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 Trilingual World Observatory: italiano, english, română. GLOBAL NEWS & more... di Redazione
   
 
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 

În urma unor teste efectuate în mai multe spitale, s-a observat ca pacientii ale caror celule canceroase erau aproape de stadiul de autodistrugere au raspuns mult mai bine la chimioterapie.
De exemplu, în unele tumori celulele se divid cu rapiditate, cum este cazul cancerului pancreatic, care este extrem de rezistent la chimioterapie. Pe de alta parte, în cazul leucemiei mieloide cronice, cresterea este lenta, iar tratamentul chimioterapic este mai eficient.

Un test va indica pacienţii care au şanse de a se vindeca de cancer prin chimioterapie

Cu toate acestea, indiferent cât de repede se divid celulele cenceroase, probabilitatea ca ele sa raspunda la chimioterapie depide de "dispozitia" lor de a se autodistruge. Fenomenul de "sinucidere celulara" poarta numele de apoptoza si este un fenomen natural, dar care la celulele canceroase este perturbat.

Testele au vizat pacienti care sufereau de mielom multiplu, leucemie acuta mieloida, leucemie acuta limfocitara si cancer ovarian. Procesul a implicat prelevarea unor celule canceroase si expunerea lor la proteine care stimuleaza apoptoza. La celulele care sunt deja aproape de apoptoza, membranele mitocondriilor (organite celulare care produc energie) încep sa se rupa si capteaza o cantitate mai mare de colorant fluorescent (folosit pentru evidentierea celuleleor canceroase în preparatele microscopice) decât în alte cazuri.

Desi testul implica metode de cercetare complicate, având în vedere ca presupune analizarea celulelor vii, specialistii cred ca el se va dovedi practic pentru stabilirea exacta a pacientilor care vor raspunde bine la tratamentul chimioterapic.

Sursa: Technology Review & descopera.ro

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Researchers reversed their age-related wrinkles, muscle wasting and cataracts, and it could lead to a fountain of youth for humans, too.

It sounds too wonderful to be true, but it's not science fiction. The researchers, who published their work today in Nature, made the mice youthful by manipulating their "senescent cells," which have retired and stopped dividing. That helps prevent tumors from forming, but they were also suspected of contributing to the ugly side of aging.

To find out whether removing the cells might keep us pretty and healthy as we grow old, the researchers genetically engineered mice to give them the ability to flush away all their senescent cells. And what do you know? Without them, the critters lost their age-related wrinkles (actually loss of skin fat that causes wrinkles, mice don't really get them), cataracts and muscle wasting.

The immune system clears out some of our senescent cells automatically, but not all of them, and they accumulate over time. Up to 10 percent of all cells in really old people are senescent.

It sounds so simple: all we have to do is get rid of our senescent cells for forever youth! But it's not that easy, of course. The scientists suggest developing a drug that could clear the cells, or an immune booster to make the natural process more efficient. But either would take years to develop.

One other caveat: the youthful mice didn't live longer than normal. So if a treatment for humans ever does come to fruition you might not live forever, but at least you'll look marvelous!

Source: GIZMODO

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Svezia, 1945: i 660 pazienti della clinica psichiatrica Vipeholm, a Lund, vengono sottoposti a una particolare dieta a base di zucchero e carboidrati per valutare le tipologia e la modalità di insorgenza delle carie. In 10 anni di studio clinico le arcate dentarie di ogni singolo paziente vengono praticamente polverizzate. Stati Uniti, 2004: l’equipe di ricerca della Food and Drug Administration analizza i dati clinici di 1,98 milioni di pazienti americani per valutare la possibilità che l’antidolorifico Vioxx, assunto da 20 milioni di americani, stia causando infarti letali. In pochi mesi lo studio di Grahm evidenzia un’incidenza di cardiopatie triplicata tra chi assume il farmaco, senza sottoporre un solo paziente a uno studio clinico controllato.

Questi due esempi, per quanto appartenenti a campi diversi, danno una chiara idea di come la ricerca medica sia cambiata (e stia cambiando) grazie alla digitalizzazione dei dati clinici dei singoli pazienti, sempre più spesso raccolti e rigorosamente archiviati dagli istituti medici, dagli enti di ricerca e dai singoli ambulatori dei medici di base.

C’è chi la chiama e-medicine, chi preferisce cloud medicine, il termine corretto sarebbe data mining based research. Ma il nome in realtà non ha tutta questa importanza, quello che conta sono le potenzialità insite in questo nuovo ambito di ricerca.

Il data mining utilizzato in ricerca medica si basa sull’utilizzo di algoritmi di apprendimento automatico, la cui utilità è quella di sfrondare significative quantità di dati in cerca di pattern che possano suggerire relazioni causali altrimenti impossibili da individuare. Facciamo un esempio: il farmaco A, se preso da solo, funziona efficacemente come antidepressivo, il farmaco B invece aiuta a ridurre il colesterolo. C’è la possibilità che, se presi in contemporanea, questi farmaci diano luogo a un pericoloso effetto collaterale che porta all’aumento del tasso glicemico sanguigno. Se abbiamo a disposizione un numero sufficientemente vasto di dati clinici, possiamo utilizzare degli algoritmi per ottenere una valutazione statistica dell’incidenza di questo effetto collaterale.

L’esempio che abbiamo fatto non è inventato, è il noto caso dell’aumento della glicemia dovuto alla somministrazione combinata di Paxil e Pravachol. Per valutare un simile pericolo (piuttosto serio se il paziente ha il diabete) non ci si sarebbe potuti affidare a un normale studio clinico, a meno di voler coinvolgere migliaia di pazienti, ottenerne il consenso informato, rimborsarli adeguatamente e aspettare mesi, se non anni, per ottenere dati rilevanti.

Insomma, l’obiettivo principale della cloud medicine è quello di velocizzare significativamente la ricerca in campo medico.

L’entusiasmo intorno a questo strumento cresce a vista d’occhio, non passa mese senza che spunti un nuovo algoritmo che consenta un’analisi più rapida ed efficace delle cartelle cliniche elettroniche, oltre che confronti incrociati con i dati genetici del paziente, i trattamenti farmacologici a cui è sottoposto e, in alcuni casi, il suo stile di vita. Lo sviluppo di questi nuovi algoritmi va di pari passo con quello di nuove tecnologie di indagine che stanno rendendo sempre più facile ottenere dati relativi al genoma e al proteoma dell’individuo.

Si potrebbe credere di essere a un passo da una radicale rivoluzione in campo medico. Purtroppo, invece, lo scenario in cui i dati clinici di milioni di persone verranno sfruttati per velocizzare lo sviluppo di terapie per malattie incurabili è ancora piuttosto lontano.

Gli ostacoli che a oggi rallentano la diffusione della cloud medicine sono diversi. In primo luogo c’è un problema di quantità. Per quanto la digitalizzazione delle cartelle cliniche sia alla portata di gran parte dei paesi occidentali, gli istituti che si dedicano ad una rigorosa archiviazione dei dati clinici dei propri pazienti sono ancora troppo pochi. Basti pensare che in Italia solo 4 ambulatori su 10 sono informatizzati (e solo 3 hanno una connessione adsl). E negli Stati Uniti, dove ci si aspetterebbe un terreno più fertile, la situazione non è poi così migliore: due ricerche condotte nel 2009 e nel 2010 rivelano infatti che, nonostante almeno la metà dei medici americani facciano uso di un sistema di archiviazione elettronico delle cartelle cliniche, solo il 10% si serve di un’archiviazione semantica degli Electronic Health Records (Ehr), funzionale a ricerche di data mining.

Il secondo ostacolo ha a che fare con la privacy e, naturalmente, con i giganteschi interessi economici che gravitano attorno alla ricerca medica e farmacologica. Se la cloud medicine può aiutare a determinare in poche settimane se l’assunzione combinata di due farmaci crei pericolosi effetti collaterali, può anche essere sfruttata per velocizzare il processo di approvazione di un nuovo farmaco. Se i dati sensibili che condividete in rete sono considerati oro per alcune compagnie della Sylicon Valley, provate a immaginare quanto può valere la vostra cartella clinica per una casa farmaceutica. Insomma gli interrogativi, in termini di privacy si sprecano: quali e quanti dati clinici possono essere resi pubblici? Le cloud mediche dovrebbero essere pubbliche o private? In che modo verrà assicurata l’anonimità delle diagnosi e dei trattamenti?

Mentre i fautori più entusiasti della cloud medicine si scervellano per trovare un sistema per eliminare il problema privacy, una valida alternativa potrebbe arrivare dal self-tracking.

I dati che migliaia di pazienti annotano di propria sponte su piattaforme come CureTogether, rappresentano una risorsa enorme per la ricerca medica, e se il numero di self-tracker aumentasse in modo significativo, la cloud medicine assumerebbe la forma di uno sconfinato laboratorio di ricerca sparso per la rete.

Ma anche in questo caso, un interrogativo rimane: nel caso in cui i dati condivisi spontaneamente dai pazienti portassero allo sviluppo di un nuovo rivoluzionario farmaco, chi sarebbe il detentore morale del brevetto? I pazienti che hanno condiviso la propria condizione, oppure la casa farmaceutica che ci macinerà sopra cifre milionarie?

Fonte: daily.wired.it

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PETMAN este un robot antropomorf conceput în scopul simularii fiziologiei umane. Acesta merge, face genoflexiuni si alte miscari tipice pe care le efectueaza un soldat pe câmpul de lupta, simulând perfect conditiile de utilizare a echipamentului.

De asemenea, robotul este programat pentru a «transpira» în interiorul hainelor, fiind capabil sa produca schimbari de temperatura si de umiditate care sa reflecte comportamentul corpului uman în diferite conditii.

Boston Dynamics afirma ca PETMAN este primul robot antropomorf capabil de miscari dinamice identice cu cele ale unui om. Pentru dezvoltarea acestuia, compania a colaborat cu specialisti de la mai multe institute de cercetare din SUA, printre care Midwest Research Institute, Measurement Technologies Northwest si Oak Ridge National Lab.

A fost dezvăluit PETMAN, robotul antropomorf folosit de armata SUA! (VIDEO)

Sursa: Boston Dynamics & descopera.ro

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They could lead to "superlenses" able to image proteins, viruses and DNA, and perhaps even make a "Star Trek" cloaking device.

Other metamaterials offer unique magnetic properties that could have applications in microelectronics or data storage.

The limitation, so far, is that techniques like electron-beam lithography or atomic sputtering can only create these materials in thin layers. Now Cornell researchers propose an approach from chemistry to self-assemble metamaterials in three dimensions.

Nanomanufacturing technology has enabled scientists to create metamaterials - stuff that never existed in nature - with unusual optical properties. Two polymer molecules linked together will self-assemble into a complex shape, in this case a convoluted "gyroid." One of the polymers is chemically removed, leaving a mold that can be filled with metal. Finally the other polymer is removed, leaving a metal gyroid with features measured in nanometers. Credit: Wiesner Lab

Uli Wiesner, the Spencer T. Olin Professor of Engineering, and colleagues present their idea in the online edition of the journal Angewandte Chemie.

Wiesner's research group offers a method they have pioneered in other fields, using block copolymers to self-assemble 3-D structures with nanoscale features.

A polymer is made up of molecules that chain together to form a solid or semisolid material. A block copolymer is made by joining two polymer molecules at the ends so that when each end chains up with others like itself, the two solids form an interconnected pattern of repeating geometric shapes -- planes, spheres, cylinders or a twisty network called a gyroid. Elements of the repeating pattern can be as small as a few nanometers across. Sometimes tri-polymers can be used to create even more complex shapes.

After the structure has formed, one of the two polymers can be dissolved away, leaving a 3-D mold that can be filled with a metal -- often gold or silver. Then the second polymer is burned away, leaving a porous metal structure.

In their paper the researchers propose to create metal gyroids that allow light to pass through, but are made up of nanoscale features that interact with light, just as the atoms in glass or plastic do. In this way, they say, it should be possible to design materials with a negative index of refraction, that is, materials that bend light in the opposite direction than in an ordinary transparent material.

Special lenses made of such a material could image objects smaller than the wavelength of visible light, including proteins, viruses and DNA. Some experimenters have made such superlenses, but so far none that work in the visible light range. Negative refraction materials might also be configured to bend light around an object -- at least a small one -- and make it invisible.

The Cornell researchers created computer simulations of several different metal gyroids that could be made by copolymer self-assembly, then calculated how light would behave when passing through these materials. They concluded that such materials could have a negative refractive index in the visible and near-infrared range. They noted that the amount of refraction could be controlled by adjusting the size of the repeating features of the metamaterial, which can be done by modifying the chemistry used in self-assembly.

They tried their calculations assuming the metal structures might be made of gold, silver or aluminum, and found that only silver produced satisfactory results.

Could these materials actually be made? According to graduate student Kahyun Hur, lead author on the paper, "We're working on it."

Source: Cornell University

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Una superficie che nessun liquido può macchiare, nemmeno sangue o petrolio. Sono solo alcune delle future conquiste promesse da Slips (Slippery Liquid-Infused Porous Surfaces) il materiale avveniristico realizzato dai ricercatori in scienze dei materiali della  Harvard School of Engineering and Applied Sciences e presentato su Nature. Il materiale altamente tecnologico ottenuto dagli scienziati americani è in realtà ispirato alla natura. Precisamente alla pianta cobra, un tipo di pianta carnivora che, per catturare gli insetti di cui si nutre, li attira sulle sue foglie sdrucciolevoli e poi li fa scivolare, inesorabilmente, nel suo tubo digestivo.

“Sfruttiamo, per il nostro Slips, un principio simile, ma il nostro materiale addirittura supera nelle prestazioni la natura, e fornisce una soluzione versatile e semplice per la repellenza di liquidi e solidi”, ha spiegato Joanna Aizenbberg, a capo del gruppo di ricerca.

La pianta carnivora crea un rivestimento liscio nella parte superiore delle sue foglie, in modo che il fluido diventa, in un certo senso, la vera superficie idrorepellente. “ Nel caso delle formiche, l’olio sul fondo delle loro zampe non fa presa sul rivestimento scivoloso della pianta. Come una sorta di olio che galleggia sulla superficie di una pozzanghera”, continua Aizenbberg.

I ricercatori hanno creato dunque un rivestimento superficiale eccezionalmente scivoloso dopo aver infuso un materiale poroso nanostrutturato con un liquido lubrificante. Dopo essere stato applicato, Slips, come per la pianta carnivora, crea uno strato che fa scivolare un’ampia varietà di liquidi e solidi, non esercitando quasi alcuna ritenzione e presentandosi come una superficie praticamente senza nessun attrito.

Non si tratta certo della prima superficie repellente inventata. Finora, gli scienziati si erano ispirati al loto, che è capace di respingere l’acqua grazie alla minutissima trama delle sue foglie, che, appunto per effetto loto, crea cuscinetti d’aria che fanno rotolare via le goccioline.

Ma l’effetto, riprodotto in laboratorio in materiali nanotecnologici, non funziona altrettanto bene con i liquidi organici o complessi. Inoltre, se la superficie è danneggiata, per esempio graffiata, o se ci sono condizioni ambientali estreme, le gocce di liquido tendono ad affondare nella tessitura, piuttosto che a rotolare via.

“Slips, invece, è intrinsecamente liscia e priva di difetti”, spiega Tak-Sing Wong che ha collaborato allo studio: “ e anche dopo un danno al campione con raschiatura con un coltello o una lama, le superficie era quasi istantaneamente riparata e le qualità repellenti rimanevano intatte. Insomma si verificava una sorta di auto-guarigione”. A differenza delle superfici che sfruttano l’effetto loto, inoltre, SLIPS può essere prodotto in modo da risultare otticamente trasparente, e quindi ideale per applicazioni superfici ottiche e autopulenti.

DAILY WIRED NEWS TECH
Dalle piante carnivore, un materiale super scivoloso
Non si macchia e si ripara da solo. Queste le proprietà della nuova superficie creata da ricercatori di Harvard. Ecco come funziona
22 septembrie 2011  di Stefano Pisani
L'effetto repellente, inoltre, persisteva anche in condizioni estreme come pressioni elevate (fino a 675 atmosfere, pari a sette chilometri sotto il mare) alta umidità e temperature più fredde. Il team ha infatti condotto anche test dopo tempeste di neve e il materiale ha resistito al gelo e respinto il ghiaccio.

I ricercatori prevedono che SLIPS potrebbe un giorno essere usato per i tubi per il trasporto di combustibile e acqua, o per cateteri e sistemi di trasfusione di sangue, che a volte compromessi da indesiderate interazioni liquido-superficie. Altre potenziali applicazioni includono vetri auto-pulenti, superfici che resistono batteri e altri tipi di incrostazioni, materiali anti-incollamento e superfici che respingono impronte digitali o graffiti.

Fonte: daily.wired.it - Credits per la foto: Getty

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Pentru a realiza un scurt film documentar, Nate Dappen, student la Universitatea din Miami, a colaborat cu regizorul Neil Losin, student în cadrul aceleiasi universitati.

Nate a relatat felul în care a luat nastere acest proiect: "În august 2011, am auzit câteva povesti despre o pestera izolata, aflata în Puerto Rico, care gazduieste o populatie masiva de lilieci. La amurg, liliecii parasesc în numere mari grota, plecând la vânatoare. La intrarea în pestera, mai multe exemplare de serpi boa de Puerto Rico (din specia Epicrates inornatus) stau agatate pe pereti, pentru a captura liliecii în zbor. Auzind aceasta poveste, am spus ca trebuie neaparat sa filmam acest spectacol al naturii".

Calatoria pâna în Puerto Rico a fost una încununata de succes, cei doi surprizând ineditul ritual de vânatoare al serpilor boa.

Sursa: Vimeo & descopera.ro

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Celulele beta, din pancreas, produc insulina care regleaza nivelul de glucoza. Diabetul este de doua feluri: de tip 1, în cazul caruia celulele beta originale sunt distruse de sistemul imunitar, sau de tip 2, unde aceste celule nu pot produce destula insulina.

Pentru a înlocui celulele beta nefunctionale sau distruse, Tomoko Kuwabara si echipa sa de la Institutul National de Stiinte Industriale si Tehnologie Avansata din Tsukuba, Japonia, au apelat la celule stem neurale, prelevate din creier.

Diabetul ar putea fi vindecat cu ajutorul celulelor stem

Mai întâi, cercetatorii au extras tesut din bulbul olfactiv sau din hipocamp, zone accesibile pe cale trans-nazala (prin nas), atât la sobolani, cât si la oameni.

Apoi, au prelevat celule stem neurale din aceste tesuturi si le-au expus la Wnt3a (o proteina umana care stimuleaza productia de insulina) si la un anticorp care blocheaza un inhibitor natural al productiei de insulina.

Dupa înmultirea celulelor timp de doua saptamâni, cercetatorii le-au asezat pe folii subtiri de colagen care, în cazul de fata, functioneaza ca o armatura. Acest lucru a permis echipei sa aseze foliile direct pe pancreasul sobolanilor, fara a rani organul.

Într-o saptamâna, concentratia de insulina la sobolanii cu diabet de tip 1 si 2, care au fost tratati, a avut acelasi nivel cu cea de la sobolanii non-diabetici. În plus, concentratia glucozei din sânge (anterior crescuta, ca urmare a diabetului) a revenit la normal.

Tratamentul a avut succes timp de 19 saptamâni, pâna când cercetatorii au înlaturat folia cu celule, iar diabetul a reaparut.

Marele avantaj al acestei metode consta în faptul ca aceste celule nu trebuie sa fie manipulate genetic în afara corpului. Iar datorita faptului ca celulele provin de la acelasi animal la care se vor transplanta, nu exista riscul de respingere sau nevoia de administrare a medicamentelor imunosupresoare.

Din acest motiv, cercetatorii considera ca metoda poate fi utilizata în cazul oamenilor, extragând celule neurale stem din bulbul olfactiv cu ajutorul unui endoscop.

Sursa: New Scientist

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But when it comes to wall-climbing robots its hard to go past the humble gecko for inspiration. The gecko's specialized toe pads containing hair-like structures that allow it to scale smooth vertical surfaces have already provided inspiration for the four-legged Stickybot and now researchers at Canada's Simon Fraser University Burnaby (SFU) claim to be the first to apply the gecko's wall-climbing technique to a robot that operates like a tank.

The researchers created adhesives that mimic the dry, but sticky toe pads of the gecko, also known as dry fibrillar adhesives, by using a material called polydimethylsiloxane (PDMS) that was manufactured to contain very small mushroom cap shapes that were 17 micrometers wide and 10 micrometers high.

"The thin, flexible overhang provided by the mushroom cap ensures that the area of contact between the robot and the surface is maximized," says Jeff Krahn. "The adhesive pads on geckos follow this same principle by utilizing a large number of fibers, each with a very small tip. The more fibers a gecko has in contact, the greater attachment force it has on a surface."

The researchers say applying the adhesive to tank-like robots driven by belts instead of legs offers several advantages. Tank-like robots have a simplified mechanical design and control architecture and also boast increased mobility and can be easily expanded if there is the need to increase the load a robot is carrying.

The 240 g (8.46 oz) robot developed by the SFU researchers, which has been given the catchy name of the Timeless Belt Climbing Platform (TBCP-II) has been fitted with a multitude of sensors that allow it to detect its surroundings and change its course accordingly. It is also able to transfer from a flat horizontal surface to a flat vertical surface over both inside and outside corners at speeds of up to 3.4 cm/s (1.34 in/s).

The SFU researchers say the wall-climbing technology employed in TBCP-II has wide-ranging potential applications, including inspecting pipes, buildings, aircraft and nuclear power plants, and in search and rescue operations.

The team's study A tailless timing belt climbing platform utilizing dry adhesives with mushroom caps was published today in the journal Smart Materials and Structures.

The video below shows the TBCP-II climbing a whiteboard and transitioning from a horizontal surface to a vertical surface around an outside corner.

Source: GizMag

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Cosa c’entrano i satelliti militari con gli scienziati che studiano il riscaldamento globale? E perché l’ esercito incoraggia i progressi in campo medico, per esempio aiutando i ricercatori a sviluppare vaccini contro l’ Aids? Sono alcune delle domande su cui si sofferma Nature, che dedica al tema la copertina e uno speciale dal titolo “ Oltre la bomba”. Nell’editoriale della rivista inglese, si parla dei complessi rapporti tra scienza e mondo militare, una tradizione che è già passata per la bomba atomica e la Guerra Fredda. Resta un'impressione di fondo: la ricerca militare è inevitabile e la scienza non può ignorarlo. Deve farci i conti. E, secondo Nature, la soluzione sarebbe minimizzare i danni e trarne il maggior beneficio possibile per la società intera. Un'idea pragmatica, che bandisce ogni ingenuità, ma che può anche sollevare aspre polemiche.

L’editoriale parte da un dato: il Pentagono dispone di un budget di quasi 9 miliardi di euro da investire nella ricerca militare. Se è vero che parte di queste risorse serve allo scopo di mettere a punto armi di distruzione, è altrettanto vero che alcuni progressi in campo militare hanno storicamente avuto ricadute importanti per la società civile, basti pensare allo sviluppo di Internet o del Sistema di posizionamento globale (Gps). Nature mette anche in luce un’altra caratteristica della scienza militare: da una parte distrugge e dall’altra cura. Lo studio dei traumi cerebrali riportati dai soldati in seguito all’esplosione di una bomba, per esempio, è oggi utile alla diagnosi e alla cura di malattie che colpiscono il cervello. Ancora, la necessità di avere soldati in buona salute ha promosso i progressi nella messa a punto di vaccini.

Confidando nei risvolti positivi della scienza militare, Nature incoraggia il Pentagono a fare di più per promuoverla. Ma a delle condizioni: rendere pubblici i dati quando siano utili alla società civile, garantire la trasparenza negli studi in campo medico, organizzare incontri per discutere dei risvolti etici, legali e sociali della ricerca militare. A fare da cappello a queste raccomandazioni arriva un’altra considerazione. Con le guerre sempre più frequenti e i budget sempre più limitati, c’è il pericolo che il Pentagono scelga di investire in una ricerca militare a breve termine, che abbia come massimi obiettivi quelli di disattivare esplosivi o addestrare i soldati con videogiochi 3D. Un errore, in un momento in cui la sicurezza nazionale non è più solo una questione di potenza militare, ma di salute pubblica, di forza economica, di cambiamenti climatici, insomma, di tutto ciò che rende forte una società. E qui torniamo al punto di partenza: bisogna incoraggiare - si legge - quella vocazione della scienza militare capace di aiutare la società a crescere.

In tutto questo c’è ovviamente un risvolto della medaglia: la società potrebbe non essere sempre in grado di stare dietro a queste spinte.

Almeno dal punto di vista etico e legale. Lo sostiene P. W. Singer, direttore del 21st Century Defense Initiative at the Brookings Institution, in un commento allo speciale di Nature. Secondo Singer, la velocità dei progressi nel campo della tecnologia militare è superiore alla velocità con cui la società civile è in grado di metabolizzarli. A supporto della sua tesi, Singer fa riferimento a un fenomeno esploso negli ultimi dieci anni: l’uso di robot nelle operazioni militari. Attualmente, gli Stati Uniti possiedono un esercito di 7mila velivoli robotici e 12mila sistemi terrestri che non necessitano di conduzione umana, tanto che ormai la Us Air Force passa più tempo ad addestrare i suoi soldati-robot che non quelli in carne e ossa. L’uso massiccio di robot in guerra, d’altra parte, solleva problemi politici, se pensiamo che Obama ha recentemente affermato di non avere bisogno dell’approvazione del Congresso per attaccare la Libia. Il motivo? Perché le operazioni militari erano condotte da sistemi robotici, e quindi non avrebbero comportato sacrifici umani.    

E cosa dire del diritto, da parte di un veivolo senza pilota, di difendersi se attaccato? Non è una trovata da romanzo di fantascienza, ma quanto ha recentemente affermato la US Air Force. La questione tecnologica, poi, non riguarda solo le guerre, ma la quotidianità di ognuno di noi. Teoricamente, sistemi di controllo sempre più sofisticati potrebbero essere utilizzati per spiare i cittadini, violandone i diritti di privacy e dando loro la sensazione di vivere in un Grande Fratello che li controlla. Ecco come dai campi di battaglia il passo per arrivare alla società civile è breve. E quindi? Singer individua nel confronto l’unica soluzione al possibile cortocircuito tecnologia-società. Ricercatori, medici, filosofi, avvocati, politici, militari, industriali e comuni cittadini devono necessariamente oltrepassare i confini del loro orto per discutere delle implicazioni che i progressi scientifici (non solo quelli militari) hanno sulla società.

La scienza militare viene incoraggiata a seguire l’esempio del Progetto Genoma Umano, che dedica il 5% del suo budget annuale all’organizzazioni di incontri per discutere delle implicazioni sociali, etiche e legali delle sue stesse scoperte. Certo, quella dell’identità genetica è una questione rilevante che tocca la sensibilità di ognuno, ma lo stesso potrebbe essere per il problema tecnologico, quando entrerà di prepotenza nelle nostre vite. Ecco perché, secondo Singer, è bene non farsi trovare impreparati, eticamente troppo piccoli per una tecnologia da giganti.

Fonte: daily.wired.it

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