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 Trilingual World Observatory: italiano, english, română. GLOBAL NEWS & more... di Redazione
   
 
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 

The discovery will help understanding of other protein-folding disorders such as Alzheimer's, Parkinson's and Huntington's diseases, as well. Findings are featured as the cover story in the current issue of Chemistry & Biology.

People born with Fabry disease have a faulty copy of a single gene that codes for the alpha-galactosidase (?-GAL) enzyme, one of the cell's "recycling" machines. When it performs normally, ?-GAL breaks down an oily lipid known as GB3 in the cell's recycling center, or lysosome. But when it underperforms or fails, Fabry symptoms result. Patients may survive to adulthood, but the disorder leads to toxic lipid build-up in blood vessels and organs that compromise kidney function or lead to heart disease, for example.

The faulty gene causes its damage by producing a misfolded protein, yielding an unstable, poorly functioning ?-GAL enzyme. Like origami papers, these proteins are unfolded to start and only become active when folded into precise shapes. At present, enzyme replacement therapy (ERT) is the only FDA-approved treatment for such lysosomal storage disorders as Fabry, Pompe and Gaucher diseases, but ERT requires a complicated and expensive process to purify and replace the damaged ?-GAL enzyme, and it must be administered by a physician.

The alpha-galactosidase enzyme (yellow) is shown binding to the pharmacological chaperone DGJ (colored). The key interaction responsible for the high potency of DGJ is marked with an arrow at right. Credit: Graphic courtesy of Scott Garman at UMass Amherst

Instead of replacing the damaged enzyme, an alternative route called pharmacological chaperone (PC) therapy is currently in Phase III clinical trials for Fabry disease. It relies on using smaller, "chaperone" molecules to keep proteins on the right track toward proper folding, but their biochemical mechanism is not well understood, says Garman.

Now, he and colleagues report results of a thorough exploration at the atomic level of the biochemical and biophysical basis of two small molecules for potentially stabilizing the ?-GAL enzyme. He says their use in PC therapy could one day be far less expensive than the current standard, ERT, and can be taken orally.

This work, which improves knowledge of a whole class of molecular chaperones, represents the centerpiece of UMass Amherst student Abigail Guce's doctoral thesis and was supported by the National Institutes of Health. Other members of the team are graduate students Nat Clark and Jerome Rogich.

"The interactions we looked at are exactly the things occurring in the clinical trial right now," Garman says. Further, "the same concept is now being applied to other protein-folding diseases such as Parkinson's and Alzheimer's disease. Many medical researchers are trying to keep proteins from misfolding by using small chaperone molecules. Our studies have definitely advanced the understanding of how to do that."

In their current paper, Garman and colleagues compare the ability of two small chaperone molecules, galactose and 1-deoxygalactononjirimycin (DGJ) to stabilize the ?-GAL protein, to help it resist unfolding in different conditions such as high temperature and different pH levels.

They found that each chaperone has very different affinities: DGJ binds tightly and galactose binds loosely to the ?-GAL, yet they differ in only two atomic positions. "Tight is better, because you can use less drug for treatment," Garman says. "We now can explain DGJ's high potency, its tight binding, down to individual atoms."

In earlier studies as in the current work, the UMass Amherst team used their special expertise in X-ray crystallography to create three-dimensional images of all atoms in the protein to understand how it carries out its metabolic mission. They also found a new binding site for small molecules on human ?-GAL that had never been observed before.

Crystallography on the two chaperones bound to the ?-GAL enzyme showed that a single interaction between the enzyme and DGJ was responsible for DGJ's high affinity for the enzyme. Other experiments also showed the ability of the 11- and 12-atom chaperones to protect the large, 6,600-atom ?-GAL from unfolding and degradation.

For the first time, by making a single change in one amino acid in protein, they forced the DGJ to bind weakly, indicating that one atomic interaction is responsible for DGJ's high affinity.

"It was surprising to find these two small molecules that look very much the same have very different affinities for this enzyme," says Garman, "and we now understand why. The iminosugar DGJ has high potency due to a single ionic interaction with ?-GAL. Overall, our studies show that this small molecule keeps the enzyme from unfolding, or when it unfolds, the process happens more slowly, all of which you need in treating disease."

Source: University of Massachusetts at Amherst - via ZeitNews.org

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Oggi grazie alla biologia molecolare gli scienziati hanno sviluppato strumenti di analisi così potenti e veloci da realizzare test genetici a soli mille dollari. Ma tutto ciò non sarebbe mai stato possibile senza lo sforzo dello Human Genome Project (Hgp), il consorzio internazionale che ha permesso di sequenziare il genoma umano. E pensare che i fondi stanziati nel 1990 ammontavano a ben 3 miliardi di dollari. Soldi spesi davvero bene, visto che i primi risultati sono stati pubblicati su Nature il 15 febbraio 2001 in un numero open access.

Il nostro genoma Tutto dipende ta tre

Una conquista senza precedenti nella storia della genetica dopo la scoperta del dna, la molecola alla base della vita. In origine, gli scienziati si aspettavano di concludere lo Hgp nell'arco di 15 anni, ma la prima bozza pubblicata nel 2001 dimostrò a tutti che il lavoro sarebbe stato completato in anticipo sulla tabella di marcia. Infatti, dopo la pubblicazione della bozza su Nature – che copriva l' 83% del genoma – i risultati definitivi furono annunciati già nel 2003. Merito del lavoro di una équipe instancabile di ricercatori provenienti da tutto il mondo, che in una decina di anni ha analizzato quasi tutte le 3 miliardi di molecole ripetute (A, C, G, T) che compongono il nostro codice genetico. In tutto, gli scienziati hanno identificato circa 23mila geni che codificano proteine, ma questi non rappresentano che l'1,5% di tutto il genoma. Insomma, il nostro dna è molto di più che un semplice libretto di istruzioni. Sta di fatto che le ricerche sono andate avanti per altri anni, e oggi online è disponibile una sequenza aggiornata al 2009.

La cosa più interessante è che il materiale genetico su cui hanno lavorato gli scienziati dello Hgp  proveniva per il 70% da un unico donatore anonimo originario della cittadina americana di Buffalo. Una scelta del tutto casuale dovuta al fatto che il campione di dna prelevato dal misterioso individuo era il meglio conservato tra tutti quelli delle altre migliaia di volontari che si erano offerti.

Ma esiste anche un'altra persona che ha avuto molto a che fare con il sequenziamento del genoma umano, e il suo nome è tutt'altro che sconosciuto. Si tratta di Craig Venter, lo scienziato-businessman che nel 1998 ha fondato Celera, una company di biotecnologie specializzata nel sequenziamento della molecola a doppia elica. Venter, che fino a qualche anno prima aveva partecipato a Hgp, si era messo in proprio con lo scopo di battere sul tempo il consorzio internazionale e trarne lauti profitti. La sua idea iniziale era quella di investire 300 milioni di dollari nell'impresa per poi brevettare parte dei geni sequenziati.

Così, in una corsa contro il tempo, gli scienziati dell'Hgp si affrettarono a rendere pubbliche parte delle sequenze genomiche codificate fino a quel momento. Il team di bioniformatici dell'università californiana di Santa Cruz mise online una prima bozza il 7 luglio 2000. Da quel giorno, il genoma umano era diventato di pubblico dominio.

Fonte: Wired.it - Licenza Creative Commons

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A volta basta davvero poco a far capitolare il partner. Niente complessi corteggiamenti o danze sensuali: per alcuni bachi da seta è sufficiente lasciare nell’aria qualche goccia del loro profumo (molecole di feromone) per attrarre i maschi, anche a chilometri di distanza. Una questione di chimica insomma, cui probabilmente neanche la specie umana sarebbe immune.

In realtà, stabilire il ruolo che i segnali chimici hanno nell’essere umano non è affatto facile, anche se esistono indizi a sostegno di una comunicazione “sotto il livello della consapevolezza”, come spiega Bettina Pause della Heinrich Heine University di Düsseldorf, che ha dimostrato la capacità della specie umana di sentire un segnale d’allarme nell’odore delle persone impaurite o ansiose. Una sorta di feromoni umani in altre parole, non tutti volti al corteggiamento del partner, spiegano gli scienziati; così come avviene in natura, con feromoni emessi durante i combattimenti (dai lemuri) o solo per indirizzare i propri simili verso le fonti di cibo, come fanno le formiche.

D’altronde, come riporta Scientific American, basta pensare agli effetti di una convivenza stretta, quale può essere la condivisione di una stanza. In questi casi infatti a volte si osserva che la forte vicinanza porta a sincronizzare il ciclo mestruale delle ragazze. Mentre è sufficiente far annusare gli odori prodotti dalle ascelle (maschi e femmine) ad alcune donne per variare il loro ciclo; ma la molecola (o le molecole) responsabili di questo cambiamento non sono state ancora identificate.

Ma senza ricorrere a esperimenti, c’è un comportamento innato guidato dalla chimica, come spiega Charles Wysocki, della Monell Chemical Senses Center di Philadelphia. Quello che porta un neonato a trovare il seno della madre in cerca di cibo, seguendo dei segnali chimici provenienti dal suo capezzolo. D’altra parte, come spiegano gli scienziati, alcuni odori emessi dal seno di donne che allattano avrebbero effetti anche sugli adulti, aumentando per esempio il desiderio sessuale nelle donne senza figli. Per ora però la ricerca dei feromoni umani resta senza veri e propri protagonisti, eccezion fatta per l’ androstadienone (derivante dal testosterone), la molecola in grado di rendere le donne più rilassate.

Ma oltre a cercare chi comunica cosa, l’altra parte del problema sull’esistenza o meno di feromoni umani riguarda l’identificazione della struttura responsabile a percepire l’odore e il segnale che esso veicola. Negli animali a farlo è l’ organo vomeronasale, una struttura collocata nel naso, non sempre presente nell’essere umano o comunque presente con funzioni ridotte (ovvero i geni che codificano per i recettori non sono attivi). Ragion per cui spiegare come la specie umana percepisca i feromoni sembrerebbe un’impresa alquanto ardua. Se non fosse che uno studio lo scorso anno ha mostrato come l’ androstadienone sia in grado di indurre una risposta a livello cerebrale in alcune persone, anche in assenza dell’organo vomeronasale (o comunque presente, ma bloccato). A dimostrazione quindi che l’essere umano riesce a captare tali segnali chimici, feromoni, attraverso il sistema olfattorio (o forse anche attraverso il misterioso nervo terminale o nervo cranico 0).

Feromoni a parte, ci sono altre molecole che contribuiscono all’odore di una persona e che ci aiutano a stabilire incoscientemente se ci piace o meno. Sono le proteine del complesso maggiore di istocompatibilità (MCH), che svolgono ruoli importanti a livello immunitario. E che, secondo alcuni studi, sarebbero alla base delle nostre scelte sessuali. In particolare ci piacerebbero di più quelli con MHC particolarmente diversi dai nostri: un espediente trovato dall’evoluzione. Il motivo? Perché scegliendo MHC diversi dai nostri, quelli dei nostri figli lo saranno ancora di più. A beneficio del loro sistema immunitario.

Fonte: Wired.it

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Acum, dupa 85 de ani, experimentul nu a ajuns nici macar la jumatate.

Parnell, profesor la Universitatea din Queensland, Australia, a topit niste smoala pe care a lasat-o la racit timp de trei ani, iar apoi a pus-o într-o pâlnie fixata deasupra unui pahar. Prima picatura de smoala a curs dupa opt ani, iar cea de-a doua dupa alti noua ani. Initiatorul experimentului nu a mai apucat sa vada si cea de-a treia picatura (care s-a scurs în 1954), el stingându-se din viata în 1948.

Unul dintre cele mai longevive experimente poate fi urmărit online

Dupa moartea lui Parnell, echipamentul a fost pus într-un dulap de unde a fost scos în 1961, de catre profesorul John Mainstone. În 1975, acesta convinge conducerea universitatii sa permita expunerea publica a experimentului. Astazi, cercetarea poate fi urmarita în timp real, deoarece o camera web transmite zilnic imaginile catre lumea întreaga.

Cea mai recenta picatura s-a scurs în pahar acum 12 ani, însa momentul nu a fost imortalizat din cauza unei defectiuni a camerei. Specialistii se asteapta ca urmatoarea picatura sa cada în cursul anului viitor.

Puteti urmari experimentul aici.

Sursa: Engadget - via Descopera.ro

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By Admin (from 14/04/2012 @ 08:06:55, in en - Science and Society, read 1271 times)

While fuel cells show a lot of promise for cleanly powering things such as electric cars, there's something keeping them from being more widely used than they currently are - they can be expensive. More specifically, the catalysts used to accelerate the chemical processes within them tend to be pricey. Work being done at Finland's Aalto University, however, should help bring down the cost of fuel cells. Using atomic layer deposition (ALD), researchers there are making cells that incorporate 60 percent less catalyst material than would normally be required.

In a fuel cell, the anode is coated with noble metal powder, which serves as a catalyst by reacting with the fuel. Using their ALD method, the scientists were able to use less powder to create a coating that was thinner and more even than conventional coatings, yet just as effective.

While fuel cells can be made with a number of different fuels (even including microbes or coal) and noble metals, the Aalto team is now developing low-cost cells that will run on methanol or ethanol, with a palladium catalyst. Probably the most well-known fuel cells are those that run on hydrogen, but such cells require a catalyst made of platinum, which is twice the price of palladium.

A paper on the research was recently published in the Journal of Physical Chemistry C.

Source: Gizmag - via ZeitNews.org

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Si addicono all’inverno le ultime rivelazioni del telescopio spaziale Planck: una mappa delle gelide nubi molecolari (a partire dall’emissione di monossido di carbonio della Via Lattea) e la conferma dell’esistenza della cosiddetta foschia galattica, insieme alle prime indiscrezioni sulla sua natura. I nuovi  risultati della sonda dell' Agenzia Spaziale Europea sono stati presentati a Bologna in occasione del convegno internazionale Astrophysics from the radio to submillimetre – Planck and other experiments in temperature and polarization, e sono frutto di un attento lavoro di pulizia dei dati (prima del quasi pensionamento dello strumento).

Foschia galattica

Missione principale di Planck, al lavoro dal 2005, è infatti studiare la cosiddetta radiazione cosmica di fondo, eco di un passato distante 13,7 miliardi di anni, epoca del Big Bang. Tuttavia, per poter isolare questa radiazione occorre eliminare tutti i segnali che arrivano dalle altre sorgenti di primo piano (foreground), anch’esse registrate dai sofisticati strumenti che si trovano a bordo del telescopio. Tra queste ci sono le emissioni provenienti dalle singole galassie e quelle del mezzo interstellare (Ims) all’interno della Via Lattea stessa. Il bello, però, è che questo lavoro di sottrazione di spettri di emissione lascia nelle mani degli scienziati un’enorme quantità di preziose informazioni.

Raggi gamma tra la foschia

Come quelle sulla mappa delle nubi di monossido di carbonio (CO) presentata a Bologna. Una delle fonti dell’emissione di primo piano catturata è rappresentata dalle nubi molecolari, le dense e compatte regioni della galassia, piene di gas, dove hanno origine le stelle. La maggior parte del gas che le compone è freddo idrogeno molecolare (H 2, ovvero due atomi di idrogeno legati insieme), che però non emette radiazioni facilmente e non è quindi rilevabile dalle strumentazioni. Per individuare queste nubi, allora, i ricercatori hanno deciso di cercare altre emissioni: quelle emesse dal monossido di carbonio, molto più raro rispetto all’idrogeno, ma più semplice da individuare, soprattutto dagli strumenti di Planck. Il risultato di questa scelta è la prima mappa del CO presente nella galassia e, di conseguenza, delle nubi molecolari della Via Lattea.

Dieci anni fa...

“ L’enorme vantaggio della mappa creata da Plank è che ci permette di trovare concentrazioni di gas molecolare dove non ci aspetteremmo”, spiega Jonathan Aumont, Institut d’Astrophysique Spatiale, Universite Paris XI (Orsay, France). Questa mappa semplificherà il lavoro dei radiotelescopi terrestri, rendendolo soprattutto più mirato. Anche questi, infatti, sono sensibili alle emissioni di CO ma possono esplorare solo porzioni limitate di cielo. Ora gli scienziati sapranno esattamente dove puntarli.

Ma la maggior parte delle emissioni galattiche misurata da Planck non è quella delle fredde nubi quanto quella prodotta da elettroni liberi e dalla polvere presente nell’Ims.

Nel primo caso ce ne sono due diversi tipi - emissione di sincrotroni e radiazione di frenamento, o bremsstrahlung – entrambe molto intense alle frequenze più basse. L'emissione della polvere, invece, è  più intensa nello spettro dell’infrarosso, individuato dai canali ad alta frequenza del telescopio.

A disturbare l'intercettazione della radiazione cosmica di fondo vi poi una quarta emissione, sempre intercettata da Planck, chiamata emissione anomala di microonde. Sono tutte e quattro semplici da identificare, perché  presentano spettri abbastanza diversi.

C'è un però: non sono sufficienti a spiegare tutte le emissioni galattiche. Ciò che resta è quello che gli scienziati hanno soprannominato galactic haze: una sorta foschia che circonda il centro galattico, individuata con certezza grazie al Lfi, lo strumento italiano di Planck, e di cui già le osservazioni del telescopio Fermi della Nasa avevano fatto supporre l’esistenza.

Resta incerta l’origine di questa emissione. “ I dati che presentiamo alla conferenza mostrano che si tratta di un’emissione di sincrotroni, ma diversa da quella standard vista in altre aree della Via Lattea”, spiega Krzysztof M. Gorski del Jet Propulsion Laboratory (Jpl) di Pasadena (Usa) e dell’Università di Varsavia (Polonia). In particolare, questa emissione ha uno spettro più duro:  spostandosi verso energie maggiori e quindi frequenze più alte, la sua intensità non diminuisce drasticamente, come avviene di solito. Ora gli scienziati sono a lavoro per capire il perché di questa differenza e le ipotesi sono ancora le più disparate: dalla maggiore frequenza di esplosione di supernovae al vento galattico, fino all’annichilazione di particelle di materia oscura. 

Fonte: Wired.it

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Pentru ca regenerarea tesutului cardiac uman este un proces extrem de dificil, expertii au dispus celule de muschi cardiac pe o structura tridimensionala, realizata din matasea produsa de o specie tropicala de viermii de matase (Antheraea mylitta).

În colaborare cu o echipa de cercetatori indieni, oamenii de stiinta au produs un disc, de marimea unei monede, dintr-un cocon de matase. Coautorul studiului, Chinmoy Patra, sustine ca fibra de matase are mai multe avantaje fata de restul materialelor care au fost testate în laborator.

O inimă de mătase: a fost creat ţesutul care are la bază mătasea naturală

"Suprafata dispune de structuri de proteine care faciliteaza adeziunea celulelor musculare de la nivelul inimii. De asemenea, materialul este mai dens decât altele testate de noi... Comunicarea dintre celule a fost intacta, iar tesutul creat a s-a contractat în acelasi ritm cu cel natural, pe o perioada de 20 de zile", a declarat Felix Engel, coordonatorul proiectului.

Pentru moment, oamenii de stiinta au utilizat doar celule prelevate de la sobolani, iar problema obtinerii unui numar suficient de celule umane este înca de actualitate.

Cu toate acestea, Engel sugereaza ca ar fi posibil ca procesul sa functioneze având la baza celulele stem ale unui pacient. În acest fel s-ar evita orice fel de respingere din partea organismului.

Sursa: IBTimes

Sursa foto: MPI for Heart and Lung Research - via Descopera.ro

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Researchers from Northwestern University, Rush University Medical Center, Chicago, and the University of Duisburg-Essen Germany found that graphitic carbon is a key element in a lubricating layer that forms on metal-on-metal hip implants. The lubricant is more similar to the lubrication of a combustion engine than that of a natural joint.

The study was published on Dec. 23 2011 by the journal Science.

Prosthetic materials for hips, which include metals, polymers and ceramics, have a lifetime typically exceeding 10 years. However, beyond 10 years the failure rate generally increases, particularly in young, active individuals. Physicians would love to see that lifespan increased to 30 to 50 years. Ideally, artificial hips should last the patient's lifetime.

This is an X-ray of the hip region with a metal-on-metal implant superimposed and a schematic illustrating graphitic material on the surface of the implant. The red spheres represent the positions of the carbon atoms in a single layer of graphite. Credit: Northwestern University

"Metal-on-metal implants can vastly improve people's lives, but it's an imperfect technology," said Laurence D. Marks, a co-author on the paper who led the experimental effort at Northwestern. "Now that we are starting to understand how lubrication of these implants works in the body, we have a target for how to make the devices better."

Marks is a professor of materials science and engineering at Northwestern's McCormick School of Engineering and Applied Science.

The ability to extend the life of implants would have enormous benefits, in terms of both cost and quality of life. More than 450,000 Americans, most with severe arthritis, undergo hip replacement each year, and the numbers are growing. Many more thousands delay the life-changing surgery until they are older, because of the limitations of current implants.

"Hip replacement surgery is the greatest advancement in the treatment of end-stage arthritis in the last century," said co-author and principal investigator Dr. Joshua J. Jacobs, the William A. Hark, M.D./Susanne G. Swift Professor of Orthopedic Surgery and professor and chair of the department of orthopedic surgery at Rush. "By the time patients get to me, most of them are disabled. Life is unpleasant. They have trouble working, playing with their grandchildren or walking down the street. Our findings will help push the field forward by providing a target to improve the performance of hip replacements. That's very exciting to me."

Earlier research by team members Alfons Fischer at the University of Duisburg-Essen and Markus Wimmer at Rush University Medical Center discovered that a lubricating layer forms on metallic joints as a result of friction. Once formed, the layer reduces friction as well as wear and corrosion. This layer is called a tribological layer and is where the sliding takes place, much like how an ice skate slides not on the ice but on a thin layer of water.

But, until now, researchers did not know what the layer was. (It forms on the surfaces of both the ball and the socket.) It had been assumed that the layer was made of proteins or something similar in the body that got into the joint and adhered to the implant's surfaces.

The interdisciplinary team studied seven implants that were retrieved from patients for a variety of reasons. The researchers used a number of analytical tools, including electron and optical microscopies, to study the tribological layer that formed on the metal parts. (An electron microscope uses electrons instead of light to image materials.)

The electron-energy loss spectra, a method of examining how the atoms are bonded, showed a well-known fingerprint of graphitic carbon. This, together with other evidence, led the researchers to conclude that the layer actually consists primarily of graphitic carbon, a well-established solid lubricant, not the proteins of natural joints.

"This was quite a surprise," Marks said, "but the moment we realized what we had, all of a sudden many things started to make sense."

Metal-on-metal implants have advantages over other types of implants, Jacobs said. They are a lower wear alternative to metal-on-polymer devices, and they allow for larger femoral heads, which can reduce the risk of hip dislocation (one of the more common reasons for additional surgery). Metal-on-metal also is the only current option for a hip resurfacing procedure, a bone-conserving surgical alternative to total hip replacement.

"Knowing that the structure is graphitic carbon really opens up the possibility that we may be able to manipulate the system in a way to produce graphitic surfaces," Fischer said. "We now have a target for how we can improve the performance of these devices."

"Nowadays we can design new alloys to go in racing cars, so we should be able to design new materials for implants that go into human beings," Marks added.

The next phase, Jacobs said, is to examine the surfaces of retrieved devices and correlate the researchers' observations of the graphitic layer with the reason for removal and the overall performance of the metal surfaces. Marks also hopes to learn how graphitic debris from the implant might affect surrounding cells.

The science of tribology is the study of friction, lubrication and wear. The term comes from the Greek word "tribos," meaning rubbing or sliding.

More information: The Science paper is titled "Graphitic Tribological Layers in Metal-on-Metal Hip Replacements."

Source: Northwestern University - via ZeitNews.org

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E' una data storica per le vittime dell’ Eternit, quel pericolosissimo fibrocemento a base di amianto responsabile di milioni di morti in tutto il mondo. Č uscita infatti la sentenza che vede come imputati Stephan Schmidheiny, miliardario svizzero di 64 anni, e il barone belga Louis de Cartier, 90 anni. L’accusa è di disastro ambientale doloso e omissione dolosa di cautele antinfortunistiche. I due, che sono stati alti dirigenti della multinazionale svizzera Eternit, hanno ricevuto una condanna a 16 anni di reclusione. Il processo è durato oltre due anni e si è articolato in 65 udienze. Ai dirigenti vengono contestate le morti di 2.100 persone e le malattie che hanno colpito altre 800 persone nelle zone degli stabilimenti di Casale Monferrato (Alessandria), Cavagnolo (Torino), Rubiera (Reggio Emilia) e Bagnoli (Napoli). Le parti civili che si sono costituite in giudizi sono oltre seimila.

Ma la lettura della sentenza non mette purtroppo la parola fine all’ allarme eternit. Le ragioni sono diverse. Prima fra tutte è che ancora oggi non si riesce a fare una valutazione sul numero delle vittime. L'eternit è stato infatti collegato, oltre che alla malattia polmonare cronica nota come asbestosi, anche all’insorgenza del cancro. Siamo quindi di fronte a malattie che hanno un periodo di incubazione molto lungo, che si aggira intorno ai 30 anni. Per cui la lunga lista delle vittime non si può dire chiusa. Purtroppo molti ancora potrebbero pagare il prezzo di esser entrati a contatto con questo materiale tossico.

La seconda ragione che non permette di archiviare definitivamente il problema eternit è che in Italia c’è ancora l’ amianto. Secondo le stime del Cnr e di Ispesl ci sono ancora ben 32 milioni di tonnellate di amianto e un miliardo circa di metri quadri di coperture in eternit sui tetti. La stima sui decessi è allarmante: 4mila persone ogni anno perdono la vita a causa dell’amianto. Secondo lo Studio epidemiologico nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischio inquinamento (Sentieri) dell’ Istituto superiore di sanità, ci sono almeno una quarantina di luoghi di interesse per una bonifica d’amianto. Secondo il Registro nazionale mesioteliomi i più colpiti sono gli operai che lavorano la fibra, seguiti dai familiari e dagli abitanti delle zone vicine ai grandi centri di pericolo, come Casale Monferrato. L’ Agenzia dell’Oms per la ricerca sul cancro (Iarc) classifica l’amianto come sicuramente cancerogeno per l'uomo, capace di provocare tumori della pleura (mesoteliomi), del polmone, della laringe, dell’ovaio.

Il materiale killer si nasconde in tubature, rotaie, rivestimenti di tetti e garage. Le condizioni di questi manufatti sono anche precarie per via del deterioramento causato dal tempo. A questo si deve aggiungere il fatto che il processo di bonifica e smaltimento è tutt'altro che concluso. Per legge infatti lo smantellamento di tetti o altri manufatti che contengono amianto è obbligatoria solo se si trovano in uno stato di degrado tale da poter formare delle particelle che possono essere inalate. Secondo la normativa, il lavoro di bonifica e smaltimento può essere effettuato solo da ditte specializzate che possono contare sull’aiuto di personale qualificato. L’elenco delle ditte autorizzate si può trovare sul sito del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare: basta cliccare sull’icona “ Codice Rifiuto” e compilare i campi richiesti (regione, provincia, ecc.)

La prima operazione che gli operatori della ditta devono eseguire è l’ accertamento della presenza di amianto tramite l’analisi storica del sito e attraverso test di laboratorio su un campione del materiale. Una volta determinata la presenza dell’amianto si procede con l’ incapsulamento, un’operazione di bonifica transitoria che prevede il trattamento delle superfici delle lastre esposte agli agenti atmosferici con sostanze sintetiche che impediscono il rilascio di polveri tossiche. Per procedere invece allo smaltimento definitivo, il materiale deve essere confezionato, seguendo una serie di misure di sicurezza eccezionali, e poi trasportato in apposite discariche.

Ma anche quando si riuscirà a eliminare definitivamente la presenza di amianto su tutto il territorio nazionale, rimane il problema dei manufatti a rischio che possono essere importati dall’estero. Nonostante infatti l’Europa abbia bandito l’eternit negli anni ’90, ci sono ancora alcuni paesi dove viene utilizzato, come ad esempio la Russia, il Canada, la Cina, l’India, il Brasile e la Thailandia.

Fonte: Wired.it

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Acesta este reciclat si transformat în fibre, utilizate pentru fabricarea unor tesaturi speciale, care încalzesc corpul.

Ce se poate face din zaţul de cafea? Haine!

Testele realizate de compania Virus, care utilizeaza aceasta tehnologie, arata ca asemenea tesaturi retin caldura, temperatura la suprafata lor putând creste astfel cu pâna la 5,5 grade Celsius, fara a fi necesar niciun fel de tratament chimic pentru obtinerea acestei capacitati. Totodata, tesatura permite eliminarea umezelii, putând fi purtata direct pe piele.

Hainele speciale realizate de compania Virus au si alte proprietati, printre care blocarea razelor ultraviolete si eliminarea mirosurilor neplacute, cu ajutorul unor substante speciale care inhiba înmultirea bacteriilor.

Sursa: gizmag - via Descopera.ro

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14/01/2018 @ 16:07:36
By Napasechnik
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21/11/2016 @ 09:41:39
By Anonimo


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17/07/2019 @ 11:00:05
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