mal descritto quanto è successo e il perché. Abbiamo utilizzato una funzionalità conosciuta di Safari per offrire agli utenti di Google loggati nel loro account funzioni da loro stessi abilitate. [...] Abbiamo creato un link temporaneo tra Safari e i server di Google, per verificare se un utente di Safari era anche loggato e aveva optato per un determinato tipo di personalizzazione. Il tutto in modo anonimo, creando una barriera effettiva tra le loro informazioni personali e il contenuto su cui stavano navigando. Tuttavia, il browser Safari conteneva altre funzionalità che hanno fatto sì che altri cookies pubblicitari di Google fossero installati nel browser. Non avevamo previsto che potesse succedere e ora abbiamo cominciato a rimuovere questi cookies pubblicitari dai browser Safari”.

Fonte: Wired.it

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Specialistii americani de la Universitatea California avertizeaza ca un consum ridicat de produse care contin zahar este responsabil pentru dezvoltarea unor boli precum obezitatea, cancerul, problemele hepatice sau chiar cele de inima. Mai mult, ei spun ca zaharul contribuie anual la producerea a 35 de milioane de decese, motiv pentru care comercializarea sa ar trebui reglementata.

Zahărul este la fel de nociv ca ţigările

Autorii studiului au afirmat ca o cantitate mica de zahar nu creeaza probleme, însa consumul excesiv omoara lent. Totodata, ei au avertizat ca obezitatea a devenit o problema mai mare decât malnutritia si ca zaharul nu este vinovat doar pentru îngrasarea oamenilor, ci si pentru producerea anumitor schimbari la nivelul metabolismului, precum dezechilibrele hormonale. Afectiunile provocate de zahar sunt similare cu cele provocate de alcool (despre care autorii ne amintesc ca este distilat pornind de la lichide cu continut mare de zahar).

Specialistii considera ca informarea copiilor cu privire la importanta unei diete sanatoase si a exercitiilor fizice nu este de ajuns, motiv pentru care se impune o reglementare a comercializarii zaharului si a produselor care îl contin. În studiu se recomanda dublarea taxelor la bauturile racoritoare, interzicerea vinderii lor catre minori si instituirea de reguli mai stricte privind amplasarea automatelor de dulciuri si racoritoare în scoli.

Sursa: Daily Mail - via Descopera.ro

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Highly excited Rydberg atoms can be 1,000 times larger than their ground state counterparts. Nearly ionized, they cling to faraway electrons almost beyond their reach. Trapping them efficiently is an important step in realizing their potential, the researchers say.

Giant Rydberg atoms become trapped in wells of laser light in a new highly efficient trap developed by University of Michigan physicists. They liken it to an egg carton. Image: Sarah Anderson

Here's how they did it:

"Our optical lattice is made from a pair of counter-propagating laser beams and forms a series of wells that can trap the atoms, similar to how an egg carton holds eggs," said Georg Raithel, a U-M physics professor and co-author of a paper on the work published in the current edition of Physical Review Letters. Other co-authors are physics doctoral student Sarah Anderson and recent doctoral graduate Kelly Younge.


In previous Rydberg atom traps, atoms came to rest at the top of the peaks of the laser light lattice, and tended to escape. University of Michigan researchers solved this problem by quickly flipping the lattice, trapping the giant Rydberg atoms in the wells, like eggs in a carton. Image: Sarah Anderson

The researchers developed a unique way to solve a problem that had been limiting trapping efficiency to single digit percentages. For Rydberg atoms to be trapped, they first have to be cooled to slow them down. The laser cooling process that accomplishes that tended to leave the atoms at the peaks of what the researchers call the "lattice hills." The atoms didn't often stay there.

"To overcome this obstacle, we implemented a method to rapidly invert the lattice after the Rydberg atoms are created at the tops of the hills," Anderson said. "We apply the lattice inversion before the atoms have time to move away, and they therefore quickly find themselves in the bottoms of the lattice wells, where they are trapped."

Raithel says there is plenty of technological room left to reach 100 percent trapping efficiency, which is necessary for advanced applications. Rydberg atoms are candidates to implement gates in future quantum computers that have the potential to solve problems too complicated for conventional computers. They could also be used in terahertz imaging and detection devices that could be used in airport scanners or surveillance equipment.

This work is supported by the National Science Foundation and the Department of Energy. The paper is titled "Trapping Rydberg atoms in an optical lattice."

Source: University of Michigan - via ZeitNews.org

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“Forse tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell'ascoltarla”. Sono le parole pronunciate da Giordano Bruno di fronte al tribunale ecclesiastico che lo condanna a morte. Nel corso della sua vita il filosofo e scrittore aveva attraversato l'Italia e mezza Europa per sfuggire alle accuse di eresia e accrescere il suo sapere. Di lui ci restano molte opere, e il racconto della sua tragica fine, il 17 febbraio 1600.

Perché è proprio durante i lunghi interrogatori condotti dagli inquisitori che la storia di Bruno viene a galla, e arriva fino a noi. Se fosse rimasto nel piccolo villaggio di Nola, dove era nato nel 1548 con il nome di Filippo, il futuro filosofo forse non avrebbe mai potuto conoscere i testi di Aristotele e Averroè. A cambiare il destino di Giordano è un prete del paese, che insegna al giovane a leggere e scrivere: e il suo mondo cambia prospettiva. Bruno lascia il suo paese all'età di 14 anni e si trasferisce a Napoli per studiare lettere, logica e dialettica. Č qui che il suo pensiero viene plasmato da vari maestri di scuola averroista e agostiniana. Essendo deciso più di ogni altra cosa a proseguire i propri studi, sceglie di entrare in convento all'età di 17 anni e assumere il nome Giordano.

Ma l'abito da frate domenicano va decisamente stretto a Bruno, che fin dai primi anni trascorsi nel convento di San Domenico Maggiore a Napoli dà prova di non sopportare i dettami imposti dalla Controriforma, come il culto della Madonna. Come lo stesso Bruno racconta più tardi al processo, da giovane aveva rimosso tutte le immagini dei santi dalla sua cella, conservando solo il crocifisso.

A Napoli non ci vuole molto perché il suo pensiero poco ortodosso balzi davanti agli occhi di tutti. Come apprendono gli inquisitori, Bruno invita calorosamente un novizio a gettare via la sua copia della Historia delle sette allegrezze della Madonna e a sostituirla con qualcosa di meglio. Ma si spinge ben oltre, dato che legge di nascosto le opere proibite di Erasmo da Rotterdam e dichiara apertamente di avere qualche dubbio sul dogma della Trinità.

La prima accusa di eresia non tarda a arrivare. Nel 1576 fugge a Roma, che sotto il pontificato del vecchio e ormai debole papa Gregorio XIII era piombata nel caos più totale. Visto che per le strade la gente si uccideva con fin troppa facilità, Bruno ha la saggia idea di fare i bagagli e ripartire. Riprende il nome di Filippo per una breve lasso di tempo e peregrina incessantemente tra Savona, Torino e Venezia.

Dopo alcune avventure burrascose in Svizzera e Francia, si trasferisce in Inghilterra, dove ha il coraggio di difendere la teoria copernicana durante una lezione a Oxford: l'ateneo non gradisce affatto la cosa e lo caccia malamente. Nel 1586 Bruno raggiunge la Germania, dove colleziona una scomunica da parte della chiesa Luterana. Tuttavia, le sue opere – davvero poco ortodosse – iniziavano a circolare per tutta Europa e il suo nome acquisisce grande fama.

La stessa fama che, purtroppo, segna la sua fine. Nel 1591 Bruno accetta l'invito del patrizio veneziano Giovanni Mocenigo, che lo voleva come suo maestro nella Serenissima. Ma quando il filosofo accenna al fatto di voler tornare in Germania per pubblicare l'ultima delle sue opere, il Mocenigo non la prende troppo bene e lo denuncia come eretico, consegnandolo nelle mani dell'Inquisizione. La notizia giunge all'orecchio degli inquisitori di Roma, che con molta probabilità già conoscevano le opere di Bruno. Così, nel 1593 il filosofo viene estradato dalla Serenissima e consegnato al Sant'Uffizio. Il lungo processo a suo carico va avanti per 7 anni, ma nonostante le torture e alcuni cedimenti, alla fine il nolano non ritratta le sue idee sull'infinità dell'universo e l'eliocentrismo.

Tanto bastava all'Inquisizione, che lo bolla come eretico e ateo. L'8 febbraio 1600 il tribunale legge la sentenza di condanna al rogo. Nove giorni dopo, Bruno viene condotto in Campo de’ Fiori con la lingua serrata da una mordacchia, in modo che non possa parlare di fronte alla folla prima di essere denudato e arso vivo. Le sue ceneri, in segno di spregio, vengono gettate nel Tevere.

Fonte: Wired.it

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Imaginile au fost surprinse în cadrul misiunii GRAIL, pe data de 19 ianuarie, cu ajutorul aparaturii instalate la bordul a doua sonde spatiale.

Misiunea GRAIL (Gravity Recovery And Interior Laboratory) se bazeaza pe doua vehicule spatiale identice, denumite Ebb si Flow, ambele echipate cu tehnologie speciala MoonKAM.

În imaginile obtinute se poate observa Polul Nord al Lunii, precum si Mare Orientale, una dintre cele mai importante forme de relief de pe

Mare Orientale este un crater de impact cu diametrul de 900 kilometri. Pe imagini mai poate fi observat terenul accidentat situat în apropierea Polului Sud lunar, precum si craterul Drygalski cu diametrul de 149 kilometri, cu formatiunea caracteristica, în forma de stea, din centrul sau.

Formatiunea a aparut în urma cu miliarde de ani, cu ocazia impactului Lunii cu o cometa sau asteroid.

"Calitatea imaginilor video este excelenta si poate motiva studentii nostri spre exploarea cât mai detaliata a Lunii", declara Maria Zuber , cercetator principal din cadrul Massachusetts Institute of Technology .

Cele doua navete spatiale, care au dimensiunea aproximativa a unei masini de spalat, au intrat cu succes pe orbita lunara în noaptea de Anul Nou si în ziua de 1 ianuarie 2012.

Lansate din Florida în luna septembrie 2011, navetele Ebb si Flow graviteaza în jurul Lunii la distanta de 55 kilometri de suprafata acesteia. Misiunea lor consta în strângerea de noi informatii care sa ajute oamenii de stiinta sa înteleaga mai bine modalitatea în care s-a format Terra, precum si în colecarea de noi date referitoare la Luna.

Sursa: NASA News - via Descopera.ro

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While some ‘bugs’ are like migratory birds, making tiny magnets that they use to guide their navigation, this is the first bacterium to be found that makes two different kinds of magnetic particles.

The report, “A Cultured Greigite-Producing Magnetotactic Bacterium in a Novel Group of Sulfate-Reducing Bacteria,” describes the first successful attempt to grow the bacterium in the laboratory, opening the door to understanding how it works, and potentially harnessing its tools for manufacturing or environmental cleanup.

Led by University of Nevada Las Vegas microbiologist Dennis Bazylinski, the team includes Ames Laboratory scientist Tanya Prozorov, who performed characterization studies of the cultured bacterium. Bazylinski, formerly an Iowa State University researcher, and his postdoctoral associate, Christopher Lefèvre found the new bacterium, named BW-1, in a basin named Badwater on the edge of Death Valley National Park.

Magnetotactic bacteria, which may be among the oldest organisms on the planet, produce intracellular magnetic nanocrystals, which allow the swimming bacteria to orient along the geomagnetic lines of Earth. Magnetotactic bacteria serve as inspiration and a source of mineralization proteins for room temperature synthesis of magnetite nanocrystals with controlled sizes and morphologies. The isolation of this newly identified organism and the growth, essentially from a single cell, of the culture, will allow for systematic studies on the largely unknown greigite (Fe3S4) biomineralization in magnetotactic bacteria.

“Typically, bacteria produce either magnetite or greigite, but not both,” Prozorov said, “so these ‘bugs’ are something new. Over several years, our research group has studied many different bacteria using (electron) microscopy with subsequent measurements of their magnetic properties.”

“Clearly, determining the morphology and chemistry of intracellular magnetic nanoparticles is the key to understand their physical properties,” she adds. “ Despite the best effort to produce such nanoparticles in vitro, bacterial nanocrystals are still superior, exhibiting different morphologies including rod and tooth shapes.”

A detailed examination of its DNA revealed that BW-1 has two sets of magnetosome genes unlike other that produce only one mineral and have only one set of magnetosome genes. This suggests that the production of magnetite and greigite in BW-1 is likely controlled by separate sets of genes. This could be important in the mass production of either mineral for specific applications.

Due to a slight difference in physical and magnetic properties, greigite might prove superior to iron oxide in some applications. Greigite is also an important magnetic mineral in the sedimentary record, and is thought to play a significant role in the cycling of iron sulfur in modern, and perhaps ancient environments.

These results might provide the insight on the chemical conditions under which this greigite is formed, and will be of great interest to a broad scientific community, ranging from microbiologists to materials scientists and astrobiologists.

Source: Ames Laboratory - via ZeitNews.org

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Anche le app trafugano i nostri dati. Ecco quali sono!

Google spiava gli utenti Apple. Č la pesante denuncia del quotidiano Wall Street Journal. Ma in che senso? Secondo il Wsj, l'attività di chiunque navigasse in Rete con un browser Safari (disponibile di default su Mac, iPhone e iPad) era tracciata dal motore di ricerca di Mountain View.

Queste informazioni erano contenute nei cookies, brevi file testuali memorizzati nei dispositivi degli utenti, ma senza il loro consenso. La pratica dei cookies, infatti, è usata comunemente nel Web, ma Safari di default la aggira, non permettendo il tracciamento del proprio girovagare online e garantendo maggiore privacy. Google, con poche righe di codice e qualche escamotage, sarebbe riuscito invece a ingannare il browser e a conoscere le abitudini degli utenti Apple (come già succede con altri browser).

A cosa servono queste informazioni? In sostanza, sono fondamentali per il marketing: in loro assenza, BigG non riuscirebbe a proporre pubblciità mirata. Contattati dal quotidiano Usa, a Mountain View hanno risposto che nei cookies non era conservata alcuna informazione personale, ma si sono premurati di bloccare subito questa procedura.

Fonte: Wired.it

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Cercetatorii de la Universitatea din Pennsylvania au conceput un sistem cu ajutorul caruia quadrocopterele de mici dimensiuni pot zbura în formatii complexe, prefigurând un viitor în care asemenea mini-roboti vor fi folositi pe câmpurile de lupta.

Mini-robotii zburatori au fost conceputi de compania KMel Robotics, iar sistemul de coordonare care permite celor 16 quadrocoptere (masinarii de zbor cu patru elice) sa faca manevre complexe a fost dezvoltat de o echipa de cercetatori de la Universitatea din Pennsylvania, din cadrul laboratorului GRASP (General Robotics, Automation, Sensing, and Perception).

Fiecare robotel are senzori sofisticati care îi permit sa se pozitioneze cu precizie, astfel ca mini-robotii zburatori se pot deplasa în grupuri, evitând obstacolele si având capacitatea de a schimba formatia de zbor în spatiul 3D.

Iata imaginile spectaculoase cu mini-roboteii zburând în formatie:

Sursa: Digital Trends - via Descopera.ro

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05/10/2014 @ 08:45:09
By James Smith
Asta e marihoana nu?ei cine te poate opri so faci ,eu nu prefer astfel de fistractie deoarece am vazut ca dupa nu mai faci altceva fecit ca dormi bine,nu am incercat nu incerc dar nu opresc pe nimeni ...
30/09/2014 @ 09:34:56
By Miulesvu Corina Lucia
tovaraseilor .. nu confundati un sifonar sau turnator cuun ofiter sub acoperire.. e o mare diferenta ...
29/09/2014 @ 13:07:51
By Alex Andu


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