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 Trilingual World Observatory: italiano, english, română. GLOBAL NEWS & more... di Redazione
 
   
 
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 

Questa storia che gli italiani stiano diventando poveri, di una povertà insopportabile, mi convince fino a un certo punto. Nei '50, a parte una sottile striscia di alta borghesia che si guardava bene dall'ostentare, eravamo tutti più poveri della media di coloro che oggi sono considerati tali. Certo, avevamo molte meno esigenze. I bambini non venivano iscritti ai corsi di tennis, di nuoto, di danza.

Noi ragazzini giocavamo a pallone nei terrain vague dove anche ci scazzottavamo allegramente (era la nostra 'educazione sentimentale') e tornavamo a casa la sera con le ginocchia nere e sbucciate (chi mai riesce, oggi, a vedere un bambino, vestito col suo paltoncino, come un cane di lusso, con le ginocchia sbucciate?). A nuotare (parlo di Milano) si andava all'Idroscalo oppure, durante le vacanze scolastiche, accompagnati dalla mamma (il padre rimaneva in città, perchè allora per mantenere la famiglia bastava uno solo) sulla Riviera di Ponente. Gli adulti non sognavano i Caraibi, non sapevamo nemmeno che esistessero. Vivevamo in un mondo circoscritto. La fabbrica o l'ufficio, a Milano, erano quasi sempre vicino a casa. In altre zone del Paese invece si doveva fare anche trenta chilometri. Allora si inforcava la bicicletta, che a quei tempi era un mezzo di locomozione (negli anni Trenta avevano la targa, come le automobili) e non un gadget per tipi snob. In compenso non c'era bisogno di fare jogging. Eppoi la povertà aiuta la povertà. Passava lo strascè ("strascè, strasciaio") e gli buttavi dalla finestra qualche vecchio lenzuolo bucato. Passava l'arrotino e ti affilava i coltelli per poche lire. Veniva il contadino (la città era ancora compenetrata con la campagna) e ti portava le uova, i pomodori, la frutta.

Essere poveri dove tutti, più o meno, lo sono non è un dramma e nemmeno un problema. Quando uno ha da abitare, da vestire, da mangiare (nessuno nei '50 moriva di Fame, anche se la minaccia paterna, dopo la marachella, "Stasera vai a letto senza cena", non era da prendere sottogamba), gli amici, la ragazza e, più tardi, una moglie e dei figli, cosa gli manca per essere non dico felice (parola proibita, che non dovrebbe essere mai pronunciata), ma almeno sereno?

La povertà nasce con la ricchezza. Quando una fetta consistente della popolazione la raggiunge. Innanzitutto per la concreta ragione che tutti i prezzi dei beni essenziali si alzano. Lo si vede bene nella Russia di oggi dove accanto agli Abramovich ci sono professori universitari che col loro stipendio ci comprano un mezzo pollo. Nei '50 e nei primi '60, in Italia, un pasto competo in trattoria con una bottiglia di buon Barbera costava 250 lire che, anche fatta la tara dell'inflazione, non hanno nulla a che vedere con i 25/30 euro con cui si paga oggi una pizza. Gli affitti erano abbordabili, oggi bisogna strangolarsi di mutui per andare ad abitare nell'anonimato dell'hinterland. Inoltre scatta il meccanismo dell'emulazione, dell'invidia, su cui del resto si basa l'intero nostro modello di sviluppo. Raggiunto un obbiettivo bisogna inseguire immediatamente un altro e poi un altro ancora - a ciò costretti dall'ineludibile meccanismo produttivo, che ci sovrasta - e, sempre inappagati, non possiamo mai raggiungere un momento di equilibrio, di quiete, di serenità.

Ludwig von Mises, il più estremo ma anche coerente teorico dell'industrial-capitalismo, rovesciando venti secoli di pensiero occidentale e orientale, ha affermato:"Non è bene accontentarsi di ciò che si ha". Ha interpretato lo spirito del tempo coniugato con le esigenze del sistema. Ma poichè "ciò che non si ha" non ha limiti abbiamo creato il meccanismo perfetto dell'infelicità.
 
Autore: Massimo Fini - Fonte: Il Fatto Quotidiano

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By Admin (from 25/06/2011 @ 14:00:32, in ro - Observator Global, read 1313 times)

 Asasinarea lui Abraham Lincoln, carismaticul presedinte american de la mijlocul veacului XIX, reprezinta, alaturi de uciderea lui J.F. Kennedy, aproape o suta de ani mai tarziu, o pata neagra in istoria Statelor Unite. In ambele cazuri, nu s-a putut stabili cu certitudine daca a fost vorba despre un tragator care a actionat de unul singur sau despre un complot bine regizat. Oricum, cel putin in cazul lui Lincoln, daca nu si in cel al lui Kennedy,  se pare ca a fost vorba despre asasinate „inutile”, cum le numeste un cercetator american, intrucat marele om politic era deja muribund...

Toate bolile presedintilor

Cel care a emis aceasta ipoteza socanta este doctorul californian John Sotos, care a studiat timp de mai bine de zece ani dosarul medical al lui Lincoln. In opinia sa, liderul abolitionist ar fi suferit de o forma grava de cancer si, in momentul in care era impuscat, la teatrul Ford, in 1865, se gasea deja in stadiul final al bolii, nemaiavand de trait decat cateva luni. „Lincoln a fost un om rar, suferind de o boala rara”, crede Sotos, care a publicat recent o ampla biografie a presedintelui american, continand nu mai putin de 400 de documente de arhiva, scrisori si marturii ale lui Lincoln, ale apropiatilor si medicilor sai.

De altfel, doctorul britanic nu si-a concentrat atentia doar asupra lui Lincoln, ci si a altor presedinti americani, pe care i-a examinat ca si cum ar fi fost niste pacienti. El a ajuns la concluzia ca George Washington ar fi putut suferi de dementa senila, in ultimii ani de mandat, ca James Madison avea atacuri de apoplexie, ca Franklin Pierce a murit din cauza unei ciroze hepatice iar Calvin Coolidge a suferit de depresie dupa moartea fiului sau.


Lincoln avea cancer in faza terminala?

Revenind la Lincoln, trebuie sa amintim ca starea sa de sanatate a suscitat interesul specialistilor inca din secolul trecut. In 1962 s-a sugerat ca statura sa impresionanta si bratele neobisnuit de lungi s-ar fi datorat unei tulburari genetice numite sindromul Marfan, care l-ar fi afectat si pe Paganini. Alti medici au sugerat boli genetice asemanatoare, precum sindromul Ehlers-Danlos sau Stickler, in vreme ce altii considerau ca presedintele suferea de depresie majora si epuizare fizica si nervoasa.

Sotos neaga aceste presupuneri, afirmand ca, fara indoiala, Lincoln avea o forma rara de cancer tiroidian, numit in termeni medicali 2B sau 2B masculin. El aduce in sprijinul acestei ipoteze simptomele acestei boli deosebit de agresive, care se potrivesc izbitor cu cele manifestate de Lincoln: constipatie cronica, pungi sub ochi, falci asimetrice, umflaturi ale buzelor. Pe langa acestea, un alt element important: starea de sanatate a presedintelui se agravase considerabil in lunile premergatoare asasinatului. „Probabil ca moartea s-ar fi produs oricum, din cauza acestui cancer in faza terminala, in cateva luni si gestul lui Booth (ucigasul presedintelui – n.n.) a fost inutil”, apreciaza Sotos.

Misterul nu va fi niciodata dezlegat

Nu toata comunitatea medicala este insa de acord cu opinia sa. „Sotos a prezentat cat se poate de convingator cazul dar exista inca semne de intrebare”, spune dr Charis Eng, director la Genomic Medicine Institute din Cleveland. Si mai sceptic este oncologul Jeffrey F. Moley, de la Universitatea Washington din St. Louis: „Ma indoiesc ca Lincoln ar fi avut cancer de tip 2B masculin. Am vazut zeci de pacienti care sufereau de aceasta boala si nu aveau nici una dintre caracteristicile lui Lincoln. Este putin probabil ca Lincoln sa fi avut cancer. Pledez, in continuare, pentru sindromul Marfan, singura anomalie capabila sa explice aspectul sau fizic deosebit.”

Singurul element care ar putea face lumina in acest caz ar fi analiza ADN. Doar ca asemenea mostre ADN nu pot proveni de la Lincoln, care este ingropat in ciment, dupa tentativa de a i se fura cadavrul, in 1876, si nici nu pot fi prelevate de la urmasi ai sai in viata, intrucat acestia nu exista.

Autor: GABRIEL TUDOR - magazin.ro

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Sei di destra o di sinistra? In questo periodo è una domanda piuttosto difficile, che metterebbe in imbarazzo non poche persone, primi tra tutti gli stessi politici.
Eppure secondo una recente ricerca dello University College di Londra, l'orientamento politico di ciascuno di noi è scritto in maniera molto chiara nel nostro cervello.

destra e sinistra

Le dimensioni contano

Ryota Kanai e i suoi colleghi hanno condotto uno studio su 90 volontari ai quali è stato chiesto di descriversi come liberali o conservatori utilizzando una scala di valori compresa tra 0 e 5. Gli scienziati hanno poi analizzato le loro strutture cerebrali e hanno scoperto che chi si dichiara liberale tende ad avere una corteccia cingolata anteriore più sviluppata, mentre i conservatori hanno un'amigdala più grande.

In passato i ricercatori avevano già condotto studi che mettevano in relazione alcune caratteristiche psicologiche con l'orientamento politico: quello di Kanai è il primo lavoro che le collega anche alla conformazione fisica del cervello.

I conservatori sembrano più sensibili all'ansia (e in effetti l'amigdala è il luogo dove vengono elaborate aggressività e paura), mentre i liberali tendono a essere più aperti a nuove esperienze.

Ciò che non è ancora chiaro è se siano le preferenze politiche a influenzare le strutture cerebrali o viceversa: il cervello, nei primi anni di vita, non ha ancora una conformazione ben definita. Questa si forma anno dopo anno, esperienza dopo esperienza. E comunque sono molte le persone che nel corso della vita cambiano la sponda politica.
"Ma prima di poter affermare che le scelte in cabina elettorale sono una questione fisica servono ancora molti studi" mette in guardia Kanai.

Di tutta l'erba un fascio?

Certo è che se gli scienziati britannici avessero ragione, la fisiologia del cervello potrebbe spiegare anche altri tipi di comportamento come il disinteresse per la politica di molte persone o la preferenza per il PC piuttosto che per il Mac. Ma occorre muoversi con estrema cautela perchè questa interpretazione potrebbe aprire la strada a pericolose derive.

Fonte: Focus.it

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By Admin (from 25/06/2011 @ 08:00:45, in en - Science and Society, read 615 times)

Technology using catalysts which make hydrogen from formic acid could eventually replace lithium batteries and power a host of mobile devices.

Edman Tsang of Oxford University’s Department of Chemistry and colleagues are developing new catalysts which can produce hydrogen at room temperature without the need for solvents or additives.

Their initial results, reported in a recent paper in Nature Nanotechnology, are promising and suggest that a hydrogen fuel cell in your pocket might not be that far away.

Putting a fuel cell 'in your pocket'

The core-shell particle (palladium atoms on a silver nanoparticle).

The new approach involves placing a single atomic layer of palladium atoms onto silver nanoparticles. ‘The structural and electronic effects from the underlying silver greatly enhance the catalytic properties of palladium, giving impressive activity for the conversion of formic acid to hydrogen and carbon dioxide at room temperature,’ Edman told us.

He explains that the storage and handling of organic liquids, such as formic acid, is much easier and safer than storing hydrogen. The catalysts would enable the production of hydrogen from liquid fuel stored in a disposable or recycled cartridge, creating miniature fuel cells to power everything from mobile phones to laptops.

Another advantage of the new technology is that the gas stream generated from the reaction is mainly composed of hydrogen and carbon dioxide but virtually free from catalyst-poisoning carbon monoxide; removing the need for clean-up processes and extending the life of the fuel cells.

The chemists have worked closely with George Smith, Paul Bagot and co-workers at Oxford University’s Department of Materials to characterise the catalysts using atom probe tomography. The underlying technology is the subject of a recent Isis Innovation patent application.

‘There are lots of hurdles before you can get a real device, but we are looking at the possibility of using this new technology to replace lithium battery technology with an alternative which has a longer lifespan and has less impact on the environment,’ explains Edman.

Source: PhysOrg

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La dichiarazione delle ostilità è arrivata una settimana fa attraverso un video (vedi sotto), dove alla faccia del Presidente del Consiglio – nel video in cui Berlusconi parlava dell’indagine sui festini ad Arcore – si sostituisce quella di Guy Fawkes, cospiratore inglese del ’600 tornato a nuova popolarità con il fumetto (e poi il film) “V per vendetta” e ormai maschera ufficiale del gruppo hacker degli Anonymous. “Governo italiano, sei sotto osservazione, l’informazione nel Paese non è libera. Noi non perdoniamo. Noi non dimentichiamo. Aspettaci”. Le prime azioni coordinate sono avvenute quindi martedì e mercoledì scorsi. Nell’arco dei due giorni sono stati diversi gli obiettivi colpiti con l’ormai “tradizionale” attacco Ddos, il Distributed denial of service, massiccio numero di richieste fittizie ai server che impedisce o rende difficoltoso l’accesso a un sito: ilpopolodellaliberta.it, governoberlusconi.it, governo.it, camera.it, senato.it. Mentre sui siti afferenti al Pdl e al premier è comparso il messaggio lasciato degli anonimi (vedi più sotto il volantino), quelli del governo – come confermano fonti di Montecitorio – hanno resistito all’attacco. Immediata e dura la condanna del presidente del Senato, Renato Schifani: “Le azioni degli hacker sono atti esecrabili perché gli attacchi alle istituzioni sono attacchi alla democrazia da combattere senza se e senza ma”.

Quelli dei giorni scorsi non sono stati certo i primi assalti ai siti istituzionali da parte della sezione italiana del movimento di hacker politici Anonymous: a febbraio di quest’anno l’attacco a governo.it non aveva portato all’effetto sperato dagli anonimi. Ma come suggestivamente questi “pirati etici” si autodefiniscono – “Noi siamo una legione” –, è proprio la forza del numero che permette agli anonimi di sferrare attacchi sempre più efficaci. Non è solo dunque la “potenza di fuoco” dei Ddos tramite botnet a essere aumentata nei mesi (raddoppiata, secondo quanto ci ha raccontato l’esperto di sicurezza Raoul Chiesa, in soli 4 mesi). Come si può leggere sul blog di Anonymous Italy, i comunicati stampa del gruppo sono spesso scritti in due lingue, italiano e inglese. Un’azione su Internet non necessita presenza fisica in un luogo particolare e dunque gli “anonimi” di tutto il mondo si “scambiano le forze”, sostenendosi di volta in volta nei vari attacchi a siti nazionali o internazionali. Dal movimento “Free Assange” (gli Anonymous si sono fatti conoscere dal grande pubblico proprio per le azioni a favore del fondatore di Wikileaks) agli “indignados” spagnoli. Fino ad arrivare al gruppo italiano, che evidentemente sta ottenendo un sempre maggiore appoggio internazionale, così da riuscire a bloccare i siti messi nel mirino. A questo si aggiunge poi anche una maggiore diffusione – probabilmente per questioni politiche – di supporters nazionali disposti a utilizzare gli “strumenti di attacco” messi a disposizione della rete degli anonimi.


Gli attacchi dei giorni scorsi hanno avuto in realtà due obiettivi diversificati: il 21 nel mirino digitale c’era dichiaratamente la persona di Silvio Berlusconi (vedi il volantino sopra) e l’operazione – co-firmata dal gruppo Lulz Security, “protagonista” di attacchi di alto profilo come quelli ai server Sony o a quelli della Cia (a fianco il logo) – sichiamava in modo significativo “#opitaly Bunga Bunga”; il 22, nell’ambito dell’operazione chiamata invece “Payback Italy”, l’obiettivo erano invece i siti istituzionali e in generale il governo italiano. Le modalità come detto sono le stesse e così anche quella che si potrebbe definire la “retorica” del messaggio: il richiamo di Anonymous è sempre rivolto al “popolo”, ai “cittadini”. L’idea è quella della partecipazione dal basso per arrivare a cambiare chi c’è e quanto accade in alto: “Noi siamo gli anonimi, noi siamo una legione. Noi siamo te”. Non sono chiari quali possano essere i prossimi passi di questa “guerra” che prevede azioni dicybersquatting, anche se in Rete circola la voce di un possibile nuovo attacco venerdì mirato sulla città di Milano.

Giovedì al Senato, proprio durante l’attacco al sito, si è svolta una conferenza sulla cybersecurity organizzata dal Centro studi TTS. Durante l’incontro Raoul Chiesa ha fatto una proposta-provocazione che ha fatto molto discutere: “Nella strategia di cyberdifesa nazionale gli hacker potrebbero essere considerati come una risorsa e non come una minaccia, “patrioti informatici” contro chi davvero agisce per dolo, spie, terroristi e altre tipologie di criminali”. Perché qualcosa del genere possa accadere, servirebbero ovviamente dei passi di avvicinamento. sia da una parte, sia dall’altra.

Fonte: vitadigitale.corriere.it - Autore: Federico Cella

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Sembra proprio che gli Americani abbiano vinto la Coppa dei campioni, invece i festeggiamenti si riferiscono alla morte di bin Laden, di cui non esiste più neppure il cadavere, svanito tra i flutti dell’Oceano indiano. Un finale da thriller hollywoodiano per il “nemico numero uno” americano che però non ci aiuta a capire cosa c’era dietro al Qaeda, né cosa si cela oggi. Sarebbe stato meglio interrogare il saudita, strappargli qualche informazione preziosa sulle sue finanze e su quelle dell’organizzazione di cui era l’incontrastata icona, un sorta di centrale del terrore che ha gestito fino all’11 settembre. Ed invece non è stato così. Osama bin Laden, come Elvis Presley e John Kennedy, appartiene a quelle figure storiche di cui si sa quasi tutto meno i particolari. E veniamo al destino di al Qaeda, che molti americani oggi reputano decapitata con la perdita del capo. Ebbene si sbagliano. Dal 2005, da quando bin Laden aveva preso possesso della piccola fortezza ad appena un’ora di macchina dalla capitale pachistana dove è morto, l’uomo più pericoloso al mondo era, in un certo senso, andato in pensione.

Loretta Napoleoni

Lontano dalle zone calde del Waziristan, da dove nel 2007 inizia la rimonta Talebana, senza telefono, internet nè televisione, bin Laden era a tutti gli effetti tagliato fuori dal mondo. Quindi come faceva a gestire la rete globale del jihadismo? Ancora più assurda è l’idea che in queste condizioni l’infimo saudita potesse gestirne le finanze.

Osservazioni queste che gli americani non fanno per paura di guardare in faccia la realtà: che la morte di Osama bin Laden cambia poco le carte in tavola, al Qaeda ieri come oggi è una nebulosa inafferrabile che si alimenta principalmente dei proventi del contrabbando di droga, un business di 500 miliardi di dollari in costante ascesa e di quello ancora più agghiacciante di esseri umani.

Ad oriente i talebani ed al Qaeda, due forze che si sono fuse nel lontano 2007, si autofinanziano tassando la fiorente industria dell’oppio e dell’eroina nei territori da loro riconquistati in Afganistan. Ad occidente, in Europa e nel Nord Africa, al Qaeda nel Magreb, pericolo numero uno per gli europei, è diventato uno dei partner più importanti dei narcotrafficanti di cocaina dell’Africa occidentale che dalla Colombia portano la polvere bianca nelle nostre discoteche. Al Qaeda nel Magreb è anche invischiata con i trafficanti di esseri umani che attraversano il deserto del Sahara verso il Mediterraneo nella speranza di una vita migliore a casa nostra. Né i talebani nè al Qaeda nel Magreb hanno bisogno dei soldi di bin Laden o dei suoi amici sauditi, il crimine frutta abbastanza denaro. Ciò significa che dall’11 settembre le fonti di finanziamento del terrorismo sono mutate, come d’altronde c’era da aspettarsi.
Diversa era la situazione 15 anni fà, allo scoppio della guerra del Golfo, allora sì che la scomparsa di Osama bin Laden avrebbe segnato la fine di al Qaeda. Trasformata negli anni Ottanta da guarnigione d’elite dei mujaheddin - i guerrieri musulmani che in quella decade avevano combattuto la Jihad anti-Sovietica in Afganistan - in un’organizzazione armata, al Qaeda diventa un potente strumento in mano al miliardario saudita. Ed è lui che ne forgia la struttura con i soldi dei vecchi finanziatori della jihad antisovietica.

Il modello di finanziamento è quello classico della sponsorizzazione del terrorismo. I finanziamenti partono dai poli della finanza internazionale: New York, Londra e, negli anni Novanta, Dubai. Transitano su conti cifrati nei paradisi fiscali ed arrivano a destinazione grazie alla complicità delle banche Sudanesi ed Afgane, dove bin Laden ha conti aperti, e di una rete di organizzazioni caritatevoli infiltrate da al Qaeda. Tutto ciò avviene sotto gli occhi degli americani che non se ne curano. Perché? Perché bin Laden e i suoi accoliti sono ex alleati, sono stati loro a mettere in ginocchio i sovietici in Afghanistan.

Dal 1991 fino al 2001, prima in Sudan e poi in Afghanistan, il saudita gestiva campi di addestramento che sfornavano jihadisti. Le reclute erano selezionate dai “reclutatori”, anche loro da lui assoldati, che agivano principalmente nei paesi occidentali, dove forte era la presenza della diaspora mussulmana: Germania, Regno Unito e Spagna. Costoro avevano a disposizione un budget generoso con il quale offrivano alle reclute “vacanze studio” in Afghanistan.

Ebbene tutto questo non esiste più dal 2001. Per decapitare al Qaeda o perlomeno per infliggerle un colpo mortale bisognerebbe tagliare la testa al contrabbando delle droghe e porre fine al commercio degli esseri umani. E molti sostengono che questo potrebbe avvenire senza sparare un solo colpo, semplicemente legalizzando e regolarizzando il consumo di droghe e aiutando le economie dei paesi da dove parte l’emigrazione a modernizzarsi. Politiche, quali la legalizzazione delle droghe, che in molti paesi hanno avuto grande successo. C’è solo un problema: l’impatto mediatico di queste politiche sarebbe minimo rispetto a quello di aver giustiziato il moderno Hitler. E un presidente poco popolare che vuole essere rieletto ha bisogno di tanta propaganda!

Fonte: caffe.ch

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By Admin (from 24/06/2011 @ 14:00:05, in ro - Stiinta si Societate, read 500 times)

 Sursa de energie abundenta si putin costisitoare, carbunele e pe punctul de a reveni in forta si de a deveni un inlocuitor al petrolului si gazului. Dar asta in conditiile in care se indeplinesc cerintele unei arderi nepoluante. Acest combustibil fosil, care n-a incetat sa fie o sursa de energie substantiala in lume, pentru a se produce otel sau electricitate, e din nou in voga, dupa ce s-au inchis sute de mine. E abundent (rezervele mondiale sunt estimate la 150 de ani de consum), relativ ieftin, usor de transportat si, mai ales, prezent pe toate continentele, putand inlocui o mare parte din petrol si gaze.

Consumul acestei materii prime fosile ar putea creste, conform ultimelor estimari, cu 73% pana in 2030, daca e mentinuta politica energetica actuala. Marea problema o constituie emisiile de bioxid de carbon, extrem de importante.

In 2005, carbunele a degajat mai mult bioxid de carbon decat petrolul (10,980 miliarde de tone fata de 10,716) furnizand doar 25,3% energie primara mondiala, fata de 35% in cazul petrolului. In aceste conditii, emisiile de bioxid de carbon vor creste cu 70% pana in 2030, in timp ce emisiile globale vor creste cu peste 57%. Exista insa si o veste buna: impactul carbunelui asupra mediului si a climei poate fi limitat.

Dar asta, peste un deceniu. Cum va fi insa stocat durabil? Ce industrie isi va lua responsabilitatea de a stoca milioane de tone de bioxid de carbon pentru urmatoarele decenii, secole? Australia, SUA, India si China sunt foarte interesate sa revina in forta la carbune. (In Europa, Germania si Marea Britanie sunt lideri in domeniul centralelor cu carbune.) Construirea acestora in Europa nu e foarte rentabila si aceasta din cauza taxelor aplicate pe tonele de bioxid de carbon.

Dar, oricum, e mai ieftina aceasta varianta decat investitia intr-o centrala nucleara, limitand totodata dependenta de gazele importate din Rusia. Incepand cu anul 2020, toate centralele cu carbune ce se vor construi vor fi dotate cu module de captare a emisiilor de bioxid de carbon. Americanii, si ei interesati de centralele cu carbune, nu au deocamdata asemenea intentii „nobile”. Pana in 2030 ele vor cunoaste o dezvoltare cu peste 60%, carbunele putand furniza 55% din electricitatea tarii, fata de 50% in acest moment. SUA vor construi pana in 2015 o singura centrala nucleara si 170 de centrale cu carbune, pana in 2030.

Doar 33 dintre ele vor fi curate, datorita recursului la tehnologia combustiei cu oxigen. Semnalele cele mai alarmante vin insa din Asia. China consuma mai mult carbune decat SUA, Europa si Japonia, laolalta, adica peste 38% din carbunele utilizat in lume, si e foarte putin probabil ca vor fi instalate curand unitati de captare a bioxidului de carbon, care ar putea reduce aceste emisii cu 80-90% per unitate electrica. Un scenariu deloc atractiv in perspectiva limitarii drastice a poluarii.

Autor: DORIN MARAN - magazin.ro

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"Sono andate più persone sulla Luna che sotto ai 6 mila metri di profondità": se a dirlo è un miliardario con un debole per le sfide impossibili, il passo per risolvere il problema è breve. Già alla fine di quest'anno Sir Richard Branson - il "papà" di Virgin Galactic, la più famosa compagnia per viaggi suborbitali turistici - potrebbe scendere di persona nella Fossa delle Marianne a bordo di Virgin Oceanic, un sottomarino attrezzato per spingersi dove nessun natante è mai arrivato ed esplorare i punti più profondi dell'oceano.

Il sottomarino Virgin Oceanic è lungo quasi 5 metri e mezzo e ha un'autonomia di operatività negli abissi di circa 24 ore.
Foto © virginoceanic

Le mete. Il progetto prevede cinque spedizioni nelle misteriose e inesplorate fosse collocate nei mari di tutto il pianeta: oltre alle Marianne (11.034 metri, nel Pacifico), quella di Porto Rico (8380 metri circa, Oceano Atlantico), la Fossa Diamantina (8.047 metri, Oceano Indiano) quella delle Sandwich australi (7235 metri, Atlantico meridionale) e il Molloy Deep (5606 metri, nell'Oceano Artico). A supportare mister Branson ci sarà l'esploratore americano Chris Welsh.

Prestazioni da record. Più simile a un delfino che a un sommergibile tradizionale, il sottomarino monoposto potrà raggiungere gli 11 mila metri di profondità e resistere a una pressione 1500 volte superiore a quella che sopporta un aereo. In fibra di carbonio e titanio, con una cupola in quarzo a proteggere il pilota, viaggerà a una velocità massima di 5,5 chilometri all'ora e potrà immergersi di circa 106 metri al minuto: si stima che un tuffo e una risalita nella Fossa delle Marianne richiederanno circa 5 ore.

Primatista animale

Il capodoglio (Physeter catodon) tra i "sub" più esperti del mondo animale, può immergersi fino a una profondità di 2200 metri e resistere per più di un'ora. Virgin Oceanic potrà spingersi cinque volte più in basso.

Reportage completo. Una volta disceso, il sottomarino sorvolerà i fondali raccogliendo dati per le analisi scientifiche e spedendo immagini video in superficie. Le preziose informazioni arricchiranno i database di Google Earth e Google Maps, insieme a quello dello Scripps Institution of Oceanography, un prestigioso centro californiano per la ricerca marina che sta collaborando alla missione.

Senza via di scampo. Le conoscenze attuali su queste fosse oceaniche sono talmente carenti che in caso di guasto del sottomarino, nessun mezzo potrebbe spingersi fino a quelle profondità per salvare gli occupanti. Anche una piccola crepa potrebbe compromettere la sicurezza del pilota, e i test del natante stanno procedendo a ritmo serrato. Il battesimo dell'acqua comunque è previsto per la fine del 2011 e le 5 spedizioni dovrebbero tutte essere completate entro due anni.

Fonte: Focus.it

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By Admin (from 24/06/2011 @ 08:00:37, in en - Global Observatory, read 588 times)

Researchers have achieved a breakthrough in quantum communications and computing using a teleporter and a paradoxical cat.

The breakthrough is the first-ever transfer, or teleportation, of a particular complex set of quantum information from one point to another, opening the way for high-speed, high-fidelity transmission of large volumes of information, such as quantum encryption keys, via quantum communications networks.

Beam me up ... Quantum teleporter breakthrough

Beam me up ... the teleporter in the lab of Professor Akira Furusawa at the University of Tokyo

The research was published in the April edition of the journal Science.
Teleportation – the transfer of quantum information from one location to another using normal, "classical" communications - is one of the fundamental quantum communication techniques.

The cat in the equation was not a living, breathing feline but rather "wave packets" of light representing the famous "thought experiment" known as Schrodinger’s Cat. Schrodinger’s Cat was a paradox proposed by early 20th century physicist Erwin Schrodinger to describe the situation in which normal, "classical" objects can exist in a quantum "superposition" - having two states at once.

Professor Elanor Huntington, in the School of Engineering and Information Technology at UNSW's Canberra campus at the Australian Defence Force Academy (ADFA), was part of a team led by University of Tokyo researchers. She said the team’s achievement was another step towards building a super-powerful quantum computer and transmitting quantum information.

"One of the limitations of high-speed quantum communication at present is that some detail is lost during the teleportation process. It’s the Star Trek equivalent of beaming the crew down to a planet and having their organs disappear or materialise in the wrong place. We’re talking about information but the principle is the same – it allows us to guarantee the integrity of transmission.

"Just about any quantum technology relies on quantum teleportation. The value of this discovery is that it allows us, for the first time, to quickly and reliably move quantum information around. This information can be carried by light, and it’s a powerful way to represent and process information. Previous attempts to transmit were either very slow or the information might be changed. This process means we will be able to move blocks of quantum information around within a computer or across a network, just as we do now with existing computer technologies.

"If we can do this, we can do just about any form of communication needed for any quantum technology."

The experiments were conducted on a machine known as "the teleporter" in the laboratory of Professor Akira Furusawa in the Department of Applied Physics in the University of Tokyo.

Professor Huntington, who leads a research program for the Centre for Quantum Computation and Communication, developed the high-speed communication part of the teleporter at UNSW’s Canberra campus with PhD student James Webb.

Source: PhysOrg

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By Admin (from 23/06/2011 @ 14:00:31, in en - Science and Society, read 722 times)

Producing hydrogen in a sustainable way is a challenge and production cost is too high. A team led by EPFL Professor Xile Hu has discovered that a molybdenum based catalyst is produced at room temperature, inexpensive and efficient. The results of the research are published online in Chemical Science Thursday the 14th of April. An international patent based on this discovery has just been filled.

Existing in large quantities on Earth, water is composed of hydrogen and oxygen. It can be broken down by applying an electrical current; this is the process known as electrolysis. To improve this particularly slow reaction, platinum is generally used as a catalyst. However, platinum is a particularly expensive material that has tripled in price over the last decade. Now EPFL scientists have shown that amorphous molybdenum sulphides, found abundantly, are efficient catalysts and hydrogen production cost can be significantly lowered.


Industrial prospects

The new catalysts exhibit many advantageous technical characteristics. They are stable and compatible with acidic, neutral or basic conditions in water. Also, the rate of the hydrogen production is faster than other catalysts of the same price. The discovery opens up some interesting possibilities for industrial applications such as in the area of solar energy storage.

A chance discovery may revolutionize hydrogen production

Using a molybdenum based catalyst, hydrogen bubbles are made cheaply and at room temperature. Credit: EPFL / Alain Herzog

It's only by chance that Daniel Merki, Stéphane Fierro, Heron Vrubel and Xile Hu made this discovery during an electrochemical experience. "It's a perfect illustration of the famous serendipity principle in fundamental research", as Xile Hu emphasizes: "Thanks to this unexpected result, we've revealed a unique phenomenon", he explains. "But we don't yet know exactly why the catalysts are so efficient."

The next stage is to create a prototype that can help to improve sunlight-driven hydrogen production. But a better understanding of the observed phenomenon is also required in order to optimize the catalysts.
 
Source: PhysOrg

More information: Daniel Merki, Stéphane Fierro, Heron Vrubel and Xile Hu, "Amorphous Molybdenum Sulfide Films as Catalysts for Electrochemical Hydrogen Production in Water," Chemical Science, 2011.

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