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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 

C'è sempre una buona occasione per battere i record, anche quando si tratta di ricerche astronomiche ai confini del sistema solare. Tutto merito del telescopio spaziale Kepler, il gioeillino della Nasa che lo scorso dicembre ha individuato le tracce dei tre esopianeti rocciosi più piccoli conosciuti finora (ma, dopo averli scoperti, cosa si fa?). Si chiamano Koi-961.01, 02 e 03: i nomi non sono il massimo, ma le loro dimensioni ridotte (il minore, 03, è la metà circa della Terra), come racconta New Scientist, hanno suscitato l'interesse dell'intera comunità di astronomi sparsi per il mondo.

La scoperta è stata annunciata durante il meeting dell' American Astronomical Society tenutosi a Austin, Texas, dall’8 al 12 gennaio. Il trio di pianeti orbita intorno a una stella di modeste dimensioni – Koi-961, una nana rossa – localizzata nella nostra galassia e incapace di suscitare un qualsiasi interesse scientifico in tutti coloro che scrutano lo spazio profondo alla ricerca di segnali particolari. Non a caso, la presenza dei tre mini esopianeti è stata ignorata per anni, fino a quando l'astronomo dilettante inglese Kevin Apps non ha notato qualcosa di strano nel grande calderone di dati estrapolati da Kepler.

Infatti, il passaggio dei tre piccoli pianeti sconosciuti davanti a Koi-961 modificava in modo impercettibile il suo spettro luminoso, lasciando una traccia che il pignolissimo Apps ha fiutato subito come buona. Gli è bastato spedire una email a John Johnson, astronomo del California Institute of Technology di Pasadena, per far suonare i campanelli di allarme. Forse Koi-961 aveva in serbo qualche bella sorpresa.

Così, per raccogliere più informazioni sul trio di esopianeti, Johnson ha aperto gli occhi del Keck Observatory puntandoli sulla nana rossa individuata da Apps. Č bastata una analisi della variazione della radiazione luminosa proveniente della stella per dedurre le dimensioni dei pianeti. Ed eccoli, i tre compagni di Koi-961 avevano rispettivamente una misura paria a 0.78, 0.73 e 0.57 volte quella della Terra.

Comunque sia, il trio di pianeti rocciosi non sembra riservare altre grandi sorprese. La temperatura sulla loro superficie è di circa 200°C, quanto basta per escludere la presenza di acqua allo stato liquido e depennare i fratelli Koi-961 dalla lista di esopianeti su cui cercare probabili tracce di vita. Almeno per adesso, Koi-961.01 detiene ancora il record di pianeta più piccolo mai individuato finora. Ma in futuro, l'incessante ricerca da parte di Kepler potrebbe individuare nuove stelle vicino a cui cercare altri corpi celesti di dimensioni ridotte.

Fonte: wired.it

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Un nou studiu indica faptul ca ADN-ul unui individ poate prezice cât va trai înca de la începutul vietii.

Cercetatorii care au studiat cinteze australiene zebrate au descoperit ca cel mai bun indicator al longevitatii indivizilor o reprezenta analiza telomerului, o parte a ADN-ului, atunci când pasarile aveau vârsta de 25 de zile.

ADN-ul poate prezice durata de viaţă a unui individ încă din tinereţe

Telomerii se gasesc la capetele cromozomilor, care contin codul genetic al unui individ. Aceste structuri protejeaza extremitatile cromozomilor, iar metoda de protejare a ADN-ului este aceeasi în rândul majoritatii animalelor si a plantelor, inclusiv în rândul oamenilor. Atunci când cromozomii nu mai sunt protejati de telomeri, celulele ajung sa functioneze defectuos.

Acum, pentru prima data, cercetatorii au masurat lungimea telomerilor acelorasi indivizi de-a lungul întregii vieti.

Oamenii de stiinta de la Universitatea Glasgow au studiat 99 de cinteze australiene zebrate cu o durata de viata cuprinsa între 210 zile si 9 ani. Acestia au prelevat probe de sânge periodic pentru a masura lungimea telomerilor. Cercetatorii au descoperit ca lungimea telomerilor la vârsta de 25 de zile constituie cel mai bun prezicator al duratei de viata.

Se stie ca lungimea telomerilor este influentata partial de mostenirea genetica. Totodata, aceasta variaza ca urmare a factorilor de mediu, precum expunerea la stres.

Profesorul Pat Monaghan, conducatorul echipei care a efectuat acest studiu, a comentat rezultatele: "Studiul nostru arata importanta imensa pe care o au procesele ce au loc la începutul vietii. Trebuie sa aflam mai multe despre influenta pe care împrejurarile înregistrate la începutul vietii unui individ o au asupra ritmului în care telomerii se degradeaza. Totodata, trebuie sa identificam importanta relativa a factorilor mosteniti si a celor de mediu".

Studiul a fost publicat în prestigiosul jurnal stiintific Proceedings of the National Academy of Sciences USA.

Sursa: PA - via descopera.ro

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Il mio chiodo fisso in tutti questi anni di antiproibizionismo... e sicuramente ve ne sarete accorti dai miei scritti... è sempre stata un’unica domanda: Perché l’umano medio comune... diciamo pure “benpensante” non solo non ha mai fatto alcunchè per mettere fine a questa assurda persecuzione nei confronti della cannabis e di chi la usa, ma spesso, è addirittura lui stesso a dare manforte alle politiche proibizioniste? Perché accade una cosa del genere?

Manifesto

L’unico modo per scoprirlo è stato quello di chiedere in prima persona a quanta più gente potevo quali sono i motivi reali…in pratica, da dove nasce la loro predisposizione a condannare la canapa e chi ne usufruisce?

La risposta che mi è stata data il più delle volte è: "perché è una droga!"

Basta un’unica parola, un’etichetta del genere per condannare un nutrito numero di persone a prescindere da quanto nefasta sia la sostanza in oggetto…e allora io ribattevo a mia volta con una domanda: “Ma tu sai che significa realmente droga?” Ne è venuto fuori che la stragrande maggioranza della gente considera “droga” solo le sostanze che sono classificate come nocive dagli organi competenti, a prescindere dai danni che provocano.

Droga in origine era un sinonimo di spezia, di medicamento naturale, di preparato galenico. La parola inglese “Drugs” è traducibile in italiano pressappoco come spezie…i “drugs stores” e le nostre “drogherie” non erano altro e lo sono ancora adesso, rivenditori di spezie . Lo zucchero, il the, il caffè, il tabacco, l’alcol…e tante altre sostanze naturali preparate, sono classificabili come “droga”, ma se non sono scritte in una tabella di divieti redatta da un competente in materia, non sono pericolose e di conseguenza non sono più droghe.

Ma cosa induce a considerare “droga” e cioè qualcosa di potenzialmente pericoloso per l’organismo, una sostanza? Esistono dei criteri oggettivi per determinare ciò. Una sostanza per essere considerata “dannosa” e di conseguenza droga a tutti gli effetti, deve prima di tutto creare dipendenza, poi deve dare assuefazione, poi con l’uso cronico, deve degenerare l’organismo assuntore fino a nefaste conseguenze.

Prendiamo l’alcol. E’ una delle sostanze che crea più dipendenza, sono numerosi i centri di recupero specifici per superare queste crisi di astinenza ed esistono specifiche associazioni che seguono il “drogato” di alcol nel recupero passo per passo (Alcolisti Anonimi).

Per quanto riguarda l’assuefazione…qualunque alcolista può dirvi che col passare degli anni, ha dovuto aumentare la dose d’alcol assunta per avere lo stesso effetto…questa si chiama assuefazione.

E che dire dei danni all’organismo? La molecola etilica non va proprio d’accordo col nostro organismo. Di alcol si può morire di overdose (coma etilico e morte) e a differenza della cannabis, che ha un limite di overdose di circa 40.000 volte la dose massima , quella dell’alcol è appena 10 volte. È una sostanza che presa a dosi massicce aumenta l’aggressività e la spavalderia del soggetto assuntore. Ti distrugge il fegato e poi i reni…t’inquina le arterie ti indebolisce il sistema immunitario... però non è droga. Non lo è perché non la hanno iscritta nella tabella delle sostanze da vietare.

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Questo genera un paradosso…ma la gente è talmente forviata dalle cattive informazioni, che non riesce a vederlo…anche se glielo mostri tutti giorni. Anche se tutti benissimo sanno i danni dell’uso cronico di alcol, non vedendolo scritto fra i cattivi…sono portati (o meglio costretti) a considerarlo innocuo….o al limite facilmente gestibile.

Per cui l’alcol lo trovi in tutte le sue forme nelle enoteche, al supermercato, nelle “drogherie”... e perfino nei cioccolatini. Ci fanno la pubblicità ed è anche, per quanto riguarda il vino, motore portante di una buona fetta di entrate per il nostro Paese….e fanculo la dipendenza, al diavolo l’assuefazione e i danni.

Stesso discorso vale per le altre sostanze legali quali il tabacco, lo zucchero il caffè... e visto che, per la conformazione stessa del nostro organismo che secerne endodroghe (cioè droghe fatte dall’organismo stesso) qualsiasi situazione che induca un comportamento ossessivo compulsivo... come ad esempio il gioco d’azzardo, o erotomania o solo l’avventura ai limiti (che serve per generare adrenalina, altra droga endogena) può essere, o meglio deve essere considerata droga a tutti gli effetti.

Ma allora perché a qualcuno è venuto in mente di iscrivere proprio la cannabis e la sua bassa e soprattutto gestibile nocività dalla parte dei cattivi?

Io c’ho messo circa 3 anni per avere un quadro dettagliato e completo del perché sia accaduta una cosa del genere. Non vi chiedo di perdere 3 anni della vostra vita come ho fatto io... anche perché 3 anni da perdere nessuno li ha più…vi chiedo solo di riflettere... e di farlo su questioni banali come può essere questa che vi ho appena espresso…di individuare il paradosso che è palesemente lì, ma nascosto da un mucchio di chiacchiere e di non accettarlo perché oramai è diventato di uso comune farlo, ma, armati di sana e disinteressata curiosità... indagate... indagate... indagate!!

Ivan il terribile – ASCIA

P.S. Questo non è un attacco all’alcol al fine di premere per vietarne l’uso…perché per noi il problema principale non sta nella sostanza, ma nel divieto. Questo articolo serve solo per spronarvi a riflettere su quanto una parola possa allontanarsi dal concetto originale e generare paradossi talmente grandi da non essere visti.

Fonte: LegalizziamoLaCanapa.org

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But a first-of-its-kind analysis of newly available government data found just the opposite when it comes to infants covered by insurance.

Among the insured, infants in low-income families are better off under the nation's government-funded public health insurance than infants covered by private insurance, says economist and study author Manan Roy, Southern Methodist University, Dallas. The finding emerged from an analysis that was weighted for the fact that less healthy infants are drawn into public health insurance from birth by its low cost.

The finding is surprising, says Roy, because the popular belief is that private health insurance always provides better coverage. Roy's analysis, however, found public health insurance is a better option — and not only for low-income infants.

"Public health insurance gets a lot of bad press," says Roy. "But for infants who are covered by health insurance, the government-funded insurance appears to be more efficient than private health insurance — and can actually provide better care at a lower cost."

Why?

"Private health insurance plans vary widely," Roy says. "Many don't include basic services. So infants on more affordable plans may not be covered for immunizations, prescription drugs, for vision or dental care, or even basic preventive care."

The U.S. doesn't have a system of universal health insurance. But the Patient Protection and Affordable Care Act signed into law by President Obama on March 23, 2010, requires all Americans to have health insurance. The act also expands government-paid free or low-cost Medicaid insurance to 133 percent of the federal poverty level.

"Given the study's surprising outcome, it's likely that the impact of national reforms to bring more children under public health insurance will substantially improve the health of infants who are in the worst health to begin with," Roy says. "It's likely to also help infants who aren't low-income."

Roy presented her study, "How Well Does the U.S. Government Provide Health Insurance?" at the 2011 Western Economic Association International Conference, San Diego. Roy is a Ph.D. student and an adjunct professor in SMU's Department of Economics.

Study weighted to account for less healthy infants covered under public health insurance

A large body of previous research has established that insured infants are healthier than uninsured infants. Roy's study appears to be the first of its kind to look only at insured infants to determine which kind of insurance has the most impact on infant health — private or public.

Roy found:

1 - Infants covered by public insurance are mostly from disadvantaged backgrounds.

2 - Those under Medicaid and its sister program — CHIP — come mostly from lower-income families. Their parents — usually black and Hispanic — are more likely to be unmarried, younger and less educated. Economists refer to this statistical phenomenon — when a group consists primarily of people with specific characteristics — as strong positive or negative selection. In the case of public health insurance, strong negative selection is at work because it draws people who are poor and disadvantaged.

3 - Infants on public health insurance are slightly less healthy than infants on private insurance. On average they had a lower five-minute Apgar score and shorter gestation age compared to privately insured infants. They were less likely to have a normal birth weight and normal Apgar score range, and were less likely to be born near term.

4 - Infants covered by private health insurance are mostly from white or Asian families and are generally more advantaged. They are from higher-income families, with older parents who are usually married and more educated. Their mothers weigh less than those of infants on public insurance. This demonstrates strong positive selection of wealthier families into private health insurance.


Roy then compared the effect of public insurance on infant health in relation to private health insurance. To do that, she used an established statistical methodology that allows economists to factor negative or positive selection into the type of insurance. In comparing public vs. private insurance — allowing for strong negative selection into public health care — a different picture emerged.
"The results showed that it's possible to attribute the entire detrimental effect of public health insurance to the negative selection that draws less healthy infants into public health insurance," Roy says.

In fact, in a most striking revelation, allowing for a modest to significant amount of negative selection of infants into public health insurance, Roy's findings suggest that among the insured population of infants, private health insurance is detrimental to child health.

"The real surprise with these findings is that despite a less healthy population —due to the negative factors created by poverty — public health insurance is actually improving the health of these infants," Roy says.

Public health insurance provides more comprehensive benefits

The findings are less surprising upon deeper analysis.

A previous study by the nonpartisan Center on Budget and Policy Priorities sheds light on Roy's research. That group found that public health insurance provides more comprehensive benefits than private insurance. For example, all children on Medicaid and CHIP receive preventive and primary medical care, inpatient and outpatient care, pediatric vaccines, laboratory and X-ray services, prescription drugs, immunizations, and dental, vision and mental health care coverage.
The Medical Expenditure Panel Survey collected by the U.S. Department of Health and Human Services found that on a per person basis, government-provided health insurance for children under 4 years old is cheaper on average compared to private health insurance plans.
"Enrollees in private health insurance can choose from a wide variety of plans," Roy says. "Those who cut their costs by purchasing less coverage are reducing their access to quality care, including basic services like preventive care, prescription drugs, and vision and dental care."

Roy says she can only speculate why infants from advantaged and disadvantaged families differ in their health outcomes. It's possible, however, that infants from families that are better off have access to better nutrition, a healthier lifestyle and possibly safer, cleaner neighborhoods than those from poorer backgrounds.

"Poor families and their infants may be subsisting on cheap food, for example, which tends to be fatty and less nutritious," Roy says, "and that translates to worse health."

Study relied on new U.S. government data on thousands of infants

Roy's statistical analysis drew on data from more than 7,500 infants born in 2001. The data were the most recent available from the Early Childhood Longitudinal Study-Birth Cohort, released by the National Center for Education Statistics, U.S. Department of Education.

The Early Childhood Longitudinal Study follows children born in the United States from birth through the start of kindergarten. Children are from diverse socioeconomic and racial/ethnic backgrounds. Data were gathered from parents, teachers and providers of child care and early education.

Data collected cover children's health, care, education and cognitive, social, emotional and physical development over time. Included are standard infant health measures like length, infant weight, five-minute Apgar score, and the number of weeks the child was in the womb, which is considered an indicator of birth weight.

Poor families living at or below 185 percent of the federal poverty level represented 49 percent of Roy's data set.

Demand for public health insurance has increased during the past decade, says Roy, while demand for private insurance has declined. Specifically, between 1999 and 2009 there was an increase in the overall proportion of children under 3 years of age who were insured. Of those, the proportion covered by private insurance declined. The proportion covered by public health insurance increased.

Other researchers have firmly established that infants who are covered by health insurance have timely access to quality care, Roy says. Expanding access could reduce, for example, the number of infants born with low birth weight, which is associated with chronic medical diseases like diabetes, hypertension and heart disease in adulthood. Low birth weight also has been linked to lower average scores on tests of intellectual and social development.

The United States has the highest infant mortality rate among developed nations due to low birth weight and is the only industrialized nation without universal health insurance. The U.S. Supreme Court has agreed to hear a legal challenge to the Obama administration's new law requiring everyone have health insurance.

Source: EurekAlert - via ZeitNews

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Non solo estranea dalla vita sociale, si ripercuote negativamente sulle performance lavorative e di studio, ma modifica anche il cervello. Letteralmente: l’ uso patologico di Internet (Iad, dall’inglese Internet Addiction Disorder, l’impossibilità di staccarsi dal Web senza avvertire ansia da astinenza) altera l’integrità della sostanza bianca (fibre nervose ricoperte di mielina), e questo a sua volta determinerebbe dei disturbi nel comportamento. A dirlo è un gruppo di ricercatori guidati da Hao Lei della Chinese Academy of Sciences di Wuhan, che mostrano i risultati della loro ricerca condotta su un gruppo di adolescenti con la dipendenza dal Web su Plos One.

Come spiegano gli scienziati, la maggior parte degli studi condotti finora sulle persone colpite da Internet addiction si sono per lo più concentrati sulle ripercussioni che un uso sregolato della Rete ha sulla sfera emotiva e lavorativa, basandosi su questionari psicologici. Senza, quindi, indagare su possibili effetti diretti della dipendenza sull’ anatomia cerebrale (e sulle conseguenze sul funzionamento del cervello stesso). I ricercatori cinesi, invece, hanno pensato di analizzare, tramite risonanza magnetica per immagini, 17 adolescenti con diagnosi di Iad.

La diagnosi di Interned addicted è stata effettuata sottoponendo i giovani a una versione modificata dello Young’s Diagnostic Questionnaire for Internet Addiction secondo i criteri di Beard e Wolf. Si tratta in pratica di un test di otto domande che richiedono una risposta negativa o affermativa, del tipo: " Ti senti agitato, lunatico, depresso o irritabile quando cerchi di ridurre o interrompere l’uso di Internet?" O ancora " Ti trattieni online più di quanto avresti voluto?". La diagnosi di Iad dipende dal numero e dal tipo di domande alle quali si è risposto sì. Nello studio, sono stati reclutati anche 16 ragazzi senza dipendenza, come controllo.

Analizzando i risultati della risonanza magnetica, gli scienziati hanno osservato come negli adolescenti con dipendenza si ritrovino delle anomalie strutturali nella materia bianca di alcune zone cerebrali (come la regione orbito-frontale, il cingolo anteriore e il corpo calloso). Alterazioni in alcuni casi già osservate in altri tipi di dipendenze (come quelle da alcool o sostanze stupefacenti).

Queste zone, come spiegano i ricercatori, sono coinvolte in diversi aspetti comportamentali: dall’attenzione, al controllo cognitivo, alla capacità di prendere decisioni, all’elaborazione delle emozioni. Il campione è piccolo ma, sostengono i ricercatori, aver identificato delle possibili anomalie potrebbe permettere, in futuro, di comprendere meglio (e quindi trattare) la dipendenza da Internet. 

Fonte: wired.it

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By Admin (from 19/02/2012 @ 11:09:38, in ro - Observator Global, read 1290 times)

Ultima glaciatiune s-a încheiat în urma cu 11.500 ani, iar data declansarii urmatoarei glaciatiuni este tot mai greu de stabilit. Sursa confuziei o reprezinta emisiile de carbon din ultimele decenii, conform unui studiu de anvergura efectuat de cercetatorii britanici.

Conform datelor coroborate pâna în prezent si publicate în periodicul Nature Geoscience , în mod normal, urmatoarea Era Glaciara ar trebui sa se declanseze peste aproximativ 1.500 ani, dar se pare ca va fi întârziata din cauza emisiilor de gaze cu efect de sera, produse de activitatile industriale ale omului.

Emisiile de carbon vor întârzia următoarea Eră Glaciară

"La nivelul actual de dioxid de carbon prezent în atmosfera terestra, chiar daca emisiile de carbon vor fi stopate în totalitate, Terra va avea o lunga perioada interglaciara", declara profesorul Luke Skinner din cadrul Universitatii Cambridge.

Nivelul actual de dioxid de carbon atmosferic atinge valoarea de 390 ppm, iar alte studii independente au demonstrat ca, daca emisiile de gaze vor fi stopate imediat, nivelul concentratiei de CO2 îsi va mentine aceleasi valori pentru cel putin 1.000 ani de acum încolo. Aceasta înseamna ca în atmosfera va ramâne suficienta caldura pentru topirea calotelor polare si implicit cresterea nivelului marilor si oceanelor, chiar daca oamenii nu vor mai circula cu masinile si nu vor mai arde combustibili fosili.

Cauza naturala responsabila de tranzitiile Terrei de la glaciatiuni la perioade interglaciare este reprezentata de variatiile subtile ale orbitei terestre, cunoscute sub termenul de Ciclurile Milankovic, dupa numele lui Milutin Milankovic, un savant sârb care a descris acest fenomen, în urma cu aproape 100 ani.

Ciclurile Milankovic se refera în principal la variatiile care includ deviatiile orbitei terestre fata de Soare, gradul de înclinatie a axei Pamântului si rotatiile lente ale aceleiasi axe.

Grupurile de presiune sustinute de marile corporatii industriale, care se opun masurilor de limitare a emisiilor de CO2, au îmbratisat cu entuziasm acest studiu, pe care îl prezinta deja ca un argument pentru continuarea politicilor proprii care vizeaza industrializarea cu orice pret, alaturi dei goana dupa combustibilii fosili.

Cu toate acestea, oamenii de stiinta din spatele studiului sustin în continuare ca nivelul de CO2 a atins cifre record, iar omenirea va avea de înfruntat consecinte incalculabile daca nu se aiu masuri de stopare a emisiilor.

Sursa: BBCNews - via descopera.ro

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By Admin (from 19/02/2012 @ 08:08:50, in en - Video Alert, read 1328 times)

Described as a “knowledge collider,” and now with a pledge of one billion euros from the European Union, the Living Earth Simulator is a new big data and supercomputing project that will attempt to uncover the underlying sociological and psychological laws that underpin human civilization. In the same way that CERN’s Large Hadron Collider smashes together protons to see what happens, the Living Earth Simulator (LES) will gather knowledge from a Planetary Nervous System (PNS — yes, really) to try to predict societal fluctuations such as political unrest, economic bubbles, disease epidemics, and so on.

Orchestrated by ICT, which is basically a consortium of preeminent scientists, computer science centers around the world, and high-power computing (HPC) installations, the Living Earth Simulator hopes to correlate huge amounts of data — including real-time sources such as Twitter and web news — and extant, but separate approaches currently being used by other institutions, into a big melting pot of information. To put it into scientific terms, the LES will analyze techno-socio-economic-environmental (!) systems. From this, FuturICT hopes to reveal the tacit agreements and hidden laws that actually govern society, rather than the explicit, far-removed-from-reality bills and acts that lawmakers inexorably enact.

The scale of the LES, when it’s complete, will be huge. It is hoped that supercomputing centers all over the world will chip in with CPU time, and data will be corralled from existing projects and a new Global Participatory Platform, which is basically open data on a worldwide scale. The project also has commercial backing from Microsoft Research, IBM, Yahoo Research, and others. All told, the system will create useful knowledge in the fields of energy, networks and communication, economics, crime and corruption, migration, health, and crisis management.

The timing of EU’s billion-euro grant is telling, too. As you probably know, the European Union is struggling to keep the plates spinning, and the LES, rather handily, will probably be the most accurate predictor of economic stability in the world. Beyond money, though, it is hoped that the LES and PNS can finally tell us why humans do things, like watch a specific TV show, buy a useless gadget, or start a revolution.

Looking at the larger picture, the Living Earth Simulator is really an admission that we know more about the physical universe than the social. We can predict with startling accuracy whether an asteroid will hit Earth, but we know scant little about how society might actually react to an extinction-level event. We plough billions of dollars into studying the effects and extent of climate change, but what if understood enough of the psychology and sociology behind human nature to actually change our behavior?

Source: FutureICT Homepage & FutureICT Documentary on Vimeo - via ExtremeTech

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Tra il coma e la morte cerebrale si estende una zona d’ombra dove la medicina va a tentoni. Un paziente che ha aperto gli occhi, respira, sembra sveglio, ma non risponde agli stimoli, è cosciente oppure no? Può sentire quello che gli viene detto? Comprende ciò che gli succede intorno o è solo un’illusione indotta dal battito delle ciglia? Sono interrogativi angoscianti che possono affliggere parenti e amici, per anni, ponendo talvolta di fronte a scelte estreme. Ora, una nuova ricerca accende un faro nella nebbia che avvolge gli stati vegetativi più difficili, nei casi in cui mancano le reazioni motorie, come stringere una mano, girare gli occhi, alzare un piede, in segno d’interazione.

La tecnica, sperimentata dal gruppo guidato da Marcello Massimini, del Dipartimento di Scienze Cliniche Luigi Sacco dell’università degli Studi di Milano assieme ai colleghi del Coma Science Group dell’Université de Liège, in Belgio, ha permesso ai ricercatori di distinguere su 17 pazienti con gravi lesioni cerebrali, chi aveva recuperato un livello minimo di coscienza, pur non riuscendo a comunicare con il mondo circostante. “ Paradossalmente, la coscienza è uno stato cerebrale che non dipende tanto dal dialogo verso l’esterno, quanto più dal dialogo interno, tra i neuroni della corteccia”, spiega Massimini: “ Si può essere coscienti, anche se all’apparenza si direbbe il contrario. Succede, per esempio, durante la fase Rem, quando si sogna. Ecco perché abbiamo deciso di sondare la comunicazione interna”.

Č una delle primissime applicazioni cliniche del cosiddetto coscienziometro di cui vi avevamo parlato, una macchina che combina la stimolazione magnetica transcranica e l’elettroencefalogramma, consentendo di misurare in maniera non invasiva le interazioni tra i neuroni, presupposto della coscienza, secondo la teoria dell’informazione integrata. “ In una persona sveglia, lo stimolo di un’area cerebrale, non importa quale, si propaga in un tempo brevissimo ad altre aree neuronali. Č evidente: in pochi millisecondi tutta la corteccia si accende”, chiarisce Massimini: “ Al contrario, quando si ripete l’esperimento in un soggetto non cosciente, per esempio sotto anestesia o durante il sonno non Rem, l’impulso magnetico genera solo una risposta nell’area stimolata: il cervello sembra disconnesso. Come se fosse fatto di isole separate tra loro, senza ponti di connessione”.

Ecco quindi che il metodo, dopo anni di analisi in condizioni reversibili e controllabili, è stato applicato a pazienti usciti dal coma e rimasti intrappolati in quel limbo in cui la diagnosi è un terno al lotto. L’errore diagnostico è stimato intorno al 40 per cento dei casi. I risultati, descritti sulla rivista Brain, indicano chiaramente che “ i pazienti in stato vegetativo mostrano l’assenza di comunicazione tra le aree corticali, nonostante appaiano svegli. Al contrario, nei pazienti con un minimo livello di coscienza, questa comunicazione c’è”, continua lo scienziato.

Č un passo importante. Ma è solo il primo. “ Ora gli studi proseguiranno su larga scala, coinvolgendo tre strutture come l' Ospedale Niguarda di Milano, che riceve pazienti in coma, in fase acuta, la clinica Don Gnocchi, per la lungodegenza di pazienti in stato vegetativo, e il Centro europeo per il coma di Liegi”, racconta Massimini. La speranza degli scienziati non è, meramente, poter distinguere i casi in cui sussiste coscienza da quelli in cui la coscienza non è riemersa. Sarebbe un traguardo affascinante, emotivamente forte, ma tutto sommato fine a se stesso. La vera sfida infatti è un’altra: “ Vogliamo capire i meccanismi cerebrali che scattano nel recupero della coscienza, cosa innesca la connessione tra i neuroni e cosa, invece, la stacca. Perché così potremmo forse stimolare gli stessi meccanismi e promuovere il recupero cognitivo”. Il risveglio dal baratro dello stato vegetativo: è questo il sogno, lontano, forse irraggiungibile, che s’insegue. Il coscienziometro potrebbe essere la chiave. 

Fonte: wired.it

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By Admin (from 18/02/2012 @ 11:03:50, in ro - Stiinta si Societate, read 1494 times)

Ce a condus la declinul oraşului Angkor, capitala imperiului khmer?

Angkor, un oras stravechi situat în Cambodgia care a fost centrul imperiului Khmer, a cunoscut prosperitatea între secolele al IX-lea si al XV-lea. Astazi, turistii din întreaga lume continua sa aprecieze arhitectura khmera care a dainuit peste secole si realizarile ingineresti unice, precum sistemul de irigatii format din canale, santuri protectoare si rezervoare gigant, denumite baray.

Acum, cercetatorii au identificat motivele pentru care acest grandios imperiu s-a prabusit. Studiind sedimentele aflate într-unul din rezervoare, oamenii de stiinta au ajuns la concluzia ca secetele prelungite si suprautilizarea solului au afectat sistemul de gospodarire a apelor si a condus la declinul imperiului.

"Atunci când Angkor s-a prabusit, s-a înregistrat o scadere a nivelului apelor", explica Mary Beth Day, geolog la Universitatea Cambridge din Anglia. "Astfel, în baray au ajuns mult mai putine sedimente decât în mod normal", a adaugat cercetatoarea.

Populatia Angkorului era în crestere, iar solul a fost suprasolicitat din cauza cultivarii intensive, afirma omul de stiinta.

"Sedimentul care ajungea în rezervor în timpul de glorie a Angkorului era mult mai erodat în comparatie cu sedimentul descoperit în baray ce dateaza din perioada de dupa colaps. Pamântul era folosit în mod intensiv pentru agricultura, spre deosebire de perioada ulterioara, când oamenii au parasit orasul", a adaugat Mary Beth Day.

Pentru acest studiu, publicat în jurnalul stiintific The Proceedings of the National Academy of Sciences, cercetatoarea a prelevat o mostra de 2 metri din sedimentele din Angkor, analizând proprietatile fizice ale acestora.

Sursa: New York Times - via descopera.ro

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By Admin (from 18/02/2012 @ 08:05:58, in en - Science and Society, read 1265 times)

Fifty years after the pioneering discovery that a protein's three-dimensional structure is determined solely by the sequence of its amino acids, an international team of researchers has taken a major step toward fulfilling the tantalizing promise: predicting the structure of a protein from its DNA alone.

The team at Harvard Medical School (HMS), Politecnico di Torino / Human Genetics Foundation Torino (HuGeF) and Memorial Sloan-Kettering Cancer Center in New York (MSKCC) has reported substantial progress toward solving a classical problem of molecular biology: the computational protein folding problem.

The results was published on Dec. 7, 2011 in the journal PLoS ONE.

In molecular biology and biomedical engineering, knowing the shape of protein molecules is key to understanding how they perform the work of life, the mechanisms of disease and drug design. Normally the shape of protein molecules is determined by expensive and complicated experiments, and for most proteins these experiments have not yet been done. Computing the shape from genetic information alone is possible in principle. But despite limited success for some smaller proteins, this challenge has remained essentially unsolved. The difficulty lies in the enormous complexity of the search space, an astronomically large number of possible shapes. Without any shortcuts, it would take a supercomputer many years to explore all possible shapes of even a small protein.

Studying related proteins, researchers identified pairs of amino acid residues (left) that seemed to change in lockstep in the evolutionary record. These co-varying pairs indicated points on protein (middle) likely to be in contact after folding, giving researchers enough clues to create a computational model of the protein's three-dimensional structure (right). Credit: Terry Helms/Memorial Sloan-Kettering Cancer Center.

"Experimental structure determination has a hard time keeping up with the explosion in genetic sequence information," said Debora Marks, a mathematical biologist in the Department of Systems Biology at HMS, who worked closely with Lucy Colwell, a mathematician, who recently moved from Harvard to Cambridge University. They collaborated with physicists Riccardo Zecchina and Andrea Pagnani in Torino in a team effort initiated by Marks and computational biologist Chris Sander of the Computational Biology Program at MSKCC, who had earlier attempted a similar solution to the problem, when substantially fewer sequences were available.

"Collaboration was key," Sander said. "As with many important discoveries in science, no one could provide the answer in isolation."

The international team tested a bold premise: That evolution can provide a roadmap to how the protein folds. Their approach combined three key elements: evolutionary information accumulated for many millions of years; data from high-throughput genetic sequencing; and a key method from statistical physics, co-developed in the Torino group with Martin Weigt, who recently moved to the University of Paris.

Using the accumulated evolutionary information in the form of the sequences of thousands of proteins, grouped in protein families that are likely to have similar shapes, the team found a way to solve the problem: an algorithm to infer which parts of a protein interact to determine its shape. They used a principle from statistical physics called "maximum entropy" in a method that extracts information about microscopic interactions from measurement of system properties.

"The protein folding problem has been a huge combinatorial challenge for decades," said Zecchina, "but our statistical methods turned out to be surprisingly effective in extracting essential information from the evolutionary record."

With these internal protein interactions in hand, widely used molecular simulation software developed by Axel Brunger at Stanford University generated the atomic details of the protein shape. The team was for the first time able to compute remarkably accurate shapes from sequence information alone for a test set of 15 diverse proteins, with no protein size limit in sight, with unprecedented accuracy.

"Alone, none of the individual pieces are completely novel, but apparently nobody had put all of them together to predict 3D protein structure," Colwell said.

To test their method, the researchers initially focused on the Ras family of signaling proteins, which has been extensively studied because of its known link to cancer. The structure of several Ras-type proteins has already been solved experimentally, but the proteins in the family are larger--with about 160 amino acid residues--than any proteins modeled computationally from sequence alone.

"When we saw the first computationally folded Ras protein, we nearly went through the roof," Marks said. To the researchers' amazement, their model folded within about 3.5 angstroms of the known structure with all the structural elements in the right place. And there is no reason, the authors say, that the method couldn't work with even larger proteins.

The researchers caution that there are other limits, however: Experimental structures, when available, generally are more accurate in atomic detail. And, the method works only when researchers have genetic data for large protein families. But advances in DNA sequencing have yielded a torrent of such data that is forecast to continue growing exponentially in the foreseeable future.

The next step, the researchers say, is to predict the structures of unsolved proteins currently being investigated by structural biologists, before exploring the large uncharted territory of currently unknown protein structures.

"Synergy between computational prediction and experimental determination of structures is likely to yield increasingly valuable insight into the large universe of protein shapes that crucially determine their function and evolutionary dynamics," Sander said.

More information: "Protein 3D structure computed from evolutionary sequence variation," Marks et al. PLoS ONE, December 6, 2011

Source: Harvard Medical School

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