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 Trilingual World Observatory: italiano, english, română. GLOBAL NEWS & more... di Redazione
 
   
 
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 

Ad affondare il Titanic non sarebbe stato solo quell’ iceberg. O meglio: quel blocco di ghiaccio avrebbe sì inferto il colpo mortale alla nave, ma a farla inabissare sui fondali oceanici sarebbe stata una combinazione di più fattori. Una tempesta perfetta, come la chiama Richard Corfield su Physics World, dove, a un secolo dal disastro, ripercorre la storia del famoso transatlantico, arricchendola di particolari. Come per esempio quello, poco conosciuto, sullo scafo: sarebbe stato costruito male nei cantieri navali, con prodotti scadenti, usati per risparmiare. Anche per il lussuoso Titanic. Così, dopo l’ipotesi di un coinvolgimento lunare nel disastro, riprende corpo anche quella di un problema fisico, materiale, che avrebbe reso il transatlantico più indifeso.

Perché il Titanic, cento anni dopo essere affondato, continui a far discutere è presto detto. Non era una nave qualunque. Era un gioiello (letteralmente, visto che costò 7,5 milioni di dollari) di tecnologia e di sicurezza, con dispositivi all’avanguardia, come il sistema di comunicazione via radio. Eppure quel gigante da 46mila tonnellate precipitò velocemente, forse anche troppo, sui fondali dell’oceano Atlantico nel giro di neanche tre ore. Il motivo?

Non uno solo. Innanzitutto, l’elevata velocità di crociera tenuta dal capitano Edward John Smith malgrado la presenza (forse segnalata) di iceberg in quelle acque. In secondo luogo, la mancanza di un adeguato numero di scialuppe (sebbene Corfield faccia notare come questo fosse addirittura superiore a quello richiesto dalla legge). In terzo luogo, i problemi di comunicazione via radio, che avrebbero rallentato i soccorsi. Infine, le difficoltà di avvistamento del pericolo, per mancanza di binocoli, e le eccezionali maree verificatesi in quel periodo. Oltre a questi elementi già analizzati, però, ci sarebbero stati almeno altri due fattori fondamentali. Primo fra tutti la fragilità dello scafo, messa in luce dalle analisi effettuate sul relitto compiute dopo la sua scoperta da parte del sottomarino Alvin, e da quelle realizzate sui documenti storici del luogo in cui il Titanic venne assemblato, nei cantieri navali della Harland and Wolff di Belfast, nell’Irlanda del Nord.

A compiere le analisi furono, tra gli altri, due metallurgisti, Tim Foecke del National Institute of Standards and Technology (Usa) e Jennifer Hooper McCarty, della Johns Hopkins University, intorno alla metà degli anni Duemila. Stando a quanto riporta Corfield, quanto scoprirono i due esperti avrebbe avuto un ruolo fondamentale nell’affondamento del Titanic: venne alla luce che i rivetti (i sistemi meccanici utilizzati per tenere unite le lamiere) usati nella costruzione della nave non erano tutti della stessa qualità, né distribuiti uniformemente sulla superficie dello scafo.

In particolare quelli della prua e delle zone posteriori erano più scadenti –usati forse per risparmiare - e messi a mano (probabilmente per le difficoltà nell’utilizzare i sistemi meccanici nelle zone curve, come prua e poppa).

E proprio la cattiva qualità dei rivetti avrebbe contribuito ad affondare il Titanic, visto che avrebbe reso le lamiere – già realizzate in materiale non adatto alle temperature di quelle acque - meno resistenti, e più soggette ad aprirsi. Questo avrebbe determinato l’ingresso dell’acqua in sei dei sedici compartimenti stagni della nave, due in più del numero massimo sostenibile per non far affondare la nave.

Ma insieme ai problemi materiali di costruzione, ci sarebbero state anche le congiure climatiche a svolgere un ruolo fondamentale nel disastro del Titanic. Accanto all’ipotesi di una superluna, che a sua volta avrebbe determinato eccezionali maree e influenzato il cammino degli iceberg fino a metterli sulla rotta del transatlantico, c’è infatti quella di un muro di ghiaccio creato dall’incontro tra due correnti, la corrente del Golfo e quella del Labrador. Come spiega Richard Norris dello Scripps Institution of Oceanography di San Diego: “Nel 1912 fu un’estate insolitamente calda nei Caraibi e perciò la corrente del Golfo fu particolarmente intensa quell’anno. Dal punto di vista oceanografico, il risultato di tutto questo fu che gli iceberg si concentrarono nel luogo della collisione”. Nello specifico, la differenza di temperatura tra le due correnti avrebbe favorito l’allineamento dei blocchi di ghiaccio: un vero e proprio muro contro il quale si sarebbe trovato poi il Titanic.

Lo studio entra quindi nel filone di notizie che stanno spopolando sul centenario dell'affondamento del translatantico. Tra le più curiose un' iniziativa su Twitter. Sulla piattaforma di microblogging c'è infatti la diretta del viaggio, come se il viaggio fosse nel 2012: i follower sono già oltre i 12mila.

Fonte: Wired.it

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Reusita cercetatorilor face posibila realizarea unor miscari voluntare complexe a unei mâini paralizate.

„Practic, «tragem cu urechea» la semnalele electrice pe care creierul le transmite în mod natural catre brat si le transmitem cu ajutorul acestui aparat direct catre muschi”, a explicat Lee E. Miller, profesor de neurostiinte la Universitatea Northwestern si totodata coordonatorul studiului publicat în jurnalul Nature.

Un nou implant creier-muşchi permite mişcarea membrelor paralizate

„Aceasta conexiune de la creier la muschi va putea fi folosita pentru a permite pacientilor paralizati din cauza loviturilor la maduva spinarii sa efectueze miscarile firesti de zi cu zi, având astfel sansa unei vieti independente”, a adaugat Miller.

Studiul a fost realizat pe maimute. Cercetatorii au înregistrat cu ajutorul unor electrozi implantati semnalele electrice transmise dinspre creier spre muschi atunci când primata strângea în mâna o minge, când o ridica si când îi dadea drumul într-un tub. Aceste înregistrari au fost folosite de oamenii de stiinta pentru conceperea unui algoritm cu ajutorul caruia au procesat semnalele electrice ale creierului, prezicând tiparele de activitate musculara generate de acestea.

Apoi, cercetatorii au folosit un anestezic local pentru a paraliza temporar bratul maimutei, dupa care au folosit o neuroproteza (un dispozitiv introdus în creier si în brat) pentru a controla bratul acesteia. Cu ajutorul unor semnale electrice transmise în 40 de milisecunde de la creier la muschi, cercetatorii au putut sa controleze maimuta pentru a apuca mingea si a completa sarcina aproape la fel de bine ca înainte ca bratul sa-i fie paralizat.

„Maimuta nu-si va putea folosi mâna perfect, dar este un proces de învatare similar celuia prin care trecem atunci când ne obisnuim cu un mouse nou sau cu o racheta de tenis noua”, a explicat Miller.

Cercetatorii afirma ca este nevoie de studii ulterioare pentru a identifica daca aceasta tehnologie va putea fi folosita si de oameni, însa un lucru este cert: reusita specialistilor de la Universitatea Northwestern ofera noi sperante persoanelor cu paralizii provocate de afectiuni ale maduvei spinarii.

Sursa: Universitatea Northwestern - via Descopera.ro

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A team of researchers from the University of Illinois at Urbana-Champaign (UIUC) and the U.S. Department of Energy's (DOE) Argonne National Laboratory are exploring ways to design batteries that heal themselves when damaged.

"This would help electronics survive daily use—both the long-term damage caused by charging over and over again, and also the inevitable physical damage of everyday life," said Jeff Moore, a UIUC scientist on the team.

Scientists think that loss of electrical conductivity is what causes a battery to fade and die. Theories abound on the specific molecular failures; perhaps chemicals build up on electrodes, or the electrodes themselves pull away. Perhaps it's simply the inevitable stress fractures in materials forced to expand and contract repeatedly as the battery is charged and used.

In any case, the battery's storage capacity drops due to loss of electrical conductivity. This is what the team wants to address.

The idea is to station a team of "emergency repairmen" already contained in the battery. These are tiny microspheres, each smaller than a single red blood cell, and containing liquid metal inside. Added along with the battery components, they lie dormant for most of the battery's lifetime.

But if the battery is damaged, the capsules burst open and release their liquid metal into the battery. The metal fills in the gaps in the electrical circuit, connecting the broken lines, and power is restored.

Capsules could be designed to be triggered by different events—some that respond to physical damage and others that respond to overheating, for example. This would allow scientists to tailor the contents of the different capsules to repair specific situations.

Microcapsules have been manufactured in large scale since the 1950s. When you press your pencil down on carbonless copy paper, microcapsules full of ink burst open to leave an imprint on the paper layers beneath. Microcapsules full of perfume burst when you rub a scratch-and-stiff sticker.

"We hope that using microcapsules, which are a well-known technology, could make this technology easy to scale up for commercial use," Moore said.

The team's first step was to test the system in a simple system, connecting an electrode with a wire to see if the capsules could "heal" the circuit if cut. (Watch a demonstration of this in the video above).

"Our new self-healing materials can completely repair the circuit in less than a millisecond," Moore said.

The next step, which the researchers are beginning, is to test the capsules in a prototype battery. Argonne materials scientist and battery expert Khalil Amine is helping the team adapt the capsules for lithium-ion batteries. Other collaborators are UIUC scientists Nancy Sottos and Scott White.

The work is funded through the Center for Electrical Energy Storage (CEES), one of three Argonne-led Energy Frontier Research Centers (EFRCs). Established in 2009 by a special block grant from DOE, the EFRCs are five-year interdisciplinary programs focused around specific scientific challenges that are believed to be key to breakthroughs in energy technology.

The CEES is addressing the problems that limit electrochemical energy storage technologies—such as batteries and supercapacitors—for transportation, residential and commercial use.

The results have been published in a paper, "Autonomic Restoration of Electrical Conductivity", in the journal Advanced Materials. Moore's co-authors on the paper are Benjamin Blaiszik, Sharlotte Kramer, Martha Grady, David McIlroy, Nancy Sottos and Scott White.

Source: Argonne National Laboratory - via ZeitNews.org

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In ognuno di noi si cela una fabbrica di armi potentissime, potenzialmente imbattibili contro tutti i tipi di tumore. Si chiama sistema immunitario ed è la miglior difesa di cui il nostro organismo può disporre. Solo che non sempre le armi a disposizione sono sufficienti contro i nemici da combattere. Per questo un gruppo di ricercatori del San Raffaele di Milano, insieme a Telethon e a colleghi internazionali, hanno lavorato assieme per sviluppare una tecnologia in grado di aiutare il sistema immunitario nella lotta contro le leucemie. A distanza di poco tempo gli scienziati hanno messo a punto una nuova tecnica di immunoterapia cellulare adottiva, definita TCR gene Editing, in grado aiutare il nostro organismo ad attaccare e sconfiggere più efficacemente i tumori del sangue.

Questo nuovo metodo si rivelato efficace in pazienti con alcuni tipi di tumore, anche in stadio avanzato. L’ immunoterapia cellulare adottiva si basa sul presupposto che il sistema immunitario sia la risposta contro il cancro. Gli scienziati italiani non sono gli unici ad averlo capito. Negli ultimi decenni infatti sono stati condotti diversi studi clinici sperimentali basati sulla somministrazione a pazienti con tumori di cellule del sistema immunitario, chiamati linfociti T, alcuni dei quali sono in grado di riconoscere ed eliminare le cellule tumorali. Non esiste però un solo tipo di linfocita T, ma tante diverse cellule del sistema immunitario specifiche per un determinato antigene, ovvero un piccolo frammento di proteina. Ogni linfocita T riconose e attacca, quindi, tanti tipi di antigeni virali o fungini.

Grazie a questa loro specializzazione, abbiamo un’arma automatizzata in grado di riconoscere il suo nemico, per esempio un virus, e di attaccarlo. A conferire alle cellule questa specificità, è una molecola che si trova sulla superficie del linfocita T. Si tratta del cosiddetto recettore dei linfociti T ( TCR), composto da due catene legate tra loro. Ogni linfocita esprime un solo tipo di TCR, diverso da quello degli altri linfociti T presenti nello stesso individuo. I linfociti che riconoscono antigeni tumorali possono attaccare le cellule tumorali. Purtroppo sono molto rari e spesso non bastano per eliminare il tumore.

Con la nuova tecnica messa a punto dai ricercatori italiani, in uno studio pubblicato su Nature Medicine, la TCR gene Editing possiamo generare rapidamente un numero elevato di linfociti T specifici per un determinato tumore. La procedura è un’evoluzione della TCR Gene Transfer, la tecnica che permette di generare in laboratorio i linfociti anti-tumorali tramite il trasferimento genico, nei linfociti T di un paziente, dei geni di un TCR anti-tumorale, preventivamente isolato dai rari linfociti anti-tumorali.

Tuttavia, i linfociti tumore-specifici prodotti con questa tecnica differiscono da quelli naturali poiché presentano due diversi tipi di TCR, quello endogeno (presente già prima del trasferimento genico) e quello esogeno, anti-tumorale che è stato introdotto tramite la manipolazione genetica.

La presenza di due TCR diversi sulla stessa cellula comporta sia problemi di efficacia che di sicurezza. Il TCR anti-tumorale deve infatti competere con quello endogeno per accedere alla membrana cellulare e dunque per poter riconoscere il tumore. I linfociti generati con la TCR Gene Transfer sono dunque meno efficaci rispetto ai rari linfociti anti-tumorali che originano naturalmente.

Inoltre, poiché ogni TCR è formato da due catene, i linfociti prodotti esprimono quattro diverse catene che possono appaiarsi in modo scorretto formando nuovi TCR con specificità imprevedibili che possono riconoscere e danneggiare tessuti sani del paziente, provocando reazioni di autoimmunità.

Con la nuova tecnica, la TCR Gene Editing, i ricercatori hanno superato i limiti, mettendo a punto una procedura attraverso la quale è possibile, sostituire il TCR endogeno con il TCR anti-tumorale, generando un numero elevato di linfociti che esprimono alti livelli del solo TCR anti-tumorale. Questa tecnologia consente dunque di produrre, potenzialmente per ogni paziente, linfociti T efficaci e sicuri quanto quelli anti-tumorali naturali.

Questo è stato possibile grazie all’utilizzo di Zinc Finger Nucleases (ZFN), molecole artificiali in grado di riconoscere sequenze specifiche di dna (scelte a priori dagli scienziati) e di provocare tagli nella sua doppia elica. Questo taglio nel dna provocato dalle ZFN interrompe l’informazione genetica e rende la cellula incapace di produrre la proteina codificata dal gene colpito dalle ZFN. L’editing del dna con le ZFN è stato applicato alla terapia genica per la prima volta dal gruppo di Luigi Naldini, direttore dell’ Istituto San Raffaele Telethon per la Terapia Genica che ha partecipato a quest’ultimo studio,  ed è stato riconosciuto come metodo dell’anno alla fine del 2011 dalla rivista Nature.

Ora ai ricercatori non resta che preparare questa tecnica all’uso clinico. “Il passo successivo per questa strategia innovativa per l’immunoterapia del cancro, ancora in fase preclinica, è la produzione di reagenti e protocolli utilizzabili in contesto clinico”, dice Chiara Bonini coordinatrice del nuovo studio e responsabile dell’Unità di Ematologia Sperimentale dell’IRCCS San Raffaele. I ricercatori, inoltre, sperano che questa nuova tecnica possa offrire risposte importante anche per altri tipi di tumore, oltre alle leucemie.

Fonte: Wired.it

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Dispozitivul ar putea fi folosit de asemenea în medicina, permitând doctorilor sa vada tumorile din corp, fara a apela la scannerele cu raze X.

A fost creat dispozitivul ce permite telefoanelor să vadă prin pereţi şi haine

Pentru conceperea acestui cip, cercetatorii au apelat la o gama nefolosita din spectrul electromagnetic. Banda terahertz, situata în spectrul electromagnetic între radiatia infrarosie si microunde, nu a fost folosita în majoritatea dispozitivelor electrocasnice. Radiatiile terahertz pot strabate diferite materiale, fara a dauna organismului uman.

"Banda terahertz are un potential nelimitat ce ne-ar putea aduce beneficii tuturor. Am creat acest cip, facând posibil ca aceasta banda neutilizata sa fie consumatorilor si chiar sa duca la crearea unor dispozitive medicale esentiale", a declarat Dr. Kenneth O, profesor de inginerie electrica la UT Dallas.

Cu ajutorul noului dispozitiv conceput de cercetatorii americani, imaginile ar putea fi create cu ajutorul semnalelor ce opereaza în banda terahertz (THz) fara a avea nevoie de lentile, reducând astfel dimensiunile si costurile aparatului.

Astazi, numeroase dispozitive folosesc cipuri construite cu ajutorul tehnologiei CMOS (Complementary Metal-Oxide Semiconductor). "CMOS este o tehnologie necostisitoare, ce poate fi folosita pentru realizarea unui numar mare de cipuri. Combinând tehnologia CMOS cu operarea în banda terahertz înseamna ca acest cip ar putea fi introdus în cadrul unui telefon mobil, transformându-l într-un dispozitiv portabil ce poate fi folosit pentru a vedea prin obiecte", a explicat Dr. O.

Pentru a nu crea potentiale probleme în ceea ce priveste intimitatea, dispozitivul creat de echipa doctorului O poate vedea pe o distanta de maxim 10 centimetri.

Printre potentialele utilizari ale dispozitivului se numara descoperirea cuielor din pereti si autentificarea documentelor si a bancnotelor. De asemenea, acesta ar putea fi folosit pentru a identifica tumorile din corpul pacientilor sau pentru a monitoriza toxicitatea aerului.

"Sunt multe alte utilizari pe care înca nu le-am descoperit", a adaugat Dr. O.

Cercetarea a fost prezentata în cadrul International Solid-State Circuits Conference (ISSCC).

Surse: Daily Mail, ANI - via Descopera.ro

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In the study, "Is Discrimination an Equal Opportunity Risk? Racial Experiences, Socio-economic Status and Health Status Among Black and White Adults," the authors examined data containing measures of social class, race and perceived discriminatory behavior and found that approximately 18 percent of blacks and 4 percent of whites reported higher levels of emotional upset and/or physical symptoms due to race-based treatment.

"Discriminatory behavior very well may be a 'missing link' in the analysis of racial and ethnic health disparities," Bratter said. "It's important to acknowledge and study its impact on long-term health.

Unlike most of the research on this topic, Bratter and Gorman's study examines the health risks of discrimination among both whites and blacks, as opposed to just blacks. Their analysis was based on data from the 2004 wave of the Behavioral Risk Factor Surveillance System, an ongoing collaborative project between U.S. states and territories and the U.S Centers for Disease Control and Prevention.

"This racially comparative focus is important because we examine whether discrimination is equally harmful to the health status of black and white adults – or whether experiencing discrimination is disproportionately harmful to either black or white adults," Gorman said. "For example, since, on average, black adults typically experience more health risks in their social and personal environment than white adults (including higher poverty and lower-quality medical insurance), they may be especially vulnerable to negative health effects as a result of racial discrimination."

A greater number of blacks report poor health due to discrimination, and the study did find that black-white disparities in health are shaped in part by the differential exposure of blacks to the harmful effects of discrimination. However, Bratter and Gorman also show that while perceiving discrimination exacerbates some of the economic-based health risks more typically experienced by black adults, patterns differ for white adults. Regardless of social-class position, white adults who perceive unfair treatment relative to other racial groups in either workplace or health care settings report poorer health.

"A relatively small proportion of white adults report unfair treatment that is race-based, but those who do say their health status is harmed more than blacks who report the same experiences," Gorman said.

Both Bratter and Gorman hope that their research will raise awareness about the impact racial discrimination has on health and wellness.

"Ultimately we hope that practitioners and researchers in the medical field recognize the dual contribution of social class and interpersonal treatment in shaping health outcomes among persons of all racial populations," Bratter said.

This study appeared in the September 2011 edition of the Journal of Health and Social Behavior and was funded by Rice University.

Source: EurekAlert - via ZeitNews.org

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Fino al 2 aprile 1978, se vi fosse mai capitato di parlare di velcro, non potevate sbagliare. Fino a quel giorno, infatti, il nome per indicare il sistema attacca e strappa (meglio: chiusura hook and loop) usato su giacche, scarpe, borse, giochi, era di proprietà dell’omonima azienda, la Velcro appunto. Quel giorno, però, il brevetto che ne rivendicava la paternità scadeva, e il sistema di chiusura inventato da George de Mestral diventava di dominio pubblico, vantando una serie di imitatori da cui, per rimanere in tema, sarebbe stato difficile staccare il nome di velcro.

Al microscopio  Uncini Uncini naturali

Il materiale era nato nella testa del suo inventore, come spesso accade, osservando la natura. Si racconta che un giorno d’estate, negli anni Quaranta, George de Mestral, ingegnere svizzero appassionato di caccia e amante della montagna, se ne fosse uscito per una passeggiata portando con sé anche il suo cane. Di ritorno a casa, si era accorto che i suoi vestiti e il pelo dell’animale erano pieni degli appiccicosi fiori di cardo alpino, quelle palline che si attaccano ovunque. Più incuriosito che infastidito dal caso, de Mestral cercò di carpire i segreti di quei fiori. Fu così che si armò di un microscopio e cominciò a osservare il modo con cui si attaccavano alle superfici.

E quello che vide era un sistema tanto semplice quanto efficace sviluppato dal cardo per diffondere i propri semi (e far innervosire gli appassionati di montagna). La loro superficie infatti era ricoperta di una sorta di aghi le cui estremità terminavano con degli uncini, i quali a loro volta si arpionavano ai cappi naturali presenti sul pelo degli animali o sui tessuti. Così a de Mestral venne l’ idea. Avrebbe sfruttato lo stesso meccanismo per realizzare un sistema di chiusura analogo a quello delle zip, a incastro: uncini da un lato, cappi dall’altro.

Dopo essersi fatto aiutare da un tessitore, l’ingegnere nel 1955 brevettava il suo Velcro, ma non ancora con i connotati in cui sarebbe diventato famoso. Inizialmente era infatti costituito di due strisce di cotone, e solo successivamente sarebbe diventato di nylon, un materiale che meglio si prestava allo scopo, che poteva essere cucito ovunque. Per il nome, invece, la scelta fu facile: bastava pensare alle sue origini e alla sua funzione: ne venne fuori Velcro, l’insieme delle parole francesi velour (velluto) e crochet (gancio, uncino).

Fu un successo spaziale. I primi a beneficiarne furono infatti gli astronauti, dove l’attacca e strappa serviva loro a fissare gli oggetti che non dovevano mettersi a svolazzare nella cabina, e a staccarli all’occorrenza strappando le chiusure. Ma il resto della popolazione non riuscì a cogliere subito le potenzialità dell’invenzione.

Sarebbe stata anche la pubblicità offerta dagli astronauti della Nasa a lanciare il prodotto, che negli anni Sessanta aveva ormai conquistato il settore vestiario, medico, quello automobilistico e casalingo, grazie al fatto che si poteva lavare, era disponibile in colori diversi ed era riutilizzabile: almeno fin quando peli, fili e sporcizia varia non ci finiscono dentro e ne diminuiscono l’adesività.

Fonte: Wired.it

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Rata infractionalitatii a crescut din cauza emisiilor de carburant: vehiculele care foloseau benzina cu plumb si care au contaminat orasele timp de zeci de ani au facut ca agresivitatea sa creasca în zonele urbane, arata un studiu recent.

Expunerea la plumb duce la violenţă

Într-un studiu realizat de Howard W. Mielke, de la Facultatea de Medicina din cadrul Universitatii Tulane, si specialistul în demografie Sammy Zahran, au fost comparate cantitatile de plumb eliberate în perioada 1950-1985 în 6 orase americane: Atlanta, Chicago, Indianapolis, Minneapolis, New Orleans si San Diego. În aceasta perioada avut loc o crestere a expunerii la pulberile cu continut de plumb, ca urmare a utilizarii benzinei cu plumb, fenomen care a fost corelat cu o crestere a gradului de agresivitate.

Dupa ce a luat în considerare si alti factori precum mediul, comunitatea, veniturile, educatia si rata încarcerarii, oamenii de stiinta au observat ca fiecare crestere cu un procent a nivelului de plumb din mediu a facut ca, peste 22 de ani, rata agresivitatii sa se mareasca cu 0,46%.

Copii sunt extrem de sensibili la pulberile care contin plumb si expunerea la acestea poate provoca efecte neuroanatomice latente care au un impact sever asupra comportamentului social. "Pâna la 90% din actele de vatamare corporala grava din zonele urbane au aparut ca urmare a cantitatii de pulberi cu continut de plumb, eliberate în atmosfera cu 22 de ani în urma", a explicat Mielke.

O alta sursa de intoxicare au constituit-o vopselele cu continut de plumb, utilizate pe scara larga în urma cu câteva decenii.

Sursa: Science Daily - via Descopera.ro

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O privare de libertate lasata nereglementata de legislatia româna, si care naste abuzuri din partea politiei. Oricine poate fi la un moment dat în situatia asta, confundat cu altcineva pe strada sau saltat de politie doar pentru ca e la locul potrivit într-un moment nepotrivit.

APADOR-CH

Cu sau fara violenta, dar de cele mai multe ori cu exces de zel, politistii sau jandarmii aduc la sectie persoane sub pretextul identificarii.


Acelasi pretext, favorizat în lege de o banala virgula, permite organelor de ordine sa retina cetateanul spre identificare în sectia de politie, pâna la 24 de ore, desi de cele mai multe ori ar fi suficient sa-l legitimeze pe strada.


Peste 125.000 de astfel cazuri au fost înregistrate numai în 2010 în toata tara.

În aprilie 2011, Asociatia pentru Apararea Drepturilor Omului în România – Comitetul Helsinki (APADOR-CH) a lansat, cu sprijin financiar din partea Trust for Civil Society in Central and Eastern Europe, un proiect care are ca scop armonizarea legislatiei române – privind conducerea administrativa a persoanei la sediul politiei – cu standardul international în materie, în special cu Protocolul Aditional la Conventia Natiunilor Unite împotriva Torturii (OPCAT) pe care România l-a ratificat în aprilie 2009.


APADOR-CH cere modificarea legii astfel încât retinerea în sectia de politie pentru identificare sa nu dureze mai mult de 4 ore.


Acesta este jurnalul demersului APADOR-CH, de modificare a legislatiei. Puteti citi aici despre cazuri în care politistii sau jandarmii au facut exces de zel în „identificarea” persoanelor, ce spun legile românesti în materie, cum e în alte tari, ce spune politia, ce spune jandarmeria.

Si mai ales, veti afla ce drepturi aveti si care ar trebui sa fie conduita oricui atunci când se trezeste în duba politiei, fara sa stie ce i se întâmpla.

Citeste si:
Modificari propuse
Legile care trebuie modificate
Reglementari internationale
Jurisprudenta CEDO
Legislatia tarilor din UE
Ce drepturi aveti daca sunteti condusi la sectie

Sursa: apador.org

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By Admin (from 01/06/2012 @ 11:07:44, in en - Video Alert, read 616 times)

For a little over 50 years, an elite organization has met all around the world in total secrecy with nearly zero press coverage. On Thursday, the annual Bilderberg Conference will take place in Chantilly, Virginia where the world's leaders are believed to make decisions that could possibly have an effect on the world. Abby Martin looks closer at Bilderberg's global policies for a new world order as RT readies to cover this year's event later this week.

Sources:

http://twitter.com/RT_America
http://www.facebook.com/RTAmerica

Brief history

Bilderberg takes its name from the hotel in Holland, where the first meeting took place in May 1954. That pioneering meeting grew out of the concern expressed by leading citizens on both sides of the Atlantic that Western Europe and North America were not working together as closely as they should on common problems of critical importance. It was felt that regular, off-the-record discussions would help create a better understanding of the complex forces and major trends affecting Western nations in the difficult post-war period.
The Cold War has now ended. But in practically all respects there are more, not fewer, common problems - from trade to jobs, from monetary policy to investment, from ecological challenges to the task of promoting international security. It is hard to think of any major issue in either Europe or North America whose unilateral solution would not have repercussions for the other.
Thus the concept of a European-American forum has not been overtaken by time. The dialogue between these two regions is still - even increasingly - critical.

Character of meetings

What is unique about Bilderberg as a forum is

 

  • the broad cross-section of leading citizens that are assembled for nearly three days of informal and off-the-record discussion about topics of current concern especially in the fields of foreign affairs and the international economy;
  •  
  • the strong feeling among participants that in view of the differing attitudes and experiences of the Western nations, there remains a clear need to further develop an understanding in which these concerns can be accommodated;
  •  
  • the privacy of the meetings, which has no purpose other than to allow participants to speak their minds openly and freely.

 

In short, Bilderberg is a small, flexible, informal and off-the-record international forum in which different viewpoints can be expressed and mutual understanding enhanced. Bilderberg's only activity is its annual Conference. At the meetings, no resolutions are proposed, no votes taken, and no policy statements issued. Since 1954, fifty-nine conferences have been held. For each meeting, the names of the participants as well as the agenda are made Public and available to the press.

Participants

Invitations to Bilderberg conferences are extended by the Chairman following consultation with the Steering Committee members. Participants are chosen for their experience, their knowledge, their standing and their contribution to the selected agenda.
There usually are about 120 participants of whom about two-thirds come from Europe and the balance from North America. About one-third is from government and politics, and two-thirds from finance, industry, labour, education and communications. Participants attend Bilderberg in a private and not an official capacity.

Governance and Funding

Bilderberg is governed by a Steering Committee which designates a Chairman; members are elected for a term of four years and can be re-elected. There are no other members of the Bilderberg conference. The Chair's main responsibilities are to chair the Steering Committee and to prepare with the Steering Committee the conference program, the selection of participants. He also makes suggestions to the Steering Committee regarding its composition. The Executive Secretary reports to the Chairman.

The expenses of maintaining the small Secretariat of the Bilderberg meetings are covered wholly by private subscription. The hospitality costs of the annual meeting are the responsibility of the Steering Committee member(s) of the host country.

Source: bilderbergmeetings.org

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12/07/2014 @ 20:07:45
By Brian Barton
Cannabis is the best medicine in nature. Best everything. But shit, thc is important to!
10/07/2014 @ 13:26:01
By Jason Bond
Keys
06/07/2014 @ 02:59:37
By Altan
Thanks I was just looking for a recipe - gotta love the way the Spirit moves
04/07/2014 @ 19:06:54
By Ginamarie Pezzi
unfortunately that is a reality these days - we humans - especially in the west - only want to hear "a" truth that fits our own limited perspective rather than one that is open & is truth in many ...
04/07/2014 @ 18:57:31
By Ginamarie Pezzi
CON L'UMANITŕ COSě MESSA CI MANCANO LE DROGHE ?
03/07/2014 @ 08:48:35
By Anna Forte
Mmmmm candy
02/07/2014 @ 12:26:50
By Drizzy Dre


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26/07/2014 @ 15.08.29
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