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 Trilingual World Observatory: italiano, english, română. GLOBAL NEWS & more... di Redazione
   
 
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
By Admin (from 24/06/2011 @ 19:25:39, in it - Osservatorio Globale, read 1699 times)

La dichiarazione delle ostilità è arrivata una settimana fa attraverso un video (vedi sotto), dove alla faccia del Presidente del Consiglio – nel video in cui Berlusconi parlava dell’indagine sui festini ad Arcore – si sostituisce quella di Guy Fawkes, cospiratore inglese del ’600 tornato a nuova popolarità con il fumetto (e poi il film) “V per vendetta” e ormai maschera ufficiale del gruppo hacker degli Anonymous. “Governo italiano, sei sotto osservazione, l’informazione nel Paese non è libera. Noi non perdoniamo. Noi non dimentichiamo. Aspettaci”. Le prime azioni coordinate sono avvenute quindi martedì e mercoledì scorsi. Nell’arco dei due giorni sono stati diversi gli obiettivi colpiti con l’ormai “tradizionale” attacco Ddos, il Distributed denial of service, massiccio numero di richieste fittizie ai server che impedisce o rende difficoltoso l’accesso a un sito: ilpopolodellaliberta.it, governoberlusconi.it, governo.it, camera.it, senato.it. Mentre sui siti afferenti al Pdl e al premier è comparso il messaggio lasciato degli anonimi (vedi più sotto il volantino), quelli del governo – come confermano fonti di Montecitorio – hanno resistito all’attacco. Immediata e dura la condanna del presidente del Senato, Renato Schifani: “Le azioni degli hacker sono atti esecrabili perché gli attacchi alle istituzioni sono attacchi alla democrazia da combattere senza se e senza ma”.

Quelli dei giorni scorsi non sono stati certo i primi assalti ai siti istituzionali da parte della sezione italiana del movimento di hacker politici Anonymous: a febbraio di quest’anno l’attacco a governo.it non aveva portato all’effetto sperato dagli anonimi. Ma come suggestivamente questi “pirati etici” si autodefiniscono – “Noi siamo una legione” –, è proprio la forza del numero che permette agli anonimi di sferrare attacchi sempre più efficaci. Non è solo dunque la “potenza di fuoco” dei Ddos tramite botnet a essere aumentata nei mesi (raddoppiata, secondo quanto ci ha raccontato l’esperto di sicurezza Raoul Chiesa, in soli 4 mesi). Come si può leggere sul blog di Anonymous Italy, i comunicati stampa del gruppo sono spesso scritti in due lingue, italiano e inglese. Un’azione su Internet non necessita presenza fisica in un luogo particolare e dunque gli “anonimi” di tutto il mondo si “scambiano le forze”, sostenendosi di volta in volta nei vari attacchi a siti nazionali o internazionali. Dal movimento “Free Assange” (gli Anonymous si sono fatti conoscere dal grande pubblico proprio per le azioni a favore del fondatore di Wikileaks) agli “indignados” spagnoli. Fino ad arrivare al gruppo italiano, che evidentemente sta ottenendo un sempre maggiore appoggio internazionale, così da riuscire a bloccare i siti messi nel mirino. A questo si aggiunge poi anche una maggiore diffusione – probabilmente per questioni politiche – di supporters nazionali disposti a utilizzare gli “strumenti di attacco” messi a disposizione della rete degli anonimi.


Gli attacchi dei giorni scorsi hanno avuto in realtà due obiettivi diversificati: il 21 nel mirino digitale c’era dichiaratamente la persona di Silvio Berlusconi (vedi il volantino sopra) e l’operazione – co-firmata dal gruppo Lulz Security, “protagonista” di attacchi di alto profilo come quelli ai server Sony o a quelli della Cia (a fianco il logo) – sichiamava in modo significativo “#opitaly Bunga Bunga”; il 22, nell’ambito dell’operazione chiamata invece “Payback Italy”, l’obiettivo erano invece i siti istituzionali e in generale il governo italiano. Le modalità come detto sono le stesse e così anche quella che si potrebbe definire la “retorica” del messaggio: il richiamo di Anonymous è sempre rivolto al “popolo”, ai “cittadini”. L’idea è quella della partecipazione dal basso per arrivare a cambiare chi c’è e quanto accade in alto: “Noi siamo gli anonimi, noi siamo una legione. Noi siamo te”. Non sono chiari quali possano essere i prossimi passi di questa “guerra” che prevede azioni dicybersquatting, anche se in Rete circola la voce di un possibile nuovo attacco venerdì mirato sulla città di Milano.

Giovedì al Senato, proprio durante l’attacco al sito, si è svolta una conferenza sulla cybersecurity organizzata dal Centro studi TTS. Durante l’incontro Raoul Chiesa ha fatto una proposta-provocazione che ha fatto molto discutere: “Nella strategia di cyberdifesa nazionale gli hacker potrebbero essere considerati come una risorsa e non come una minaccia, “patrioti informatici” contro chi davvero agisce per dolo, spie, terroristi e altre tipologie di criminali”. Perché qualcosa del genere possa accadere, servirebbero ovviamente dei passi di avvicinamento. sia da una parte, sia dall’altra.

Fonte: vitadigitale.corriere.it - Autore: Federico Cella

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Sembra proprio che gli Americani abbiano vinto la Coppa dei campioni, invece i festeggiamenti si riferiscono alla morte di bin Laden, di cui non esiste più neppure il cadavere, svanito tra i flutti dell’Oceano indiano. Un finale da thriller hollywoodiano per il “nemico numero uno” americano che però non ci aiuta a capire cosa c’era dietro al Qaeda, né cosa si cela oggi. Sarebbe stato meglio interrogare il saudita, strappargli qualche informazione preziosa sulle sue finanze e su quelle dell’organizzazione di cui era l’incontrastata icona, un sorta di centrale del terrore che ha gestito fino all’11 settembre. Ed invece non è stato così. Osama bin Laden, come Elvis Presley e John Kennedy, appartiene a quelle figure storiche di cui si sa quasi tutto meno i particolari. E veniamo al destino di al Qaeda, che molti americani oggi reputano decapitata con la perdita del capo. Ebbene si sbagliano. Dal 2005, da quando bin Laden aveva preso possesso della piccola fortezza ad appena un’ora di macchina dalla capitale pachistana dove è morto, l’uomo più pericoloso al mondo era, in un certo senso, andato in pensione.

Loretta Napoleoni

Lontano dalle zone calde del Waziristan, da dove nel 2007 inizia la rimonta Talebana, senza telefono, internet nè televisione, bin Laden era a tutti gli effetti tagliato fuori dal mondo. Quindi come faceva a gestire la rete globale del jihadismo? Ancora più assurda è l’idea che in queste condizioni l’infimo saudita potesse gestirne le finanze.

Osservazioni queste che gli americani non fanno per paura di guardare in faccia la realtà: che la morte di Osama bin Laden cambia poco le carte in tavola, al Qaeda ieri come oggi è una nebulosa inafferrabile che si alimenta principalmente dei proventi del contrabbando di droga, un business di 500 miliardi di dollari in costante ascesa e di quello ancora più agghiacciante di esseri umani.

Ad oriente i talebani ed al Qaeda, due forze che si sono fuse nel lontano 2007, si autofinanziano tassando la fiorente industria dell’oppio e dell’eroina nei territori da loro riconquistati in Afganistan. Ad occidente, in Europa e nel Nord Africa, al Qaeda nel Magreb, pericolo numero uno per gli europei, è diventato uno dei partner più importanti dei narcotrafficanti di cocaina dell’Africa occidentale che dalla Colombia portano la polvere bianca nelle nostre discoteche. Al Qaeda nel Magreb è anche invischiata con i trafficanti di esseri umani che attraversano il deserto del Sahara verso il Mediterraneo nella speranza di una vita migliore a casa nostra. Né i talebani nè al Qaeda nel Magreb hanno bisogno dei soldi di bin Laden o dei suoi amici sauditi, il crimine frutta abbastanza denaro. Ciò significa che dall’11 settembre le fonti di finanziamento del terrorismo sono mutate, come d’altronde c’era da aspettarsi.
Diversa era la situazione 15 anni fà, allo scoppio della guerra del Golfo, allora sì che la scomparsa di Osama bin Laden avrebbe segnato la fine di al Qaeda. Trasformata negli anni Ottanta da guarnigione d’elite dei mujaheddin - i guerrieri musulmani che in quella decade avevano combattuto la Jihad anti-Sovietica in Afganistan - in un’organizzazione armata, al Qaeda diventa un potente strumento in mano al miliardario saudita. Ed è lui che ne forgia la struttura con i soldi dei vecchi finanziatori della jihad antisovietica.

Il modello di finanziamento è quello classico della sponsorizzazione del terrorismo. I finanziamenti partono dai poli della finanza internazionale: New York, Londra e, negli anni Novanta, Dubai. Transitano su conti cifrati nei paradisi fiscali ed arrivano a destinazione grazie alla complicità delle banche Sudanesi ed Afgane, dove bin Laden ha conti aperti, e di una rete di organizzazioni caritatevoli infiltrate da al Qaeda. Tutto ciò avviene sotto gli occhi degli americani che non se ne curano. Perché? Perché bin Laden e i suoi accoliti sono ex alleati, sono stati loro a mettere in ginocchio i sovietici in Afghanistan.

Dal 1991 fino al 2001, prima in Sudan e poi in Afghanistan, il saudita gestiva campi di addestramento che sfornavano jihadisti. Le reclute erano selezionate dai “reclutatori”, anche loro da lui assoldati, che agivano principalmente nei paesi occidentali, dove forte era la presenza della diaspora mussulmana: Germania, Regno Unito e Spagna. Costoro avevano a disposizione un budget generoso con il quale offrivano alle reclute “vacanze studio” in Afghanistan.

Ebbene tutto questo non esiste più dal 2001. Per decapitare al Qaeda o perlomeno per infliggerle un colpo mortale bisognerebbe tagliare la testa al contrabbando delle droghe e porre fine al commercio degli esseri umani. E molti sostengono che questo potrebbe avvenire senza sparare un solo colpo, semplicemente legalizzando e regolarizzando il consumo di droghe e aiutando le economie dei paesi da dove parte l’emigrazione a modernizzarsi. Politiche, quali la legalizzazione delle droghe, che in molti paesi hanno avuto grande successo. C’è solo un problema: l’impatto mediatico di queste politiche sarebbe minimo rispetto a quello di aver giustiziato il moderno Hitler. E un presidente poco popolare che vuole essere rieletto ha bisogno di tanta propaganda!

Fonte: caffe.ch

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By Admin (from 24/06/2011 @ 14:00:05, in ro - Stiinta si Societate, read 1145 times)

 Sursa de energie abundenta si putin costisitoare, carbunele e pe punctul de a reveni in forta si de a deveni un inlocuitor al petrolului si gazului. Dar asta in conditiile in care se indeplinesc cerintele unei arderi nepoluante. Acest combustibil fosil, care n-a incetat sa fie o sursa de energie substantiala in lume, pentru a se produce otel sau electricitate, e din nou in voga, dupa ce s-au inchis sute de mine. E abundent (rezervele mondiale sunt estimate la 150 de ani de consum), relativ ieftin, usor de transportat si, mai ales, prezent pe toate continentele, putand inlocui o mare parte din petrol si gaze.

Consumul acestei materii prime fosile ar putea creste, conform ultimelor estimari, cu 73% pana in 2030, daca e mentinuta politica energetica actuala. Marea problema o constituie emisiile de bioxid de carbon, extrem de importante.

In 2005, carbunele a degajat mai mult bioxid de carbon decat petrolul (10,980 miliarde de tone fata de 10,716) furnizand doar 25,3% energie primara mondiala, fata de 35% in cazul petrolului. In aceste conditii, emisiile de bioxid de carbon vor creste cu 70% pana in 2030, in timp ce emisiile globale vor creste cu peste 57%. Exista insa si o veste buna: impactul carbunelui asupra mediului si a climei poate fi limitat.

Dar asta, peste un deceniu. Cum va fi insa stocat durabil? Ce industrie isi va lua responsabilitatea de a stoca milioane de tone de bioxid de carbon pentru urmatoarele decenii, secole? Australia, SUA, India si China sunt foarte interesate sa revina in forta la carbune. (In Europa, Germania si Marea Britanie sunt lideri in domeniul centralelor cu carbune.) Construirea acestora in Europa nu e foarte rentabila si aceasta din cauza taxelor aplicate pe tonele de bioxid de carbon.

Dar, oricum, e mai ieftina aceasta varianta decat investitia intr-o centrala nucleara, limitand totodata dependenta de gazele importate din Rusia. Incepand cu anul 2020, toate centralele cu carbune ce se vor construi vor fi dotate cu module de captare a emisiilor de bioxid de carbon. Americanii, si ei interesati de centralele cu carbune, nu au deocamdata asemenea intentii „nobile”. Pana in 2030 ele vor cunoaste o dezvoltare cu peste 60%, carbunele putand furniza 55% din electricitatea tarii, fata de 50% in acest moment. SUA vor construi pana in 2015 o singura centrala nucleara si 170 de centrale cu carbune, pana in 2030.

Doar 33 dintre ele vor fi curate, datorita recursului la tehnologia combustiei cu oxigen. Semnalele cele mai alarmante vin insa din Asia. China consuma mai mult carbune decat SUA, Europa si Japonia, laolalta, adica peste 38% din carbunele utilizat in lume, si e foarte putin probabil ca vor fi instalate curand unitati de captare a bioxidului de carbon, care ar putea reduce aceste emisii cu 80-90% per unitate electrica. Un scenariu deloc atractiv in perspectiva limitarii drastice a poluarii.

Autor: DORIN MARAN - magazin.ro

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"Sono andate più persone sulla Luna che sotto ai 6 mila metri di profondità": se a dirlo è un miliardario con un debole per le sfide impossibili, il passo per risolvere il problema è breve. Già alla fine di quest'anno Sir Richard Branson - il "papà" di Virgin Galactic, la più famosa compagnia per viaggi suborbitali turistici - potrebbe scendere di persona nella Fossa delle Marianne a bordo di Virgin Oceanic, un sottomarino attrezzato per spingersi dove nessun natante è mai arrivato ed esplorare i punti più profondi dell'oceano.

Il sottomarino Virgin Oceanic è lungo quasi 5 metri e mezzo e ha un'autonomia di operatività negli abissi di circa 24 ore.
Foto © virginoceanic

Le mete. Il progetto prevede cinque spedizioni nelle misteriose e inesplorate fosse collocate nei mari di tutto il pianeta: oltre alle Marianne (11.034 metri, nel Pacifico), quella di Porto Rico (8380 metri circa, Oceano Atlantico), la Fossa Diamantina (8.047 metri, Oceano Indiano) quella delle Sandwich australi (7235 metri, Atlantico meridionale) e il Molloy Deep (5606 metri, nell'Oceano Artico). A supportare mister Branson ci sarà l'esploratore americano Chris Welsh.

Prestazioni da record. Più simile a un delfino che a un sommergibile tradizionale, il sottomarino monoposto potrà raggiungere gli 11 mila metri di profondità e resistere a una pressione 1500 volte superiore a quella che sopporta un aereo. In fibra di carbonio e titanio, con una cupola in quarzo a proteggere il pilota, viaggerà a una velocità massima di 5,5 chilometri all'ora e potrà immergersi di circa 106 metri al minuto: si stima che un tuffo e una risalita nella Fossa delle Marianne richiederanno circa 5 ore.

Primatista animale

Il capodoglio (Physeter catodon) tra i "sub" più esperti del mondo animale, può immergersi fino a una profondità di 2200 metri e resistere per più di un'ora. Virgin Oceanic potrà spingersi cinque volte più in basso.

Reportage completo. Una volta disceso, il sottomarino sorvolerà i fondali raccogliendo dati per le analisi scientifiche e spedendo immagini video in superficie. Le preziose informazioni arricchiranno i database di Google Earth e Google Maps, insieme a quello dello Scripps Institution of Oceanography, un prestigioso centro californiano per la ricerca marina che sta collaborando alla missione.

Senza via di scampo. Le conoscenze attuali su queste fosse oceaniche sono talmente carenti che in caso di guasto del sottomarino, nessun mezzo potrebbe spingersi fino a quelle profondità per salvare gli occupanti. Anche una piccola crepa potrebbe compromettere la sicurezza del pilota, e i test del natante stanno procedendo a ritmo serrato. Il battesimo dell'acqua comunque è previsto per la fine del 2011 e le 5 spedizioni dovrebbero tutte essere completate entro due anni.

Fonte: Focus.it

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By Admin (from 24/06/2011 @ 08:00:37, in en - Global Observatory, read 1357 times)

Researchers have achieved a breakthrough in quantum communications and computing using a teleporter and a paradoxical cat.

The breakthrough is the first-ever transfer, or teleportation, of a particular complex set of quantum information from one point to another, opening the way for high-speed, high-fidelity transmission of large volumes of information, such as quantum encryption keys, via quantum communications networks.

Beam me up ... Quantum teleporter breakthrough

Beam me up ... the teleporter in the lab of Professor Akira Furusawa at the University of Tokyo

The research was published in the April edition of the journal Science.
Teleportation – the transfer of quantum information from one location to another using normal, "classical" communications - is one of the fundamental quantum communication techniques.

The cat in the equation was not a living, breathing feline but rather "wave packets" of light representing the famous "thought experiment" known as Schrodinger’s Cat. Schrodinger’s Cat was a paradox proposed by early 20th century physicist Erwin Schrodinger to describe the situation in which normal, "classical" objects can exist in a quantum "superposition" - having two states at once.

Professor Elanor Huntington, in the School of Engineering and Information Technology at UNSW's Canberra campus at the Australian Defence Force Academy (ADFA), was part of a team led by University of Tokyo researchers. She said the team’s achievement was another step towards building a super-powerful quantum computer and transmitting quantum information.

"One of the limitations of high-speed quantum communication at present is that some detail is lost during the teleportation process. It’s the Star Trek equivalent of beaming the crew down to a planet and having their organs disappear or materialise in the wrong place. We’re talking about information but the principle is the same – it allows us to guarantee the integrity of transmission.

"Just about any quantum technology relies on quantum teleportation. The value of this discovery is that it allows us, for the first time, to quickly and reliably move quantum information around. This information can be carried by light, and it’s a powerful way to represent and process information. Previous attempts to transmit were either very slow or the information might be changed. This process means we will be able to move blocks of quantum information around within a computer or across a network, just as we do now with existing computer technologies.

"If we can do this, we can do just about any form of communication needed for any quantum technology."

The experiments were conducted on a machine known as "the teleporter" in the laboratory of Professor Akira Furusawa in the Department of Applied Physics in the University of Tokyo.

Professor Huntington, who leads a research program for the Centre for Quantum Computation and Communication, developed the high-speed communication part of the teleporter at UNSW’s Canberra campus with PhD student James Webb.

Source: PhysOrg

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By Admin (from 23/06/2011 @ 14:00:31, in en - Science and Society, read 1471 times)

Producing hydrogen in a sustainable way is a challenge and production cost is too high. A team led by EPFL Professor Xile Hu has discovered that a molybdenum based catalyst is produced at room temperature, inexpensive and efficient. The results of the research are published online in Chemical Science Thursday the 14th of April. An international patent based on this discovery has just been filled.

Existing in large quantities on Earth, water is composed of hydrogen and oxygen. It can be broken down by applying an electrical current; this is the process known as electrolysis. To improve this particularly slow reaction, platinum is generally used as a catalyst. However, platinum is a particularly expensive material that has tripled in price over the last decade. Now EPFL scientists have shown that amorphous molybdenum sulphides, found abundantly, are efficient catalysts and hydrogen production cost can be significantly lowered.


Industrial prospects

The new catalysts exhibit many advantageous technical characteristics. They are stable and compatible with acidic, neutral or basic conditions in water. Also, the rate of the hydrogen production is faster than other catalysts of the same price. The discovery opens up some interesting possibilities for industrial applications such as in the area of solar energy storage.

A chance discovery may revolutionize hydrogen production

Using a molybdenum based catalyst, hydrogen bubbles are made cheaply and at room temperature. Credit: EPFL / Alain Herzog

It's only by chance that Daniel Merki, Stéphane Fierro, Heron Vrubel and Xile Hu made this discovery during an electrochemical experience. "It's a perfect illustration of the famous serendipity principle in fundamental research", as Xile Hu emphasizes: "Thanks to this unexpected result, we've revealed a unique phenomenon", he explains. "But we don't yet know exactly why the catalysts are so efficient."

The next stage is to create a prototype that can help to improve sunlight-driven hydrogen production. But a better understanding of the observed phenomenon is also required in order to optimize the catalysts.
 
Source: PhysOrg

More information: Daniel Merki, Stéphane Fierro, Heron Vrubel and Xile Hu, "Amorphous Molybdenum Sulfide Films as Catalysts for Electrochemical Hydrogen Production in Water," Chemical Science, 2011.

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By Admin (from 23/06/2011 @ 11:00:54, in ro - Observator Global, read 1154 times)

 Strabatut de canale si inaltand spre cer multime de turnuri, orasul Bruges este un amestec fermecator de realitate si legenda. Este un loc unde la colturi de strada iti apar dantelaresele ciocnindu-si iglitele asa cum au facut si inaintasele lor, de sute de ani, unde aerul pare saturat de mirosul de ciocolata, unde statui de sfinti sau de oameni mari ai Flandrei apar la fiecare incrucisare de drumuri si nude relicve nepretuite, ca Sfantul Sange, sunt purtate in impresionante procesiuni. Orasul se mandreste cu o Madona daltuita de Michelangelo, cu fantani si muzee si cu o istorie straveche.

Locurile au fost ocupate mai intai de romani, dar au fost acoperite de apele Marii Nordului in secolul al V-lea. Doua secole dupa aceea marea s-a retras, lasand in urma un pamant fertil traversat de canale. Pe malul unui asemenea canal numit „Zwin” a aparut o mica asezare iar regiunea mlastinoasa a fost cucerita mai intai de franci si apoi de frisienii convertiti la crestinism.

In anul 862, un oarecare conte Baldwin a rapit-o pe Judith, fiica iubita a regelui Carol Chelul si s-a casatorit imediat cu tanara printesa. Indignat, regele carolingian si-a trimis ginerele in extremul nord al tarii, acel tinut mlastinos, amenintat permanent de atacurile fiorosilor invadatori scandinavi, cunoscuti sub numele de „oameni ai nordului”. In timp ce tinerii miri calareau printr-o padure din aceasta periculoasa regiune, au fost atacati de un urs urias, care le-a blocat drumul, nedandu-le nici o posibilitate de a merge mai departe.

Curajosul Baldwin, ridicandu-se la nivelul supranumelui sau „Baldwin, brat de fier” a doborat animalul cu o singura lovitura de lance. Legenda sau adevar, povestea este inca vie in inimile locuitorilor, iar ursul este o emblema a orasului, figurand in heraldica sa. Ajuns la estuarul canalului Zwin, Baldwin a construit un fort inexpugnabil, in jurul caruia a inflorit orasul. Acesta este atestat cu numele Bruges intr-un document francez din 892.

Au urmat secole de asedii, de lupte, de revolte, dar orasul a supravietuit si, mai mult decat atat, printr-o politica sociala si economica inteleapta si-a capatat un renume glorios. Pe locul fortului construit de Contele Baldwin se inalta acum Burgul, o adevarata acropola a orasului. O multime de cladiri in stil gotic si baroc fac mandria orasului. Bisericile, Primaria, Tribunalul sunt adevarate bijuterii de arhitectura.

Printre acestea, turnul Beffroi (Belfort) reprezinta pentru Bruges ceea ce Turnul Eiffel reprezinta pentru Paris. Dantelariile in piatra, turnuletele, basoreliefurile, arcadele si ferestrele prelungi fac din el un simbol al libertatii, o demonstratie a puterii si prosperitatii, marturie a maiestriei mesterilor de aici. Inalt de peste 90 de metri are 366 de trepte pana la varf, de unde cei care se incumeta sa le urce pot admira splendida panorama a orasului.

Din acest turn rasuna vestitul „carillon”, o melodie executata la cele 47 de clopote in greutate cu 27 tone. In fata impresionantei cladiri se afla macheta ei, plasata aici pentru vizitatori lipsiti de vedere, care, pipaind-o, isi pot face idee despre structura monumentului. In felul acesta, toti cei care ajung pana aici pot fi patrunsi nu doar de farmecul locurilor, ci si de vechiul parfum al povestii de dragoste dintre viteazul Baldwin si mireasa lui, frumoasa printesa Judith.

Autor: IRINA STOICA - magazin.ro

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Loro, le 300 mucche geneticamente modificate per produrre latte simile a quello umano, non sanno di essere finite al centro di una feroce polemica e continuano a ruminare beate nelle loro stalle. Ma sui media di tutto il mondo sostenitori e detrattori di questa nuova conquista, o presunta tale, si affrontano a suon di argomentazioni etiche e scientifiche. Ma cosa è successo?

Latte materno dalle mucche

Dalla stalla al biberon

Una settimana fa, siti web e giornali hanno annunciato che un team di ricercatori cinesi è riuscito a introdurre dei geni umani nel DNA di alcune mucche da latte di razza olandese, rendendole così capaci di produrre un latte nutrizionalmente simile a quello materno. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica PLOS e sottoposto a revisione paritaria.

Secondo il Professor Ning Li, responsabile della ricerca e direttore dei laboratori di Stato per le agro-biotecnologie, si tratta di un risultato straordinario: il latte delle mucche GM sarebbe una valida alternativa al latte materno e al latte formulato (comunemente detto "latte artificiale").
Per raggiungere questo risultato, gli scienziati cinesi hanno impiegato tecnologie simili a quelle utilizzate nella clonazione, intervenendo direttamente sugli embrioni delle mucche.

A rendere il latte di questi bovini simile a quello delle mamme sono due proteine: la lisozima, utile nel combattere le infezioni nei primi giorni di vita, e la lattoferrina, deputata allo sviluppo del sistema immunitario del bambino.
Non solo: gli scienziati cinesi sono riusciti anche a modificare la consistenza del latte elevando la quota di grassi al 20% e intervenendo sui livelli della parte solida. Il latte umanizzato sarebbe insomma molto simile a quello umano sotto ogni aspetto e, proprio come il latte della mamma, aiuterebbe lo sviluppo del sistema immunitario del bambino.
Anzi, secondo quanto dichiarato da Ning Li al The Sunday Telegraph, il latte transgenico sarebbe molto più ricco di nutrienti di quello umano.

Sicuro? Mah...

L'idea non è piaciuta per niente agli animalisti e agli oppositori degli alimenti geneticamente modificati: non è infatti ancora chiaro quali possono essere gli effetti del latte umanizzato sulla salute e quali le conseguenze per le mucche modificate.
Ma prima di vedere il latte GM sui banconi del supermercato passeranno comunque non meno di 10 anni di test, analisi e studi.

Vale la pena ricordare che l'Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda l'allattamento materno esclusivo per almeno i primi sei mesi di vita del bambino, mantenendo il latte materno come alimento principale fino al primo anno di vita pur introducendo gradualmente cibi complementari. L' OMS suggerisce inoltre di proseguire l'allattamento fino ai due anni e oltre, se il bambino si dimostra interessato e la mamma lo desidera.

Fonte: Focus.it

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E se  vendessimo legalmente la canapa agli adulti? No, non è una boutade. A neanche un mese dall'entrata in vigore delle modifiche alla legge federale sugli stupefacenti - per una maggior protezione della gioventù e pene più pesanti per chi fornirà stupefacenti ai minorenni nelle scuole - ci stanno pensando seriamente le autorità di due importanti centri elvetici: Basilea-Città e Zurigo. Polizia e rappresentanti dei Dipartimenti della salute pubblica hanno infatti ricevuto un mandato dal Gran consiglio per valutare i pro e i contro di permettere che gli over 18 acquistino la cannabis. Mentre altre due città, Berna e Lucerna, seguono a ruota con progetti identici. "Č l'unico modo per evitare il commercio clandestino. Sono vent'anni che lo predico!", sbotta Werner Nussbaumer, il medico di Gravesano, sostenitore degli effetti benefici delle gocce di canapa che prescriveva ai suoi pazienti e che, nel 2003, gli sono costate 26 giorni di prigione, una sospensione di un anno dalla professione con l'accusa di infrazione alla legge sugli stupefacenti e un processo. "Già, ma come far capire a un giovane che comunque è una sostanza da tenere lontana, visto che se la vedrebbe vendere sotto il naso?", si chiede preoccupato Franco Lazzarotto, direttore scolastico delle scuole Medie di Biasca, da sempre sulle barricate per convincere i ragazzi a non far uso di spinelli e affini.

Intanto, il costo della marijuana lievita. "Colpa" di controlli sempre più serrati di polizia e forze dell'ordine. A Bellinzona e a Lugano tre grammi e mezzo da 50 sono già passati a oltre 60 franchi. Tant'è che, da qualche tempo, si è intensificata la vendita a credito, un'eccezione in precedenza. Il Malcantone sembra essere per ora il più conveniente, solo una decina di franchi, facendo spostare schiere di consumatori. Sì perché il fenomeno cannabis non accenna a calare. "Non c'è flessione, il mercato è subdolo e difficile da debellare - riprende Lazzarotto -. Malgrado i nostri sforzi sovrumani per ripetere ai giovani di starne lontani. Ma fosse anche uno solo che riusciamo a convincere ne vale comunque la pena".

Tuttavia, niente è ancora deciso. Le autorità delle quattro città coinvolte nel progetto stanno ancora discutendo in che forma potrà eventualmente essere sviluppata tale vendita. Di sicuro, hanno sottolineato, non si tratterà certo di promuovere piantagioni sui balconi o sulle rive del Reno. Intanto, tra i vertici del principale organismo di prevenzione della tossicomania l'iniziativa non solleva grandi entusiasmi. "Sulla vendita non ci pronunciamo, se non per dire che questo progetto rischia di attirare consumatori da altre regioni, a meno di estenderlo a livello nazionale", premette Donatella Del Vecchio, portavoce di Addiction Info Suisse. E aggiunge: "Intanto, auspichiamo l'introduzione di multe uguali in tutti i cantoni". Ma Nussbaumer scalpita: "Qualcosa va fatto. Non possiamo lasciar arricchire in eterno chi lucra sulle altrui debolezze. In questo modo ci sarebbe un maggior controllo sulla merce. Cosa che non accade comperando al mercato nero. E colui che casca in una partita tagliata male si guarda bene dall'andare a denunciare chi gliel'ha venduta". "Spero che se l'iniziativa dovesse diventare realtà le autorità decidano sulla base di studi seri e con le prove che così il mercato diventi davvero meno attrattivo. Ma ripeto, per il giovane è un misura altamente diseducativa", conclude Lazzarotto.

Fonte: caffe.ch - Autore: Patrizia Guenzi

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By Admin (from 22/06/2011 @ 14:00:17, in en - Global Observatory, read 1905 times)

Scientists have moved a step closer to being able to develop a computer model of the brain after developing a technique to map both the connections and functions of nerve cells in the brain together for the first time.

A new area of research is emerging in the neuroscience known as 'connectomics'. With parallels to genomics, which maps the our genetic make-up, connectomics aims to map the brain's connections (known as 'synapses'). By mapping these connections -- and hence how information flows through the circuits of the brain -- scientists hope to understand how perceptions, sensations and thoughts are generated in the brain and how these functions go wrong in diseases such as Alzheimer's disease, schizophrenia and stroke.

Mapping the brain's connections is no trivial task, however: there are estimated to be one hundred billion nerve cells ('neurons') in the brain, each connected to thousands of other nerve cells -- making an estimated 150 trillion synapses. Dr Tom Mrsic-Flogel, a Wellcome Trust Research Career Development Fellow at UCL (University College London), has been leading a team of researchers trying to make sense of this complexity.

"How do we figure out how the brain's neural circuitry works?" he asks. "We first need to understand the function of each neuron and find out to which other brain cells it connects. If we can find a way of mapping the connections between nerve cells of certain functions, we will then be in a position to begin developing a computer model to explain how the complex dynamics of neural networks generate thoughts, sensations and movements."

Nerve cells in different areas of the brain perform different functions. Dr Mrsic-Flogel and colleagues focus on the visual cortex, which processes information from the eye. For example, some neurons in this part of the brain specialise in detecting the edges in images; some will activate upon detection of a horizontal edge, others by a vertical edge. Higher up in visual hierarchy, some neurons respond to more complex visual features such as faces: lesions to this area of the brain can prevent people from being able to recognise faces, even though they can recognise individual features such as eyes and the nose, as was famously described in the book The Man Who Mistook Wife for a Hat by Oliver Sachs.

In a study published online April 10 in the journal Nature, the team at UCL describe a technique developed in mice which enables them to combine information about the function of neurons together with details of their synaptic connections.

The researchers looked into the visual cortex of the mouse brain, which contains thousands of neurons and millions of different connections. Using high resolution imaging, they were able to detect which of these neurons responded to a particular stimulus, for example a horizontal edge.

Taking a slice of the same tissue, the researchers then applied small currents to a subset of neurons in turn to see which other neurons responded -- and hence which of these were synaptically connected. By repeating this technique many times, the researchers were able to trace the function and connectivity of hundreds of nerve cells in visual cortex.

The study has resolved the debate about whether local connections between neurons are random -- in other words, whether nerve cells connect sporadically, independent of function -- or whether they are ordered, for example constrained by the properties of the neuron in terms of how it responds to particular stimuli. The researchers showed that neurons which responded very similarly to visual stimuli, such as those which respond to edges of the same orientation, tend to connect to each other much more than those that prefer different orientations.

Using this technique, the researchers hope to begin generating a wiring diagram of a brain area with a particular behavioural function, such as the visual cortex. This knowledge is important for understanding the repertoire of computations carried out by neurons embedded in these highly complex circuits. The technique should also help reveal the functional circuit wiring of regions that underpin touch, hearing and movement.

"We are beginning to untangle the complexity of the brain," says Dr Mrsic-Flogel. "Once we understand the function and connectivity of nerve cells spanning different layers of the brain, we can begin to develop a computer simulation of how this remarkable organ works. But it will take many years of concerted efforts amongst scientists and massive computer processing power before it can be realised."

The research was supported by the Wellcome Trust, the European Research Council, the European Molecular Biology Organisation, the Medical Research Council, the Overseas Research Students Award Scheme and UCL.

"The brain is an immensely complex organ and understanding its inner workings is one of science's ultimate goals," says Dr John Williams, Head of Neuroscience and Mental Health at the Wellcome Trust. "This important study presents neuroscientists with one of the key tools that will help them begin to navigate and survey the landscape of the brain."

Source: Science Daily

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