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 Trilingual World Observatory: italiano, english, română. GLOBAL NEWS & more... di Redazione
   
 
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 

O firma care produce asemenea aparate, MakerBot, a anuntat lansarea unui nou model, numit Replicator, cu ajutorul caruia pot fi printate obiecte tridimensionale cu volumul de pâna la 5.000 cm cubi.

Noile imprimante 3-D printează obiecte în mai multe culori şi din materiale biodegradabile (VIDEO)

Aparatul are un ecran LCD pe care utilizatorii pot urmari desfasurarea procesului de printare. Modelele pot fi proiectate chiar de utilizatori, folosind un software precum Google SketchUp, sau pot fi încarcate gratuit mii de modele gata proiectate.

Sistemul de baza costa 1.749 USD, iar pentru 250 USD în plus poate fi instalat un cap de printare dublu, care permite realizarea de obiecte în doua culori.

Obiectele pot fi realizate nu numai din plastic, ci si din PLA (acid poli-lactic) un material biodegradabil obtinut din porumb.

Utilizatorii au realizat deja, cu ajutorul aparatul Replicator, obiecte utile în viata de zi cu cu zi, precum dopuri pentru cada ori inele de plastic pentru perdeaua de la dus, dar si jucarii de genul mobilierului pentru papusi.

Sursa: Live Science - via descopera.ro

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Researchers at the Wyss Institute for Biologically Inspired Engineering at Harvard University have developed a new material that replicates the exceptional strength, toughness, and versatility of one of nature's more extraordinary substances—insect cuticle. Also low-cost, biodegradable, and biocompatible, the new material, called "Shrilk," could one day replace plastics in consumer products and be used safely in a variety of medical applications.

The research findings appear in the December 13 online edition of Advanced Materials. The work was conducted by Wyss Institute postdoctoral fellow, Javier G. Fernandez, Ph.D., with Wyss Institute Founding Director Donald Ingber, M.D., Ph.D. Ingber is also the Judah Folkman Professor of Vascular Biology at Harvard Medical School and Children's Hospital Boston and is a Professor of Bioengineering at the Harvard School of Engineering and Applied Sciences.

Shrilk is similar in strength and toughness to an aluminum alloy, but it is only half the weight. Shown here is a replica of a grasshopper wing, which was made with the new material.

Natural insect cuticle, such as that found in the rigid exoskeleton of a housefly or grasshopper, is uniquely suited to the challenge of providing protection without adding weight or bulk. As such, it can deflect external chemical and physical strains without damaging the insect's internal components, while providing structure for the insect's muscles and wings. It is so light that it doesn't inhibit flight and so thin that it allows flexibility. Also remarkable is its ability to vary its properties, from rigid along the insect's body segments and wings to elastic along its limb joints.

Insect cuticle is a composite material consisting of layers of chitin, a polysaccharide polymer, and protein organized in a laminar, plywood-like structure. Mechanical and chemical interactions between these materials provide the cuticle with its unique mechanical and chemical properties. By studying these complex interactions and recreating this unique chemistry and laminar design in the lab, Fernandez and Ingber were able to engineer a thin, clear film that has the same composition and structure as insect cuticle. The material is called Shrilk because it is composed of fibroin protein from silk and from chitin, which is commonly extracted from discarded shrimp shells.

Shrilk is similar in strength and toughness to an aluminum alloy, but it is only half the weight. It is biodegradable and can be produced at a very lost cost, since chitin is readily available as a shrimp waste product. It is also easily molded into complex shapes, such as tubes. By controlling the water content in the fabrication process, the researchers were even able to reproduce the wide variations in stiffness, from elasticity to rigidity.

These attributes could have multiple applications. As a cheap, environmentally safe alternative to plastic, Shrilk could be used to make trash bags, packaging, and diapers that degrade quickly. As an exceptionally strong, biocompatible material, it could be used to suture wounds that bear high loads, such as in hernia repair, or as a scaffold for tissue regeneration.

"When we talk about the Wyss Institute's mission to create bioinspired materials and products, Shrilk is an example of what we have in mind," said Ingber. "It has the potential to be both a solution to some of today's most critical environmental problems and a stepping stone toward significant medical advances."

Source: Harvard University via ZeitNews.org

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Nel dna di alcune persone ci sono piccoli pezzetti di codice genetico che offrono una resistenza naturale contro l’ Aids. Sono 47 varianti genetiche che fanno da  scudo e aiutano a controllare la progressione della malattia. A individuarle è stata una ricerca coordinata da Guido Poli, docente di Patologia Generale e Immunologia dell’ Università Vita-Salute San Raffaele e responsabile dell’Unità di immunopatogenesi del Aids presso l’ Istituto Scientifico Universitario San Raffaele di Milano, pubblicata sulla rivista Journal of Infectious Diseases.

Il lavoro è stato condotto da un consorzio finanziato dal Sesto Programma Quadro della Commissione Europea, Gisheal – Genetic and Immunological Studies on Hiv + European and African Ltnp che include alcuni tra i massimi ricercatori europei impegnati in questi studi.

In pratica gli scienziati hanno analizzato 144 persone sieropositive nelle quali la malattia non dava segni di progressione, cioè rimaneva stabile nel tempo. Si tratta di individui definiti Ltnp, Long Term Non Progressors, una rara condizione osservata solo nell’1-2% di tutte le persone con infezione, nelle quali il sistema immunitario reagisce in modo innato o naturale alla replicazione del virus in assenza di terapia anti-retrovirale.

I ricercatori hanno poi confrontato il dna di questo campione con un altro gruppo di 605 persone infettate da poco. Ebbene, dai risultati di questo confronto è emerso che nei pazienti in cui la malattia non progredisce ci sono 47 varianti genetiche particolari. La maggior parte di queste mutazioni sono state identificate nella porzione di genoma in cui sono presenti i geni del cosiddetto Complesso maggiore di istocompatibilita (Mhc). Studi precedenti avevano identificato alcuni geni Mhc di Classe I coinvolti nel controllo spontaneo della replicazione del virus Hiv in assenza di terapia anti-retrovirale. I geni Mhc di Classe I sono infatti responsabili della risposta immunitaria specifica all’infezione esercitata dai linfociti T citotossici ovverosia in grado di riconoscere, grazie anche alle proteine codificate da questi geni, in modo altamente selettivo le cellule infettate dal virus e di eliminarle. Questa ricerca ha inoltre evidenziato per la prima volta l’importanza di un’altra regione dell’Mhc, ovvero la Classe III, che codifica molte proteine responsabili della cosiddetta immunità naturale o innata alle infezioni.

In pratica gli scienziati hanno scoperto l'esistenza di una particolare classe di molecole Mhc capaci di produrre proteine responsabili della cosiddetta immunità naturale alle infezioni.

“Questo lavoro scientifico - spiega Poli - servirà come base per ulteriori studi di varianti geniche associate alla resistenza spontanea alla malattia in persone già infettate e potrebbe portare alla scoperta di nuovi aspetti della risposta immunitaria, sia specifica che innata, importanti per la messa a punto di strategie di prevenzione generale dell’infezione quali i vaccini, potenzialmente in grado di avere un impatto fondamentale sulla corrente pandemia da Hiv”.

Nonostante le prospettive eccezionali, c’è il rischio che gli scienziati non riescano ad andare avanti.  “Purtroppo, il finanziamento europeo al consorzio Gisheal - riferisce Poli - è terminato e non vi sono ulteriori finanziamenti attivi per proseguire lo studio. Tuttavia, i ricercatori del consorzio sono fiduciosi che l’importante pubblicazione scientifica stimolerà l’interesse di enti pubblici e privati per sostenere sia il consorzio che iniziative simili finalizzate a comprendere quali siano ‘i segreti’ alla base della resistenza naturale alla progressione di malattia in persone infettate che non assumono farmaci anti-retrovirali i quali, è importante sottolinearlo, rimangono un presidio fondamentale per l’assoluta maggioranza delle persone infettate”.

Fonte: Wired.it

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Che i raggi X permettano di osservare la materia nel dettaglio si sa. Ma se fosse possibile raggiungere una precisione tale da riuscire a fare una foto dei processi molecolari più veloci? Se fosse possibile catturare l’immagine di una singola reazione chimica? Un passo in più verso quest’incredibile precisione è stato fatto grazie a un gruppo di ricercatori del Lawrence Livermore National Laboratory, in California, guidati da Nina Rohring, che descrivono sulle pagine di Nature un primo tentativo di laser atomico a raggi X in grado di raggiungere una lunghezza d'onda pari a 1,46 nanometri. Un valore vicino alla barriera dello 0,1 nm: vero obiettivo della ricerca in questo campo, rincorso dagli scienziati da quando i laser sono stati inventati, 50 anni fa.

Gli strumenti tradizionali sono basati su un principio abbastanza semplice. Atomi opportunamente eccitati, che si trovano dunque in uno stato con grande energia ma poco stabile, tenderanno a tornare nella loro condizione fondamentale (a energia minore) emettendo radiazione elettromagnetica. Quando il numero di atomi che si trovano in questo stato è abbastanza alto (condizione che si chiama di inversione di popolazione) si può ottenere quel fascio di luce coerente, monocromatica e collimata che è, appunto, il laser.

Quando però si cerca di operare nello spettro dei raggi X, la storia non è così semplice. Perché l’emissione finale sia abbastanza energetica da ricadere in questo spettro, la radiazione incidente deve essere decisamente molto alta, tanto che finora i laser a raggi X basati sull’inversione di popolazione non erano mai stati creati. Per ottenere delle emissioni così energetiche erano state scelte altre tecniche, come ad esempio il ricorso a fasci di elettroni liberi accelerati a velocità relativistiche, piuttosto che sorgenti atomiche. Sebbene questi laser, chiamati a elettroni liberi, raggiungano delle luminosità mai viste con altri metodi, i laser che ne derivano non sono del tutto coerenti e spesso i loro spettri fluttuano molto. Inoltre, di nuovo, le energie che servono per produrre i raggi collimati sono molto alte e il risultato continua ad essere ben lontano dalla precisione delle emissioni a raggi X duri (ovvero quelli che si avvicinano alla barriera del decimo di nanometro).

Ma ecco arrivare la brillante idea dei fisici californiani: perché non combinare le due tecniche, inversione di popolazione e laser a elettroni liberi? Per farlo i ricercatori hanno usato il Linac Coherent Light Source (LCLS) degli SLAC National Accelerator Laboratory della Stanford University (California), un laser a elettroni liberi a emissione di raggi X (Xfel), per colpire un gas di neon ad alta pressione.

In questo modo hanno ottenuto che una parte degli atomi del gas venissero eccitati tanto da emettere nello spettro dei raggi X, pulsazione che a sua volta ha stimolato altri atomi vicini ad emettere altre radiazioni così energetiche, producendo una sorta di effetto valanga che in gergo viene chiamato fenomeno di auto-amplificazione. In questo modo i ricercatori hanno ottenuto il famoso raggio laser di lunghezza d’onda 1,46 nanometri di cui sopra, che presentava, tra le altre cose, una purezza e una luminosità mai viste. La frequenza di questa emissione fa ancora parte dei cosiddetti raggi X ‘molli’ (in contrapposizione a quelli ‘duri’, cercati dagli scienziati), ma sicuramente promette di avvicinarsi all’obiettivo finale. “ Almeno adesso sappiamo che dobbiamo lavorare ancora, ma che stiamo andando nella giusta direzione”, hanno commentato i fisici californiani nello studio. “Ad esempio per migliorare il risultato potremmo lavorare sulla densità del gas su cui lanciamo il primo laser, o giocare con le energie dei raggi incidenti. Provare ad aumentarle ulteriormente, fino a creare un apparecchio che invece di lavorare col neon, funziona a idrogeno o elio”.

Fonte: Wired.it

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Arheologii elvetieni au descoperit în Valea Regilor din Egipt mormântul unei cântarete ce dateaza de acum 3.000 de ani, a declarat ministrul egiptean al Antichitatilor, Mohammed Ibrahim.

În Valea Regilor din Egipt a fost descoperit mormântul unei cântăreţe de acum 3.000 de ani

Descoperirea a fost facuta în Karnak, lânga Luxor, de o echipa de la Universitatea din Basel condusa de Elena Pauline-Grothe si de Susanne Bickel.

Mormântul descoperit apartinea unei femei pe nume Nehmes Bastet, cântareata pentru zeitatea suprema Amun Ra în timpul celei de-a 22-a dinastii (945 - 712 î.e.n.), conform unei înscriptii de pe o placa de lemn aflata în mormânt.

Cântareata era fiica Marelui Preot al zeului Amun, a afirmat ministrul.

Descoperirea este importanta "deoarece arata ca Valea Regilor era folosita si pentru înmormântarea persoanelor obisnuite si a preotilor din dinastia a 22-a", a explicat ministrul.

Pâna acum, toate mormintele descoperite în Valea Regilor apartineau membrilor familiilor regale egiptene.

Sursa: AFP - via descopera.ro

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Yabi simplifies supercomputing tasks through a simple web-based workflow environment, essentially replacing the need for complex software programming with a neat, accessible interface.

The web-based application is designed, developed and maintained by the WA Centre of Excellence in Comparative Genomics (CCG), home of the iVEC@Murdoch supercomputer pod.

According to CCG Director Professor Matthew Bellgard, Yabi has the potential to change the way researchers approach scientific endeavours which typically require access to large scale computing and data storage resources.

“Typically, a PhD student in areas such as life science, marine science, atmospheric research and so forth has to learn how to program; they have to know how to install the analysis tools so they can then conduct their detailed data analysis on a supercomputer,” Professor Bellgard said.

“The Yabi system takes away that need for writing scripts and tools and turns the analytic procedures into a simpler drag and drop activity, where scientists can log in, drag tools in and chain them together to create workflows.

“Each of those tools can be running on supercomputers without the need for scientists to have to worry about any of the technical details. In this way scientists can access potentially multiple supercomputing resources in a seamless and transparent fashion via a simple web-based interface.”

Simplifying supercomputing is no small task, and the technologies required to create this kind of interface are fairly young.

“The idea of Yabi has been around for about 12 years,” Professor Bellgard said.

“We’ve been thinking about it for quite some time, but it’s only in the last five years that internet technologies have matured in such a way that we can then leverage them in order to implement a really robust system.

“The system is currently being accessed by scientists around the world and there are now deployments of the Yabi system around the country.”

The CCG works with researchers both to help them improve their Yabi uptake as well as to assist them analyse the massive amounts of results generated.

“They drive their own scientific questions but we can help them with experimental design and data analysis,” Professor Bellgard said.

“We are also working on a number of other open source software projects such as laboratory information management systems and rare disease registries.”

Researchers who use any kind of supercomputing in their work are encouraged to try Yabi – visit http://ccg.murdoch.edu.au/yabi .

Provided by Murdoch University

Source: PhysOrg via ZeitNews.org

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Per difendere la libertà di espressione in Rete non basta condividere un video, firmare una petizione o piazzare una decina di pollici alzati su alcuni status di Facebook. Non è nemmeno sufficiente aderire a un blackout trasversale oscurando il proprio sito per consapevolizzare la gente sui rischi che un controllo verticale della condivisione in Internet implicherebbe. Per difendere veramente la libertà di espressione in Rete bisogna tenere gli occhi costantemente aperti, e accettare che anche dopo aver incassato una (mezza) vittoria come quella che il Web ha portato a casa nella lotta contro Sopa e Pipa, si debba tornare subito ad appuntire le frecce per fronteggiare un'altra. E tra chi vuole battaglia c'è in prima fila il gruppo di cyberattivisti Anonymous.

Perché il fatto è che questa minaccia esisterebbe già, si chiama Acta (acronimo di Anti-Counterfeit Trade Agreement) e ha ricevuto oggi il via libera dell’Unione Europea. Sulla carta, si tratta di un Accordo Commerciale Anti-Contraffazione volto a introdurre misure internazionali comuni contro la contraffazione di beni di lusso e di prodotti coperti da diritti di proprietà intellettuale come farmaci e sementi. Da ieri, i cittadini polacchi hanno scatenato le proteste contro l’annunciata intenzione del governo di firmare l’accordo internazionale. Ma la promulgazione dell’accordo è già in una fase estremamente avanzata, tra i paesi che l’hanno siglato figurano: Stati Uniti, Corea, Marocco, Singapore, Giappone, Canada e Nuova Zelanda. Si attendono invece le firme di Svizzera, Messico. E ora si è espressa positivamente anche l' Unione Europea. Finora ci si basava sui singoli stati - oggi la Polonia metterà la propria firma in calce all'accordo, ma gli altri paesi ancora non si sono espressi. Per essere ratificato, l'accordo deve passare al vaglio del Parlamento Europeo, stimato entro il 2013.

Qualcuno di voi se lo starà chiedendo: da dove spunta ora questa fregatura? Com’è possibile che, in questi ultimi mesi di battage mediatico su proprietà intellettuale e libera condivisione, non si sia mai (o quasi) sentito parlare di Acta? La domanda è meno ingenua di quanto potrebbe sembrare, dal momento che le trattative che hanno portato alla stesura di Acta sono in corso dal 2007 e fino a poco tempo fa sono state mantenute in totale segreto.

Cos’è in realtà Acta:
Ma insomma cosa c’entrano i beni contraffatti con la protezione del copyright in Rete? Stando all’ articolo 23 di Acta c’entrano eccome, dal momento che un prodotto contraffatto (un paio di scarpe di marca taroccate, per esempio) viene equiparato a un contenuto piratato.

Oltre a stabilire una serie di linee guida sulle misure da adottare contro la contraffazione di beni coperti da copyright, Acta si concentra nello specifico sull’introduzione di misure e sanzioni contro quegli Internet Service Provider che ospitino materiale coperto da copyright e che in qualsiasi modo favoriscano (questo il termine utilizzato) la pirateria su scala commerciale. Secondo i maggiori critici dell’accordo, i termini che abbiamo evidenziato in corsivo sarebbero sufficientemente ambigui da permettere di applicare sanzioni penali verso qualunque sito che non solo metta a disposizione materiale piratato ma anche solo che introduca link che conducoano a contenuti illeciti. Per siti come YouTube, Facebook e Google, questo significherebbe essere obbligati a controllare nel dettaglio qualsiasi tipo di contenuto condiviso (fosse anche un video in cui in sottofondo ci sono venti secondi di una hit coperta da copyright) e a evitare preventivamente che sulle loro pagine venga introdotto materiale piratato. In poche parole: significherebbe la fine della condivisione in Rete e quindi del Web 2.0 come lo conosciamo. Č anche utile prestare attenzione alle parole “ su scala commerciale”, l’accordo non parla in fatti di profitto o di intento commerciale, ma allarga il campo anche alla condivisione gratuita di contenuti tra utenti, equiparandola alla contraffazione.

Perchè è più pericoloso di Sopa:
Per la sua natura, innanzitutto. Se Sopa era una proposta di legge al vaglio del Congresso Americano, Acta si presenta come un accordo commerciale tra nazioni, proponendo una serie di misure che avrebbero validità a prescindere dalle leggi vigenti nei singoli paesi. Inoltre, non trattandosi di una proposta di legge, Acta ha davanti a sé un iter di approvazione molto meno accidentato, basti considerare che diverse nazioni hanno già posto la propria firma in calce ad esso senza dover presentare (per ora) l’accordo al vaglio dei rispettivi parlamenti. Oltre a ciò, Acta è il frutto di contrattazioni rimaste segrete, che hanno coinvolto 40 diversi paesi, associazioni come la Riaa e multinazionali del calibro di Walt Disney, Sony, Intel, Verizon, e da compagnie che nulla hanno a che fare con la Rete (ma con farmaci e prodotti agrobiologici sì) come Monsanto, Pfizer e GlaxoSmithKline.  Come abbiamo detto in precedenza, lo sviluppo di Acta è già in fase avanzata, e per via della sua iniziale segretezza non si è ancora formato un movimento di opposizione sufficientemente forte e trasversale.

Cosa si può fare per contrastare Acta:
Il collettivo di hacktivisti Anonymous si è preso una pausa dalla rappresaglia contro la chiusura di Megaupload per annunciare l’avvio di una campagnia di opposizione ad Acta:

Ma il fronte di opposizione si va allargando ogni giorno di più. Tra le voci più forti si contano, oltre ad Anonymous, anche Reporter Senza Frontiere, il Pirate Party, diversi membri del Parlamento Europeo e, in particolare, l’associazione La Quadrature Du Net, che sta portando avanti un’opera di informazione sorprendente al riguardo. Quello che gli utenti possono fare per arginare Acta è innanzitutto informarsi e informare, seguire da vicino l’evolversi dell’iter di approvazione e, volendo, aggiungere firme alla petizione online (male non fa). Mi rendo conto che, arrivati in fondo a questo articolo, si può avere l’impressione che siano già passati mesi dal blackout della Rete, dal momento che la guerra sembra tutt’altro che vinta. Il problema di fondo è sempre lo stesso, le proposte di legge come Sopa e gli accordi plurilaterali come Acta pretendono di ignorare la diffusione del concetto di libera condivisione dei contenuti, per far prevalere una visione dicotomica della proprietà intellettuale. O un contenuto creativo è stato pagato, oppure la sua fruizione è automaticamente illecita. In questa dicotomia non c’è spazio per la produzione e la condivisione di contenuti amatoriali, né tantomeno per la rielaborazione e diffusione di contenuti già esistenti. Questo porta a pensare che dietro a questi tentati blitz legislativi ci sia anche l’intenzione di riportare indietro le lancette al Web 1.0, quando il passaggio da utente-consumatore a utente-produttore di contenuti non era ancora stato completato. A questo proposito, c’è chi come Clay Shirky è convinto che Sopa e Pipa facciano leva sul problema della pirateria per mettere le ganasce allo sviluppo del Web 2.0, dal momento che è molto più difficile spremere guadagni da un pubblico di produttori e condivisori che da un tradizionale pubblico di consumatori.

Come abbiamo già detto a proposito di Sopa, non ha senso sbarazzarsi delle erbacce radendo al suolo un’intera foresta. Significherebbe impoverire la Rete, la diffusione della cultura nel Web, segare le gambe a nuove forme di espressione e, in ultima battuta, tagliare fuori ogni possibile soluzione alternativa che permetterebbe di preservare la libertà della Rete senza necessariamente eliminare il concetto di copyright.

Fonte: Wired.it

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Osteoartrita este o afectiune a articulatiilor, pe cât de raspândita, pe atât de putin înteleasa.

Geneticienii de la University of Southern Denmark au descoperit, în celulele prelevate din articulatiile genunchilor a trei femei suferind de osteroartrita, cromozomi ale caror capete, denumite telomere, sunt mult mai scurte decât ar fi normal. În portiunile cele mai afectate ale articulatiilor se gaseau cele mai scurte telomere.

Care este cauza osteoartritei? Specialiştii sunt pe cale să afle

Procesul normal de îmbatrânire duce la scurtarea telomerelor, dar un rol important îl are si stresul oxidativ, produs de radicalii liberi.

Acestia se formeaza în cursul proceselor biologice normale din organism, dar si datorita unor factori externi precum fumatul, consumul de alcool si expunerea la radiatii ultraviolete.

Descoperirea sugereaza ca lungimea acestor portiuni de ADN, care au rolul de a proteja cromozomii în portiunile cele mai vulnerabile, are o importanta esentiala în dezvoltarea maladiei si deschide drumul spre identificare unor tratamente eficiente.

Osteoartrita este cea mai comuna forma de artrita; ea duce la întepeneala si dureri ale articulatiilor, în special ale mâinilor, soldurilor si genunchilor.

Boala apare, în general, dupa vârsta de 50 de ani si, în prezent, nu poate fi vindecata; exista doar tratamente care pot ameliora simptomele cele mai suparatoare.

Sursa: Mail Online - via descopera.ro

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A child, for example, may not initially recognize a cow in a picture-book after seeing the live animal on a farm and being told its label. In fact, a child may mistake a cow for a horse. After all, both animals have four legs.

Applying that principle of human learning to artificial neural networks, or machines, is the domain of Geoffrey Hinton, a professor of computer science at the University of Toronto and a fellow of the Canadian Institute for Advanced Research. A pioneer of artificial intelligence and neural networks, Hinton is an expert on machine learning and has also made major contributions to the fields of cognitive psychology and neuroscience. In recognition of those achievements, he was awarded the 2011 Gerhard Herzberg Canada Gold Medal for Science and Engineering from the Natural Sciences and Engineering Research Council of Canada (NSERC). The country’s highest prize for science and engineering, the honour celebrates Canada’s top researchers.

Each year, the winner of the NSERC Herzberg Gold Medal delivers a lecture about his or her research. Sponsored by NSERC and the Royal Canadian Institute for the Advancement of Science, the public lecture was hosted by Ryerson earlier this month.

During Hinton’s presentation, entitled “How does the brain recognize shapes?”, he described how computers can learn in similar ways to the human brain and respond intelligently to the intricacies of the real world. To be certain, simulating the brain’s computing abilities is no easy feat. Just consider what the human brain can do, from identifying patterns and making predictions to learning from examples and using big-picture thinking.

Teaching machines to automatically perform these high-level processes has many applications in our data-intensive world. Among them, facial recognition capabilities, quality control systems, making medical diagnoses and conducting financial forecasting. Hinton and his collaborators have developed algorithms used in applications such as creating better systems for voice recognition, automatically reading bank cheques and monitoring industrial plants for improved safety.

In his lecture at Ryerson, Hinton first showed how machines can be trained to recognize handwritten numbers that are very distorted. From there, he demonstrated how computers can predict the next character in a line of Wikipedia text or create an animated model of human movement.

Hinton also explored how machines can be taught to recognize increasingly complex shapes, including those that may vary widely. Indeed, his team has developed a program that can identify a thousand different types of objects in photographs. The computer provides several guesses about the nature of an object, and the correct answer is usually within its top five guesses.

The computer’s first guess is often incorrect. But, Hinton notes, even its wrong answers are still plausible. For example, a mound of cashews was determined by the computer to be lentils, chickpeas or beans. In addition, a quail was mistakenly identified as an otter – a reasonable error, says Hinton. The bird in the photo has a sleek coat that resembles wet fur.

“I’m an apologist for neural networks,” he joked.

Hinton’s research is supported by the Natural Sciences and Engineering Research Council of Canada, the Canadian Institute for Advanced Research, the Canadian Foundation for Innovation and gifts from Google and Microsoft.

Provided by Ryerson University

Source: PhysOrg via ZeitNews.org

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P per V uguale a una costante. O, per dirla in un altro modo: in un gas ideale a temperatura costante, la pressione (P) e il volume (V) variano in modo inversamente proporzionale tra loro. Dunque, se aumenta l’uno, l’altro diminuisce. L’eredità più grande lasciata da Robert Boyle (1627-1691) ai posteri è forse la legge di fisica che porta il suo nome. Eppure lo scienziato irlandese avrebbe messo il naso in quasi tutti i campi del sapere del Diciassettesimo secolo, dalla medicina, alla biologia, alla religione, e soprattutto alla chimica.

Robert Boyle era nato il 25 gennaio 1627 nel Castello di Lismore, in Irlanda, penultimo di quindici fratelli, figli del ricco Primo Conte di Cork. Il piccolo Boyle lasciò presto la casa paterna, diretto verso l’ Eton College, in Inghilterra, all’età di soli otto anni, insieme a uno dei suoi fratelli. Ma terminati gli studi, Boyle non tornò a casa. Intraprese invece un viaggio attraverso l’Europa, che avrebbe influenzato non poco la sua formazione e i suoi interessi.

Toccò Parigi, Lione e Ginevra, e tra le partite di tennis e gli incontri di scherma imparò il francese, la matematica, il latino e l’italiano. Nel 1642, infatti, Boyle arrivava a Firenze, nello stesso anno e negli stessi luoghi in cui Galileo Galilei moriva. E sarebbe stata forse la vicinanza geografica a convincerlo ad abbracciare anche le teorie dello scienziato italiano sul metodo sperimentale, che lo distinsero una volta tornato in Gran Bretagna nel 1644, a Stalbridge, nel Dorsetshire.

In realtà, a spingerlo a indagare la natura e i suoi misteri era stata anche la fede religiosa, a cui, si racconta, si avvicinò dopo un temporale estivo. Credeva infatti che la scienza fosse un modo per comprendere la natura divina delle cose. E forse anche per questo mise in piedi un laboratorio nella sua residenza del Dorsetshire, prima di trasferirsi nel cuore pulsante della scienza inglese dell’epoca, Oxford.

Qui, insieme all’illustre collega Robert Hooke, studiò a lungo le proprietà dell’aria. Capì per esempio che era necessaria per la trasmissione dei suoni, che in sua assenza gli animali non potevano vivere e gli oggetti cadevano più velocemente verso il basso. Ma soprattutto ebbe il coraggio di mettere in discussione Aristotele e le sue teorie sui quattro elementi (aria, terra, fuoco e acqua) come mattoni fondamentali di tutto quello che ci circonda.

Boyle infatti, forte anche delle osservazioni che aveva collezionato in laboratorio, arrivò per primo a elaborate la cosiddetta teoria corpuscolare, quanto di più vicino, per l’epoca, alla chimica moderna e al concetto di atomo. Come riportava nel suo The Sceptical Chymist (Il chimico scettico) del 1661, la materia era fatta di corpuscoli, a loro volta particelle più piccole combinate insieme.  Boyle inoltre introdusse per primo il concetto di elemento, come qualcosa “che non è fatto di nessun’altra entità”, ovvero l’unità fondamentale della materia. Teorie grazie alle quali lo scienziato si guadagnò per sempre il titolo di “padre della chimica”.

Fonte: Wired.it

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Dr. Joycelyn Elders, U.S. surgeon general: Myths About Medical Marijuana in The Providence Journal, 2004.

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23/09/2019 @ 13:06:20
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